Il Carnevale
di Dario Altobelli e Michele Di Geronimo
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"Una parte del mondo si travestirà per ingannare l'altra, ed esse correranno per le strade come folli e fuor di senno; non si vide mai un tal disordine nella natura". Rabelais

"Bevitori illustrissimi, e voi, Impestati pregiatissimi... (1) vorremmo umilmente informarvi, così per gioco, circa la nostra idea sul Carnevale. Una preliminare considerazione teorico-metodologica e una dichiarazione d'intenti s'impongono per onestà intellettuale. La letteratura sui temi della Festa in genere e sul Carnevale in particolare è vastissima, nell'ordine di milioni di pagine; e le opinioni, le ricerche, i resoconti e le teorie su questi argomenti si inseguono, si contraddicono e si confermano in una caleidoscopica pluralità di prospettive e finalità per un arco di tempo consistente di svariati secoli; infine, la problematica suscitata è ben lungi da una soluzione definitiva, come sovente accade nella storia delle idee e dei costumi. Va da sé che non si è potuto consultare la gran parte del materiale in questione (lavoro di tutta una vita di ricerca!), e quello che si è tenuto in considerazione forse non incontrerà il favore di ogni lettore.

In ragione di queste considerazioni la seguente relazione vuole essere tanto un percorso personale quanto la presentazione di un fenomeno inteso come problema aperto. E due saranno le vie maestre che tenteremo di seguire. La prima, un esame sommario, ma speriamo suggestivo, di eventuali antecedenti storico-culturali del Carnevale, in base a presunte relazioni filogenetiche e ad analogie strutturali e funzionali. La seconda, una riflessione articolata sulle caratteristiche precipue del tempo e dello spazio carnevaleschi, con particolare riferimento alle componenti del riso e dell'oscenità. Le due prospettive si intersecheranno talora rinviandosi reciprocamente.

Che cosa è il Carnevale oggi? E' una festività celebrata in quasi tutto il mondo, in forme a dire il vero anche molto diversificate, la cui diffusione è paragonabile ad un'altra ben nota festa profana, quella dell'ultimo giorno dell'anno. Molto noti sono il Carnevale di Rio de Janeiro, in Brasile, quello di New Orleans, Stati Uniti, o di Venezia e di Viareggio in Italia. Comuni a tutti sono il periodo nel quale di norma si festeggia - compreso tra l'Epifania e la Quaresima - e i giorni di più intensa baldoria e licenziosità - il Giovedì, il Sabato e in particolare il Martedì Grasso - appartenenti all'ultima settimana prima dell'inizio della Penitenza. E' da notare che è stato da più parti attestato che proprio questi ultimi giorni sono spesso vissuti con consapevole tensione rispetto al periodo sacro che culminerà con la Pasqua, come giorni di eccesso e di festa prima del digiuno e delle preghiere.


Detto per inciso: la constatazione circa il periodo di festeggiamenti carnascialeschi pone in grande evidenza uno di quei problemi che necessiterebbero una trattazione autonoma ed erudita, che esula dal carattere di questo articolo e che si preferisce formulare brutalmente senza offrire una rapida e inesauriente soluzione. Il problema concerne precisamente i rapporti storici e funzionali tra le due antitetiche, sembra, celebrazione della Pasqua e del Carnevale. Una questione che seppure tenteremo di eludere, si vedrà variamente ritornare tra le righe, e in un certo senso minare il nostro esile progetto alle fondamenta. Secondo il G. B. Bronzini il Carnevale, in quanto personaggio-simbolo è

"nato storicamente nella liturgia cristiana in funzione antitetica alla Quaresima-Pasqua e concepito dalla mentalità primitiva e popolare come personificazione di un tempo, stagionale. Come tale si è sovrapposto a personaggi-simboli dell'antichità classica pagana, ereditando ma dissipando le loro prerogative." (2)

Dalla personificazione del tempo stagionale diremo in seguito; riguardo al rapporto tra Carnevale e antichità classica pagana è invece opportuno avanzare un'ipotesi nel complesso opposta a quella dello studioso citato.

Delle varie feste antiche una sembra aver raccolto il favore di più studiosi nella sua possibile relazione filogenetica con la nostra: la festa dei Saturnali nell'antica Roma di cui in particolare due elementi sembrano essere comuni: l'elezione di un monarca fittizio (un uomo in carne e ossa sovente uno schiavo dei Saturnali, un fantoccio di paglia o di cartone nel Carnevale, e il suo sacrificio); un comportamento "sopra le righe", alla rovescia si può dire, di tutta la collettività. 
Sul primo dato ci riferisce R. Caillois:

"A Roma, veniva eletto un monarca che impartiva ordini ridicoli ai suoi sudditi di un giorno, come, per esempio, fare il giro della casa portando una suonatrice di flauto sulle spalle. Certi dati lasciano congetturare che in tempi più remoti il falso re fosse vittima di un destino tragico: gli era concesso tutto, ogni dissolutezza, ogni eccesso, ma poi lo si sacrificava sull'altare di Saturno." (3)

E Sir J. G. Frazer scriveva:

