Note sul Carnevale
A cura di Roberto Lorenzetti
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I riti-spettacolo trattati in questo breve scritto si sono sempre espressi nel contesto del carnevale sul quale sarà bene spendere alcune parole senza voler chiaramente esaurire un argomento così complesso in questo breve spazio.

Quali significazioni assumevano le espressioni rituali carnevalesche per coloro che nell'antica società contadina di esse erano soggetto?

C. Lévi-Strauss ci ha chiaramente indicato come nell'interpretazione dei miti e dei riti, così come per altri fenomeni culturali, vadano ricercate delle «opposizioni» in riferimento al contesto storico-sociale in cui si trovano collocati.

Nel carnevale sono presenti due chiare opposizioni la cui comprensione meglio definisce il senso della sua presenza.

La prima di esse è quella con la Quaresima, cioè tra la sfarzosità e l'abbondanza del carnevale e la rigidità di questo periodo di astinenza.

In base alle leggi della Chiesa la quaresima era (ed in misura più lieve lo è ancora) periodo di digiuno e astinenza non solo dalla carne ma anche dal sesso e da ogni altro divertimento; momento di mortificazione del corpo ed esaltazione dello spirito.

Il modo di vivere le ritualità carnevalesche da parte delle classi marginali è chiaramente contrario a tutto questo e ciò si presentava totalmente a livello di coscienza che il carnevale diveniva spesso uno dei più efficaci strumenti per manifestare lo scontento nei confronti della Chiesa. Tipico esempio di ciò fu il CARNEVALE LIBERATO di Poggio Mirteto che in senso dissacratorio e provocatorio veniva fatto iniziare la prima domenica di Quaresima.

Ai digiuni della Quaresima si contrapponevano in questo periodo abbondanti banchetti di carne di maiale e alla rigida astinenza dai divertimenti e dal sesso si rispondeva con una vera e propria sublimazione di essi.

La seconda opposizione che possiamo riscontrare nel carnevale è quella con la quotidianetà della vita.

In questo periodo dell'anno tutto era lecito e tutto poteva avvenire, non solo ciò che vietato era nei quaranta giorni della Quaresima, ma anche ciò che nella normale condizione di esistenza non era in alcun modo realizzabile.

Abbondanza di carne e lunghi divertimenti non si contrappongono infatti alla sola Quaresima ma anche alla storica condizione di precarietà della società contadina.

Vi era inoltre come sottolinea Peter Burke «... una promulgazione del cosiddetto MONDO ALLA ROVESCIA, tema favorito dalla cultura popolare dell'Europa preindustriale: Le monde reversé, The world turned uspide down Die verkehrte» (1).

Il tema del MONDO ALLA ROVESCIA ha stimolato dal 500 in poi una ricca produzione di stampe popolari nelle quali vengono illustrati tutta una serie di «capovolgimenti » che si ritrovano spesso nelle ritualità del carnevale.

In esse l'uomo diviene donna, il servo dà ordini al padrone, il povero fa l'elemosina al ricco, il laico predica al religioso ecc. il tutto a simboleggiare una realtà esattamente contraria a quella reale.

Nella sua complessità e ambivalenza il carnevale, forse più marcatamente di altre festività, permetteva quindi una proiezione metastorica nella quale il negativo veniva momentaneamente allontanato per raggiungere una realtà connotata positivamente.

Durante il suo svolgersi tutti sono classisticamente posti nel medesimo livello anche
se chiaramente questa illusoria eguaglianza cela in sè una reale diseguaglianza evidenziata nel contrapporre alla normalità quotidiana delle classi agiate, l'eccezionalità festiva di quelle subalterne.

Il carnevale attraverso, la momentanea frattura della quotidianeità permetteva quindi una astorica canalizzazione delle frustrazioni accu-mulate dalle classi popolari durante l'anno: era in pratica il segno della DIVERSITA' dal normale modo di essere che garantiva la PRESENZA esorcizzando il «rischio di non esserci nel mondo».
Nel contesto culturale contadino il carnevale va collocato nel ciclo invernale che inizia con la semina e termina con la germogliatura, periodo questo in cui inizia un mitico contatto con il regno de morti particolarmente evidente il primo e il secondo giorno del mese di novembre quando è «possibile» l'incontro con i defunti e con i Santi.

