La Rappresentazione dei Mesi
A cura di Roberto Lorenzetti
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Nel mondo classico (greco, egizio, romano), alle ritualità poste all'inizio del ciclo annuale veniva data una importanza d'eccezione tanto da relegarvi psicologicamente le sorti dell'intera comunità per il resto dell'anno.

Tra i rituali più importanti ci sono sicuramente quelli dedicati al tempo sia espresso in mesi che in stagioni.

In tali rituali «... Era come se il tempo cominciasse ex novo e la società dovesse ristabilire i fondamenti del suo vivere.

Tutte le forze in quel giorno, o in quel periodo di giorni, agivano con il massimo della loro potenzialità, tanto quelle del bene, quanto quelle del male: anzi il bene e il male non erano, quasi, differenziati: erano una energia primigenia che l'uomo, con mezzi magici o con riti religiosi, poteva volgere a proprio vantaggio, oppure allontanare da sè, nel caso che il suo tremendo potere assumesse valore negativo» (17).

La materializzazione del tempo ha più volte ispirato opere di alto valor artistico e simbolico, oggi testimoni di un'epoca in cui l'unica risposta concessa all'individuo nei confronti delle forze su di lui incombevano, era di tipo magico.

L'iconografia dei mesi in questo periodo riflette e dipende da questa condizione culturale e quindi a raffigurare i periodi ciclici è chiamata la natura, la terra e i suoi prodotti, insieme a divinità propiziate con rituali magico-religiosi.

In questa iconografia manca l'uomo che nulla può contro le forze della natura e quelle divine.

Egli nella astorica rappresentazione del tempo farà il suo ingresso solo nel medioevo, periodo del lavoro eroicamente accettato e vissuto come momento di redenzione dal peccato.

Alla ricca produzione figurativa e plastica medioevale ispirata dai dodici mesi (18) si deve aggiungere una cospicua produzione letteraria.
Oltre al CONTRASTO DEI MESI Di Bonvesin da Riva, ai SONETTI di Folgore da S. Gemignano e di Cene della Chitarra ricordati da Paolo Toschi (19) esiste un documento del 1177 che riporta per esteso una rappresentazione dei 12 mesi la quale veniva cantata e ballata in occasioni di festività coincidenti con l'inizio dell'anno e in modo particolare nel carnevale considerata la grande festa di capodanno.

Di questo documento conservato presso la biblioteca universitaria di Bologna e pubblicato dal Frati (20) è bene qui riportare il testo onde permettere un raffronto con quello della ballata dei dodici mesi di Contigliano.


Dixe Zenaro: io me stago del fuogho
Manzo e beuo, quel che me fa luogo,
Volgo lo spero e same bel ruogo
E stago adaxio a mo' de Signore.
Dixe Luglio: io fazo i meluni,
Bato lo formento cum grosi bastoni,
Fazome chuozere de buoni chaponi
Spogliomi in chamiza per grande
Dixe Febraro: io non arò ma' bene, [sudore]
L'acqua e la neue adosso me uene
Rompo la giaza cun gran pene,
De tuti li mixi io som lo pezore.
Dixe Agosto: io cunzo le botte,
Vago cercando quale eno più rotte,
Metole fuora di dì e de notte,
Perché el ne escha lo male sauore.
Dixe Marzo: io son sagurado,
Punto de charne ch'io non ò man-[zado,]
Tuto lo mio tempo ch'i'ò denunado,
De tuti li mixi io som lo migliore.
Dixe Septembre: io Coglio de li fighi,
E l'uva vendemo, strego le opte,
E manzo di boni chaponi
E beuo del mosto.
Dixe urile: ch'io ue so ben dire
Tute le albere ch'io fazo fiurire,
Cantare gli oxeli(ni) dal dolce dor-[mire,]
A zuuini e a vecchi ch'io aliegro lo [core,]
Dixe Octoure: e' spino lo vino.
Vago cercando quale è 'l più fino,
Vendo quelo ch'à rio sauore,
E per mi beuo lo mogliore.
Dixe Mazo: io son lo più bello,
Roxe e fiuri ch'io fazo fioriri de
[nouelo]
Cantare gli oxelini d'uno trapelo (sic)
De tuti li mixi io son lo più belo.
Dixe Novembre: io no me so lodare,
Coglio le ghiande (e le castagne)
[per i porci ingrassare]
E manzo de bone charne,
E beuo de uin dolce perchè non ne [fa male.]
Dixe Zugno: io sego lo grano,
De lo cerexe e' me inpo le mano,
Sego lo femo de suxo lo piano
E coglio l'agresto per farne sauore.
Dixe Dezembre: sono lo tale;
Fazo ghiazare omne canale,
Ucido i porci e metogli in sale,
Fazo sosicie d'one raxone.