"(A Roma) un mese prima della festa i soldati sceglievano, tirando a sorte, uno di loro, giovane e bello, che poi rivestivano con panni regali, a somiglianza di Saturno. Così paludato, e seguito da una moltitudine di soldati, il giovane si aggirava per le strade, dando libero sfogo alle sue passioni e alle sue voglie, anche le più basse e vergognose. Ma se il suo regno era gioioso, era anche breve e finiva tragicamente allo scadere dei trenta giorni, quando iniziavano i saturnali, e il giovane si tagliava la gola sull'altare di quel dio che egli impersonava". (4)


La somiglianza con i festeggiamenti carnevaleschi è sorprendente: è usanza diffusa in molti paesi dell'Italia meridionale celebrare fittiziamente - l'ultima Domenica o il Martedì Grasso - i

"funerali di Carnevale : un fantoccio di paglia o cartone, impersonante appunto Re Carnevale, - dopo aver sfilato lungo le vie del paese - accompagnato da gridi e pianti che mimano i tradizionali atteggiamenti del lamento funebre" (5) - viene in vari modi "sacrificato".

E proprio in relazione a quest'elemento sia Frazer sia Caillois giungono a conclusioni molto simili, il primo affermando:

"E' stata spesso sottolineata la somiglianza fra gli antichi saturnali romani e il moderno Carnevale; ma (...) ci si può chiedere se non si possa parlare di identità più che di somiglianza. Come già detto in Italia, in Spagna e in Francia (...) una componente di rilievo del Carnevale è il personaggio burlesco che simboleggia il periodo festivo e che, dopo la sua breve carriera di gloria e sregolatezza, viene pubblicamente distrutto (...) Se la nostra interpretazione è corretta, questo grottesco personaggio non è altro che il diretto successore dell'antico re dei saturnali." (6)

Mentre Caillois, più prudentemente dice che

"Tutto induce a considerare il carnevale moderno come una specie di moribonda eco di feste antiche sul tipo dei saturnali. Difatti un manichino di cartone raffigurante un re enorme, colorato, comico, viene fucilato, bruciato o annegato alla fine di un periodo di baldoria". (7)

Ove tuttavia proprio questa innegabile somiglianza afferma la perdita, nella festa attuale, di un elemento-sostanza presente nelle feste antiche: 

"Il rito non ha più valore religioso, e ne è chiara la ragione: nel momento in cui alla vittima umana viene sostituita soltanto un'effigie, il rito tende a perdere il suo valore espiatorio e fecondante (...) e assume un carattere parodico (...)". (8)

Sul secondo elemento, il generale e diffuso comportamento alla rovescia, R. Caillois è particolarmente eloquente nell'attestare la presenza come caratteristica propria e comune non soltanto alle feste Saturnali, ma alle Lenèe, ai Grandi Misteri, alla festa medievale dei Folli e naturalmente al Carnevale. Agli "atti vietati" e "intemperanti" che si scatenano in un'orgia di consumo orale e sessuale e in un'orgia di espressione, verbale e gestuale (per un'analisi dei quali rinviamo il lettore alla seconda parte dell'articolo), Caillois aggiunge 

"gli atti alla rovescia. Ci si ingegna ad agire in modo diametralmente opposto al comportamento normale. (...) Gli schiavi mangiano alla mensa dei padroni, li comandano, si fanno beffe di loro che invece li servono, ubbidiscono, subiscono affronti e rimproveri". (9)

E Frazer dice che

"vengono abbandonate le normali remore della legge e della morale; tutti si abbandonano a stravaganti manifestazioni di gioia e di allegrezza; le passioni più oscure trovano uno sfogo che mai sarebbe loro consentito nel corso più regolare e sobrio della vita quotidiana".(10)

Atteggiamenti variamente presenti anche nelle forme contemporanee del Carnevale, anche se indeboliti, privati del loro carattere più violento e parossistico.

Un secondo ordine di considerazioni sui rapporti tra Carnevale e feste pagane antiche può essere centrato su un'analogia di funzioni espletate in entrambi i casi: la funzione di rinascita cosmica e la funzione di rapporto mondo dei vivi-mondo dei morti. Già per la festa dei saturnali si poteva avanzare l'ipotesi che il sovvertimento dell'ordine sociale - per la durata di una settimana - rifletteva una crisi cosmica che investiva l'ordine della natura allorché un ciclo agrario terminava e ne cominciava un altro. In questo periodo-soglia tutto doveva essere rimesso in discussione: come se si dovesse ri-fondare il cosmo, rinnovare il mondo e, infine, ripristinare dopo averlo demolito, deriso e sconsacrato, quell'ordine culturale che solo potrà garantire il regolare fluire del nuovo anno - ciclo agrario e stagionale.

Secondo questa e altre considerazioni, che ragioni di spazio impongono di tralasciare, si può azzardare, ma non del tutto infondatamente, che il Carnevale odierno rechi le sbiadite tracce di una "festa di capodanno" che, nel mondo antico, in un'esistenza misurata sulla vita nei campi, celebrava la morte dell'anno vecchio - la fine dell'inverno - e l'inizio del nuovo - primavera e rinascita vegetale e del mondo naturale. Diversi studi hanno accertato che presso le civiltà agricole, la cui esistenza era indissolubilmente legata alle condizioni ambientali e degli esiti dei raccolti, vi erano feste che scandivano le parti critiche dell'anno.