In questo periodo esseri soprannaturali come la befana, S. Lucia, S. Nicola, Gesù Bambino, Babbo Natale tornano sulla terra per portare doni ai bambini, sono esseri benigni che con il portar doni simboleggiano l'abbondanza protetta e auspicata dal regno dei morti ed esorcizzano in tal modo il pericolo della carestia.

Le stesse cerimonialità in trattazione rappresentano un chiaro momento di propiziazione nella prima delle quali (MORESCA) si combattono i turchi cioè a dire la storicizzazione di esseri maligni e nella seconda (RAPPRESENTAZIONE DEI MESI) si fanno astoricamente ri-trovare i periodi cronologici dell'anno nel medesimo luogo e nel medesimo tempo dandogli voce e corpo e auspicandoli nel loro svolgersi.

Gli esseri maligni vengono anche esorcizzati attraverso l'uso della maschera che nasconde ai loro occhi e l'abbondanza viene auspicata nei ricorrenti simboli fallici presenti nelle mascherate così come nell'uso di gettare coriandoli e in quello dì effettuare la classica questua.

Potrà sembrare strano ma anche il percuotere le persone con i classici « manganelli »
era un tempo una azione con la quale si proteggeva il colpito da influssi malefici e si stimolavano in lui le energie riproduttive.

Wilhelm Mannhard in WALD-UND FELDKULTE dice che:

«...uomini e animali e piante in varie epoche dell'anno vengono percossi e frustati con un ramoscello verde (oppure con una bacchetta) affinché diventino sani e robusti » (2)
e Frazer riferendosi alla battitura contro uomini nella festa greca di Targelie spiega che
«... queste battiture amministrate sugli organi genitali delle vittime si spiegano assai naturalmente come un incantesimo per aumentare le energie riproduttive degli uomini e delle donne sia col comunicare loro la fertilità delle piante e dai rami sia liberandoli da malefici influssi» (3).

Chiaramente allo stato attuale questi significati, appartenenti ad una atavica civiltà contadina, sono andati man mano scomparendo - per lo meno a livello conscio - dalla struttura culturale delle classi popolari e il tutto viene vissuto in una dimensione prettamente consumistica nella quale ciò che resta degli antichi rituali viene continuamente depauperato e smerciato a basso prezzo da enti turistici e da piccole industrie che hanno trovato in questo momento di festa il loro mercato abituale.

Del vecchio modo di vivere il carnevale resta solo l'aspetto collettivo cioè un momento rituale circoscritto nel tempo vissuto da una comunità metastorica che in parte ancora oggi si trova a svolgere un ruolo liberatorio e rassicurante per i soggetti che vi partecipano.

 

La Moresca

Con il termine moresca si suole generalmente indicare una danza armata di carattere drammatico richiamante la lotta tra Cristiani e Turchi.
E' difficile affermare quando sia nata questa rappresentazione diffusa nei secoli passati in varie aree europee anche se ovviamente, nella sua forma di lotta tra Cristiani e Turchi non può essere precedente agli episodi epico-storici che l'hanno ispirata.

C'è in ogni caso da dire che forme di danza similari preesistevano in Italia come nel resto d'Europa all'invasione turca e ciò porta ad ipotizzare che la moresca rappresenti una sovrapposizione a riti agresti primaverili cioè a danze di fertilità dell'epoca pagana contro gli Dei del male.

Queste danze non hanno mai cessato di esistere ma con l'andare del tempo in loro scompare l'originario significato del combattimento il quale viene storicizzato, spiegato cioè come commemorazione di un avvenimento storico come nel caso della lotta tra Croce e Mezzaluna.

Intorno alla metà del quattrocento (4) la moresca si proietta in due diverse dimensioni: da una parte essa rimane nella sua forma originaria di lotta tra Turchi e Cristiani come divertimento popolare inserito nel contesto carnevalesco, dall'altra ascende ad una forma « culta » adattandosi a feste cortigiane e divenendo un intermezzo negli intervalli delle rappresentazioni teatrali.