Non è possibile affermare con certezza se la rappresentazione dei 12 mesi come forma cerimoniale drammatica popolare sia nata in questo periodo, essa comunque è vissuta per lunghissimo tempo e in diverse forme in tutta la penisola svolgendo un importante ruolo di propiziazione e rassicurazione nella società contadina.

In dimensione relittuale la rappresentazione dei mesi viene ancor oggi fatta vivere in alcuni centri della penisola quasi tutti collocati nell'arca meridionale, ne è una testimonianza il recente studio sul carnevale di Annabella Rossi e Roberto De Simone (21) che ci dà un quadro completo per quanto concerne la Campania nella quale sono state raccolte diverse versioni della rappresentazione.


LA RAPPRESENTAZIONE DEI MESI A CONTIGLIANO

Nell'area sabina la rappresentazione dei mesi è stata per lungo, tempo diffusa e tracce se ne sono trovate fino agli anni cinquanta quando sembra essere stata riesumata in alcuni centri (22).

Tra i paesi dove è stata particolarmente presente figura anche Contigliano dove, insieme alla Moresca ha cessato di vivere con l'inizio della grande guerra.

Il coesistere della rappresentazione dei mesi e della moresca in questo centro indica come in esso la magica lotta tra il bene e il male rivestiva in passato una importanza notevole, sicuramente maggiore di quanto possano indicarci le testimonianze orali riferite ad un frangente - quello della fine del XIX secolo e l'inizio del XX - in cui queste cerimonialità drammatiche erano ormai relitto avendo perso - per lo meno a livello conscio - le loro connessioni magiche ed essendo state rifunzionalizzate in termini di fruizione spettacolare.

Così come la moresca, anche la rappresentazione dei mesi era inserita nel contesto carnevalesco ed eseguita nei giorni festivi in vari spazi del paese.

A differenza di altre rappresentazioni riportate da A. De Nino (23), Gennaro Finamore (24), Paolo Toschi (25) Annabella Rossi (26) ecc. in quella di Contigliano l'elemento femminile è sempre presente essendo i periodi cronologici rispondenti ai mesi dell'anno personificati da una. coppia uomo-donna.

Vi è quindi costantemente la presenza della sposa che nei rituali di carnevale è un simbolo propiziatorio connesso con la rinascita della natura nella primavera.

Nel suo abbigliamento e negli ornamenti, ogni coppia tendeva a simboleggiare il mese che rappresentava, così quella del maggio era ornata di fiori, quella di giugno di grano e così via, ed ognuna di esse portava un oggetto, solitamente di lavoro, usato nei campi nel periodo rappresentato.

Un uomo anziano con barba e bastone simboleggiava l'anno cioè il padre dei dodici mesi e concludeva la rappresentazione cantando:

lo sono il padre di dodici figli
e tutti sono immortali
l'ho tenuti tra rose e gigli
sono il padre dei dodici figli.

Le dodici coppie più il padre giungevano in corteo nel luogo della rappresentazione e quindi dispostisi in semicerchio iniziavano le « cantate » partendo da gennaio le quali erano intermezzate dalla musica della banda durante la quale i ventiquattro attori davano vita ad un vero e proprio spettacolo coreutico.

Le testimonianze che abbiamo di questa rappresentazione si riferiscono agli anni 1910-12 e il testo fatto trascrivere da uno degli attori evidenzia come già in quell'epoca la trasmissione orale delle strofe risulta essere molto debole.

Esse infatti il più delle volte sono incomplete andando a formare nella loro totalità un quadro metrico molto imperfetto.