In una lettera di Isabella d'Este in cui si descrivono le nozze tra Lucrezia Borgia e Alfonso D'Este nel 1502 si leggono descrizioni di varie moresche tra le quali una «... fu de soldati vestiti a la antiqua, scheneri et arnisi fincti; in la celata, penne bianche et rosse; una haveva una maza in mano, l'altro una azza... et tutti loro stoccoet pugnaletto. Prima con le maze, poi cum li stocchi, ultimamente cum li pugnaletti battendo il tempo combatterono: la mità delli quali si lassarono cadere in terra: da li altri furono presi e cacciati intanti, et come presoni uscirono dalla scena» (5).

In questo ambiente nel quale rimane in vita fino al XVIII secolo, la moresca inizia man mano a trasformarsi, in essa penetrano infatti balletti, coreografie e temi mitologici e nuziali che la allontanano sempre di più dalla sua originaria dimensione di lotta tra Turchi e Cristiani.
Nel XIX secolo questa ballata va progressivamente scomparendo anche dall'orizzonte culturale delle classi subalterne rimanendo in vita fino alla grande guerra solo in pochi centri tra i quali figura Contigliano.


La Moresca di Contigliano

Le uniche notizie che si sono fino ad oggi avute sulla moresca che si effettuava in passato a Contigliano (Rieti) si devono alle ricerche condotte negli anni cinquanta da Eugenio Cirese (6) e riprese sia in un saggio di Bianca Maria Galanti (7) e da Paolo Toschi nelle ORIGINI DEL TEATRO ITALIANO (8).

I dati forniti da Eugenio Cirese sono alquanto frammentari e lo stesso testo della ballata, ripreso dalla confusa memoria di alcuni anziani, non brilla nè per logicità nè per completezza.

Il testo integrale di questa ballata può essere ricavato da un mano-scritto fino ad ora inedito (9) databile intorno alla seconda metà del XVIII secolo nel quale sono trascritte due varianti della moresca.

Non è comunque possibile stabilire con certezza se questi due testi, uno più lungo e l'altro più corto, erano entrambi rappresentati in mo-menti diversi ovvero se essi non costituiscano un unico testo la prima parte del quale è dialogata mentre la seconda costituite quella cantata.

Ecco comunque di seguito la trascrizione dei due testi:

 

1
CRISTIANI:

Serenate fidi armati (il duce solo)
serenate il vostro ciglio
in quei luoghi si bramati
giunti siam senza periglio
sol per opra di quel Dio
che dà forza al braccio mio.

Cinque secoli han già il fine
che tal suol rimane infetto
dall'error che sulle prime
qui fondò il rio Maometto
che da questi senza lume
l'ha in gran pregio quasi un nume.

Gente incolta rozza e strana (tutti i cristiani insieme)
ignorante e senza amore
gente infida, vile, insana
che la mente hai guasta e il cuore
il tuo nome in ogni detto
è abborrito e maledetto.

Chi succede del gran Piero
nel felice e nobil seggio
ei ci manda in quest'impero
d'ignominia e di silezzio
perché ceda in quest'etade
l'empia vostra cruteltade.

Noi vogliam solchè la fede
del Creatore alberghi in voi
del creatore che non la cede
ad alcun de' vostri eroi
che dal nulla tutto ha tratto
che è pietoso e giusto a un tratto.

TURCHI:

Non comprendo qual follia
vi sospinga a tal eccesso
ma dovrà la spada mia
vendicare a tempo stesso.
La mia legge ed il mio trono
senza speme di perdono.

Dolce legge a noi maestra
dell'arabbia il nostro vate
ci lasciò che c'ammestra
ne obliar vogliam l'usate
dolce leggi onde egli è vano
far progetti al gran sultano.

Resterà con cruda stragge
folli genti il nostro ardire
vendicato in queste piagge
con la pena del morire
e vedrete qual si serba
premio a un anima superba.

CRISTIANI:

Deh' frenate i vostri sdegni
moderate l'empio cuore
date orecchio a quei disegni
ch'ha disposti il buon creatore
e se voi non crederete
vinti e morti cadrete.

TURCHI:

Al valore di queste spade
vendicar vogliamo i porti
a tal segno che le strade
si vedran piene di morti
e di voi non sarà un solo
che non sia trafitto al suolo.

CRISTIANI:

Signor in tal conflitto (i Turchi sguainano le spade)
distruggete il popol reo
com'il popolo d'Egitto
distruggeste all'Eritreo
ch'un tal nobile cimento (i Cristiani sguainano le spade)
reca a noi dolce contento.
(Si battono e cadono i Turchi)

TURCHI:

Duro fato infida sorte
ha perché ci serba in vita
a gran passo vieni a morte
che la speme in noi è finita
e tu ferro vano e inetto
cadi al suol vinto e neghetto (I turchi buttano le spade a terra)

Gente invitta, vita e pace
vi domanda il turco vinto
che abbattuto a terra giace
semivivo e quasi estinto.
e comprende che non giova
contro Dio venire in prova.

Via sorgente ma costanti
siate sempre in tal pensiere
che sarete di qui avanti
cari al Dio di queste schiere
la possente protezione.

 

2

CRISTIANI:

Trattenete il passo audace
Idolatri e miscredenti
Menzionieri e maldicenti
I nemici della pace
Che altrimenti in queste spiagge
Noi di voi farem gran stragge.

TURCHI:

Non si turba un cuor gueriero
agli assalti di vil gente
che non teme il mondo intero
il monarca d'Oriente
sol compiange vostra sorte
vili vittime di morte.

CRISTIANI:

Le nostr'armi han solo impegno
d'abolir gli antichi errori
e fissar di pace un regno
che dia lena ai vostri cuori
acciò stringa in amicizia
vera pace la giustizia.

TURCHI:

Sol le leggi di Maometto
ci son note e sol ci piace
conservar nel nostro petto
una legge che dà pace
e da voi si spera invano
di dar fine all'alcorano.

CRISTIANI:

Se superbo avete il cuore
se spigate i vostri detti
se vi è caro il finto onore
Turchi stolti vili e obietti
resterà trafitto e vinto
fra la polve il turco estinto.

Voi signori che al suon di tromba
forti mura un dì fiaccaste
fate ancor che il reo soccomba (I Cristiani alzano le spade)
acciò nota in ogni parte
sia la legge e la vittoria
del potente re di gloria.

TURCHI:

Vile ciurma far la guerra
contro i Turchi avete a ardire
ma i cristiani vinti a terra
già mi sembra di sentire
per pietà perdono aita
date in dono almen la vita.

Su coraggio fidi armati (I Turchi alzano le spade)
vendicate l'empio ardire
de nemici infatuati
con la pena del morire
e col folgore potente
brucia o Giove questa gente.

Vinti siamo debellati (I Turchi caduti parlano)
e chiediam la vita in dono
genuflessi e umiliati
con la speme del perdono
ed il segno di tributo ecco il ferro a voi dovuto.(I Turchi cedono le spade ai Cristiani)

CRISTIANI:

Il perdono a voi si dona
ma laudate il sommo Iddio

TURCHI:

Il mio fallo o Dio perdona
che sarò cristiano anch'io

CRISTIANI:

La costanza in voi bramano

TURCHI:

Sia costanti al Dio d'Abramo.

CRISTIANI:

Nel potente Iddio d'Abramo.


Malgrado sia estremamente affievolita, esiste ancor oggi una certa memoria di quella ballata il cui uso fu abbandonato nel periodo della prima guerra mondiale.

Le testimonianze orali riferite a questo periodo fanno dedurre il grosso ruolo che essa assumeva nel contesto socio-culturale di questo centro sabino nel quale - insieme ad altre cerimonialità come la rappresentazione dei mesi - rappresentava uno di massimi momenti di aggregazione popolare.

Gli attori della rappresentazione, calendarizzata come altrove nel contesto carnevalesco (10), erano ventiquattro divisi a metà tra Turchi e Cristiani.Entrambi erano vestiti in modo variopinto e imbracciavano delle spade metalliche con le quali battevano il ritmo del ballo.

I Morescanti seguendo sempre il medesimo percorso, scendevano in corteo dal paese alto a quello basso dove dispostisi in circolo eseguivano figure coreutiche ritmate dall'incrociarsi delle spade.

Quando abbia avuto inizio la rappresentazione della moresca in questo centro sabino non è possibile stabilirlo con certezza; l'ipotesi di E. Cirese che la vedeva importata dalla Corsica e rappresentata per la prima volta verso la fine dell'ottocento è chiaramente smentita oltre che dal manoscritto fino ad ora inedito da altri documenti in cui uno del 1818 (11) nel quale si legge una breve descrizione della ballata.