Il confronto tra il testo della rappresentazione dei mesi di Contigliano con quella di Torricella Peligna pubblicata da Antonio De Nino nel 1881 (27) oltre a farci notare una similitudine nell'iconografia dei mesi riscontrabile anche nel testo del 1177 pubblicato dal Frati, ci da un'idea della struttura metrica che in passato poteva aver avuto questa ballata:


La Rappresentazione dei Mesi di Contiguano 1900 c.a La Rappresentazionedei Mesi di Torricella Peligna 1881
Io so gennaio
stò accanto al fuoco
brillo l'arrosto
e faccio un bel gioco.
   
I' so' gennaro che godo il sereno,
Che gelo l'acqua e induscio il ter- [reno.]
Fra gli àutri misci so lu chiù grosse,
Gelo l'acqua alli fiumi e alle fosse.
Io sò febbraio godo il sereno
rompo li geli e la terra rimeno
non mi guardate se vado zoppo
fra l'altri mesi migliore mi porto,
I' so' febbraro e sto 'ccanto al foche,
Vòto l'arruste e commerso co' [gioche;]
E commerso con chisti signori:
Tra gli àutri misci i 'so 'lu migliore.
Io marzo so sventurato
e della carne non ho assaggiato.
Marze, marze sbinturate!
Che de carne 'nn h'a 'saggiate:
Co' li broccoli s'è cibate;
Povere marze sbinturate!
Io so aprile mese gentile
tutti gli alberi vedo fiorire
tutti gli uccelli li sento cantare
giovani e vecchi li fò rallegrare.
I' so' abrile lu chiù gentile,
Tutti gli àrveri faccie fiorire.
E gli aucelli faccie cantare,
Giòvene e viecchie faccio allegrare.
Io so maggio mese più bello
di rose e fiori ho guarnito il cappello
E i' so' magge e so lu chiù biélle,
Porto le rose a lu cappièlle;
Ce le porte, ca so 'nu guappone;
Fra gli àutri misci i' so' lu chiù [buone.]

Io so giugno mieto il grano
prima nei monti e poi vado nel piano
lo mieto con sudore
per far mangiare questi signori.

I' so' giugne che mete le grane,
Mete pe' valle, pe' monte e pe' piane,
'E lo mete tutte le semmane:
I' so' giugne che mete le grane.
Io so luglio e falcio il fieno
e lo falcio con sudore
per far contenti questi signori.
 
Tuti gli misci avete ludate
E de luglie ve sete scordate;
Porte le pale col fie furcone.
Pe' scamare i' so' lu chiù buone.
Io so agosto correggio il fieno
prima nei monti e poi vado nel piano
con grande sudore
per far mangiare queste signore.
I' so' aguste co' tanta mastrìa,
E cuntente chidunche se sia:
I' so' lu mese che facce furore,
Tra tutti gli àutri so' tu migliore.
Io sono settembre mese cortese
a poveri e a ricchi faccio le spese
con grande sudore
per far mangiare queste signore.
 
I' so' settiembre molte curtese,
Fine le fratte ve fanne le spese.
E tutte quante i' facce cuntente;
Nin dienghe pene, nin dienge tur [mente.]
 
Io sono ottobre e riempio le botti
con grande sudore
per far ubriacare queste signore.

I' so' uttobre e despense semente
Prepare lu cibu a tutta la gente,
Tra gli àutri misci i' so' lu migliore.

Io so novembre mese calante
gonfio li fiumi e gonfio le piante.
I' so' nuviembre co' luna mancante,
Porto la ronca e l'accetta pesante,
Pe' fa' le lene a chisti signore:
Tra gli àutri misci i' so' lu migliore.

Io so dicembre e stò accanto al fuoco
davanti me brucio e dietro me
[n'cenno]

I' so' deciembre che gele lu viente;
'Nanze me scallo e 'rreto me ['genne.]
Dienghe alla gente turmiente e [dulore:]
Tra tutti gli misci i' so' lu peggiore.
Io so il padre di dodici figli
e tutti sono immortali
l'ho tenuti tra rose e gigli
sono padre di dodici figli.
I' so' lu patre de dùdece figlie,
T tutti e dùdece so' murtali:
E tra le fose, caròfane e gigli,
I' so' lu patre de dùdece figli.

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