Nel documento, indirizzato al Delegato Apostolico di Rieti si legge:

Virginio Seri e Bernardino Nerone dalla terra di Contigliano O.ri e U.mi dell'Ecc.za umilmente La rappresentano ch'essendo si l'uno che l'altro a testa di una piccola squadra di gente armata, dopo un breve dialogo, rappresentano un combattimento figurante una mischia infra Cristiani e Turchi e che comunemente dicesi Moresca, la quale ha termine con una Contra danza fatta con le armi.
Comprendono gli On.ri che tutto ciò eseguir non possono senza preventivo permesso. Pregano pertanto l'innata bontà, e condiscenza dell' Ecc.za V. Rev.ma acciò voglia degnarsi accordarlo.

Non c'è da stupirsi se per rappresentare questa ballata nel 1818 si chiese una formale autorizzazione al Delegato Apostolico per rassicurarlo sulle intenzioni della manifestazione.

In questo periodo il carnevale assumeva spesso forme violente nelle quali confluivano la vendetta personale e lo scontento popolare.

Giovanni - Pio Liberati Delegato Apostolico di Rieti proprio nel 1818 emanò un editto nel quale tra l'altro si legge:

Chiunque pertanto avrà vaghezza di mascherarsi, sarà a lui quid'innanzì permesso il farlo dall'un'ora dopo il mezzogiorno, fino al punto dell'Ave Maria della sera, nel qual tempo il volto d'ogni maschera sarà svelato, ed affatto scoperto.

Il culto di Dio, ed il rispetto, che pure si vuole delle nazioni esige, che in tai divertimenti nulla si frammischi, che sagro si reputi, ovvero oltraggioso al costume di qualunque nazione.

La sicurezza personale e la pubblica quiete hanno sempre creduto dannoso l'uso di qualunque arma alle persone in maschera: quindi è, che era se ne rinnova il divieto (12).

Il documento fa anche riferimento al rispetto del culto di Dio e ciò fa chiaramente intendere che in questo periodo non era ancora cessata la dura lotta contro il carnevale portata avanti dalla Chiesa fin dell'epoca dei suoi « padri » come Agostino, Cipriano ecc. e particolarmente forte nel periodo della controriforma con personaggi come il cardinale Carlo Borromeo, e il barnabita Carlo Bascapé.

Nell'ACTA ECCLESIA MEDIOLANESIS del. 1599 Carlo Borromeo scriveva:

«Eliminino i vescovi i sontuosi convivi, i divertimenti, i balli e tutto quell'insieme di inutili divertimenti ed ogni altro abuso che si sono introdotti, per la sconsideradezza del popolo (...) cose di questo genere che traggono origine da usi pagani e sono contrari alle regole cristiane» (13).

Carlo Bascapé nel 1954 in CONTRA GLI ERRORI CHE SI COMMETTONO AVANTI LA QUARESIMA si chiedeva « ... come sarà anche possibile che convenevolmente entri nella santa quaresima e fruttuosamente la faccia, chi giorni avanti atende in cose in tutto differenti, anzi contrarie? Non si può passare in un subito da crapule a digiuni, da balli a prediche e divini offici, da opere del demonio a opere di Dio.

Di qui è che molte volte le sporcizie del carnevale passano poi ad infettare la santa osservanza quadrigesimale, gli effetti mondani e sensuali si trasferiscono dalle piazze alle chiese, dalle conversazioni profane ai divini offici » (14).

La moresca di Contigliano deve quindi aver avuto origini più remote ricollegabili alle varie battaglie combattute dai sabini contro i Turchi tra l'876 e il 916 quando questa terra fu più volte oggetto di scorribande dei Saraceni dell'emirato di Kairouam sbarcati fin dall'826 in Sicilia.

I Sabini guidati da Achipaando sconfissero i Mussulmani a Trebula Mutusca (nei pressi dell'attuale Monteleone Sabino) e parteciparono alla famosa battaglia del Garigliano (Agosto 916) che allontanò in modo definitivo il pericolo mussulmano (15).

Non si può comunque escludere che la presenza di questa danza rappresenti una sovrapposizione ad antichi riti di fertilità che si svolgevano in un atavico passato in queste zone, i quali hanno trovato nella battagla tra Turchi e Cristiani una loro storicizzazione.

Con il passare del tempo questa rappresentazione ha vistosamente subito una serie di mutamenti attestanti una sua plasmazione alle diverse condizioni socio-culturali nelle quali di volta in volta si trovava ad esprimersi.

In modo schematico si può ora tentare una definizione delle due ultime fasi seguite da questa cerimonialità prima della sua definitiva scomparsa.

A) - Dal secolo XVIII alla fine del secolo XIX questa rappresentazione ha vissuto in una dimensione istituzionalizzata essendo eseguita da un gruppo con caratteristiche professionali.

La compagnia de morescanti - così erano denominati gli attori della moresca - oltre ad avere co

stumi ufficiali diversificati tra turchi e cristiani, veniva chiamata a rappresentare lo spettacolo anche fuori del proprio comune.In un documento del 1804 (16) attestante una rappresentazione eseguita a Rieti si legge:

Avea l'Ecc.za V. Rev. ma date a noi più che sufficienti riprove della sua Magnanimità, e Benefattezza di Animo coll'accordarci nello scorso Carnevale il permesso di far la Moresca nelli luoghi di sua giurisdizione, e massimamente col permetterci l'ingresso in Rieti e coll'onorarci della sua presenza mentre facemmo costi la rappresentanza.

Ma ciò è nulla giachè dopo avrci esternata la sua bontà e Deferenza coi riferiti fatti ci ha voluto confondere col farci dare una eccellente merenda per mezzo del Sig. Pietro Solidati, che da tutta la compagnia venne consumata nella passata domenica.

In vista di tante beneficenze che far potremmo? Non abbiamo certamente altri mezzi onde esternarle i sentimenti del nostr'Animo se non che non professarle infine obbligazioni accompagate dai più sinceri e vivi ringraziamenti e con porger preci all'Altissimo per la sua lunga conservazione ed Esaltazione.

Si degni l'Ecc.za V. Rev.ma di accogliere tali nostre sincere espressioni giacché facendole umilissima Reverenza con tutta la sommissione ci protestiamo. Dall'Ecc.za V. Rev.ma U.mi D.mi e Obb.mi Ser.vi:
Per la compagnia dei Morescanti di Contigliano.

Virgilio Seri Caporale

Contigliano, li 25 Febraro 1804

 

Alla fine dell'ottocento e nei primissimi anni del novecento la compagnia dei morescanti non si presenta più come un gruppo professionale assoldato per effettuare rappresentazioni.

Tuttavia per questi attori il rappresentare la moresca costituita una vera e propria attività lavorativa temporanea.

Essi infatti nel periodo carnevalesco eseguivano la rappresentazione quasi tutti i giorni effettuando una specie « Tournée » che in giorni diversi toccava il paese, le frazioni, e via via i vari gruppi di casali della piana.

Come contropartita si ricevevano in quantità cospicua porsciutti, salami, carne di maiale, farnia e grano che gruppi di famiglie mettevano insieme per assistere allo spettacolo.

Dalle testimonianze che abbiamo di questo periodo possiamo dedurre
la spettacolarità di questa manifestazione di cui faceva parte integrante il corteo degli attori in costume seguiti da una quindicina di, elementi della banda e preceduti da due uomini, uno mascherato da Arlecchino che svolgeva forse il compito di animatore, e l'altro da Pulcinella che trainava un mulo con varie bisacce nelle quali sarebbero stati caricati i beni alimentari ricevuti in cambio della rappresentazione.

B) - Nel periodo immediatamente precedente al 1° conflitto mondiale, la Moresca cambia in modo pressoché totale il suo aspetto.

Alla professionalità ed ufficialità si sostituisce una espressività popolare di base che muta in grossa misura la precedente forma della rappresentazione.

Non vi è più traccia di una rappresentazione in qualche modo ufficiale, il costume dei morescanti è disgregato senza più alcuna distinzione tra Turchi e Cristiani e la ballata viene effettuata nei luoghi più svariati del paese e della campagna accompagnata dal suono di organetti mandolini e chitarre che si sostituiscono agli strumenti bandistici.

Ciò che ne viene fuori è un insieme apparentemente caotico ma che in realtà testimonia una chiara funzionalizzazione di questa rappresentazione alle mutate esigenze delle classi popolari.

La Moresca depauperata dalle sue norme tende sempre di più verso una dimensione priva di regole fisse nella quale assorbe tutta una serie di elementi propri del contesto carnevalesco come ad esempio la questua (generalmente di carne di maiale) effettuata dai morescanti al termine della ballata.

Per compiere la rappresentazione più volte nel medesimo giorno, al fine di effettuare più di una questua, della ballata viene rappresentata sempre la versione più breve che sarà la sola a rimanere pur travisata nella tradizione orale.


Carnevale - Il Carnevalone Liberato di Poggio Mirteto - Rappresentazione dei Mesi - Tornare a Tradizioni

N 0 T E

1) Peter Burke, Popular culture in early modern Europe, trad. it. Mondadori Milano 1980 p. 184.
2) In Vladimir JakovIevic Propp Istoriceski korni volsebnoi skazki, tra. it. Le radici storiche dei racconti di magia, Torino Einaudi 1949, Boringhieri 1972 p. 313.
3) James Frazer, The golden bough. A study in magic religion, Londra 1911-15. Trad. it. Il ramo d'oro. Studio sulla magia della religione. Torino 1950 p. 897.
4) Si veda Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino 1955 rist. 1976
5) In Marino Samuto, Ordine di pompe e spettacoli per le nozze di Lucrezia Borgia a
Ferrara. Venezia 1880
6) Eugenio Cirese, Canti popolari della provincia di Rieti, Rieti, Nobili, 1945.
7) Bianca Maria Galanti « Ancora sulla Moresca » in Lares XV (1949) n. 1-2 pp. 43-58.
8) Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano cit.
9) Il manoscritto è stato rintracciato presso l'archivio privato della famiglia Solidati
Tiburzi di Contigliano.
10) Vi è anche una confusa mernoria di una rappresentazione eseguita il primo
dell'anno.
11) Il documento rintracciato presso l'archivio di Stato di Rieti fù pubblicato da A. S. Sassetti nella rivista LA PAPA III (1955), n. 3-4.
12) 'Archivio di Stato di Rieti Delegazione Apostolica, Atti di Polizia 1818.
13) In F. Taviani La fascinazione del teatro, Roma 1969 pp. 10-12.
14) ivi p. 53. Si veda: M. Michaeli, "Memorie storiche della città di Rieti e dei paesi circostanti", Rieti Trinchi 1897.
16) Da LA PAPA anno 111 (1955), n. 1-2.
17) Paolo Toschi op. cit. p. 586.
18) Paolo Toschi op. cit. p. 613 indica la presenza della raffigurazione dei mesi nella chiesa di S. Colombano di Bobbio nella Cattedrale di Reggio, del vescovado di Piacenza, nella cattedrale di Otranto, nei portali e negli arconi di S. Zeno a Verona, di S. Marco a Venezia, nel Duomo di Trani, nel Battistero di Parma, nel Duomo di Modena in quello di Ferrara, S. Maria della Pieve ad Arezzo, nella fontana di Perugia e nella Chiesa di S. Saba a Roma.
19) Paolo Toschi op. cit.
20) Ludovico Frati, Una ballata dei dodici mesi dell'anno in G.S.L.I. XXXIV (1889), 277-79.
21) Annabella Rossi Roberto De Simone, Carnevale si chiama Vincenzo, Roma De Luca ed. 1977.
22) La pubblicazione della ricerca di Roberto Marinelli sul Carnevale in Sabina ci darà notizie più precise su questo punto.
23) Si veda Antonio De Nino, Tradizioni popolari abruzzesi, rist. 1970 Japadre ed. L'Aquila.
24) Gennaro Finamore, I dodici mesi dell'anno in A.T.P. IV, 436-50, 1885.
25) Paolo Toschi, Le origini del teatro italiano cit.
26) Annabella Rossi Roberto De Simone, Carnevale si chiama Vincenzo cit.
27) A. De Nino cit.

 

BIBLIOGRAFIA

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