Di certo il momento più pericoloso per la sopravvivenza, il più drammatico periodo doveva essere quello dell'inverno, il cui termine non era scontato per quegli uomini quanto lo può essere oggi per noi, allevati alle certezze della scienza. Qui si impone un altro problema che adeguatamente preso in considerazione mette in ridicolo le affermazioni precedenti. Infatti, a quali epoche e a quali civiltà si sta alludendo? Che senso ha parlare di stagione invernale in astratto quando per limitarci alla area mediterranea, le condizioni climatiche generali sono talora diversissime e incomparabili (si pensi all'alternanza di stagione secca/stagione delle piogge)? E altri più gravi interrogativi potrebbero legittimamente porsi. - Si chiede venia al paziente lettore!- 
Di una di queste feste, notissima, ci parla De Martino: è

"la festa primaverile dei germogli", il ciclo delle "anthesteria", nella quale "si liquidavano le passività dell'anno spirante, si regolavano i debiti col regno dei morti, si prefigurava e assicurava la fortuna e la fecondità dell'anno sopravveniente (...)". (11)


Festa di Capodanno quindi ma anche, seconda funzione, instaurazione rituale di un rapporto col "regno dei morti". Come non pensare a questo riguardo al testamento,

"istituto sacro, tenuto per tale fin dall'antico diritto romano; un istituto che nel medioevo si prestava a saturare l'angoscioso spaccato fra il mondo del vivo e del morto, fra ciò che è e ciò che sarà, a legare il futuro al presente". (12)

E in particolare a quella forma per noi curiosa del 

"testamento del porco e dell'asino: sotto le spoglie di quegli animali c'è Carnevale; ma non è esatto dire che Carnevale si traveste da porco o da asino. Il porco rimane porco e l'asino asino: l'azione che essi compiono è carnevalesca, tipica di un mondo alla rovescia". (13)

E se i testamenti di animali lasciavano parti del corpo ai contadini, a indicare l'essenzialità e la centralità nel regime esistenziale ed economico della vita agricola di quelle bestie "sacre", 

"i suoi (di Carnevale) testamenti sono rituali e drammatici allorché, inscritti nello svolgimento del ciclo carnevalesco, sono volti attraverso la pubblica denunzia (...), a eliminare il male vecchio della collettività accumulatosi durante il tempo ch'egli chiude". (14)

Certo i testamenti citati sembrano solo indirettamente essere collegati, attraverso una "azione carnevalesca", ma a ben vedere è lecito ipotizzare che il legame doveva essere in realtà più stretto e incerto nelle sue determinazioni di quanto questa rapida ricostruzione lasci pensare. 
Da quanto detto finora si evince come il Carnevale si sia distinto, sin dalle sue forme primordiali, per un suo aspetto peculiare: esso si organizza sempre sul principio del riso.

Bandito dai culti della chiesa e della vita in genere - quali si esplicano nell'ambito di una visione ufficiale del mondo - il riso si è annidato laddove, in specifici momenti dell'anno, le tensioni si allentano consentendo alle pulsioni - prima forzatamente assopite - di emergere ed "esplodere" in tutta la loro forza coinvolgente e contestativa. Il Carnevale è certamente il più rappresentativo di questi momenti poiché qui il riso, al di là della sua importante funzione rinnovativa e rigenerativa, soddisfa anche un bisogno di contenziosità e di derisione nei confronti di un mondo costruito su inalterabili e opprimenti modelli di potere.

"Il principio comico organizzatore dei riti carnevaleschi si libera del tutto da ogni dogmatismo religioso o ecclesiastico, dal misticismo, dalla pietà; (...) Tutte le forme carnevalesche sono decisamente esterne alla chiesa e alla religione. Appartengono a una festa del tutto particolare della vita quotidiana" (15).

Una forma di riso, dunque, alquanto dissacratoria che rivela una concezione del mondo marcatamente non ufficiale, esterna sia alla chiesa sia allo stato, intenta ad abolire, nelle sue innumerevoli manifestazioni, ogni rapporto gerarchico, privilegio o tabù, ad infrangere l'immutabilità e la stabilità di un ordine costituito, di una morale - sia politica che religiosa - troppo distanti dai desideri o dalla weltanchauung delle classi subalterne.

"La festa, il riso, l'oscenità, l'abbassamento al materiale corporeo" (16)

sconsacrano quell'ineguaglianza che la festa "ufficiale" puntualmente consacra, e liberando il genere umano, - benché temporaneamente - dalla verità dominante, dalla perentoria eternità di regole opprimenti, aprono nel contempo il varco a quel regno dell'utopia grazie al quale l'abbondanza, l'uguaglianza, la libertà irrompono nelle case, nelle vie e nelle pubbliche piazze cosicché il mondo possa effettivamente rovesciarsi e la vita celebrare se stessa. 
Per tutta la durata del Carnevale è dunque la vita stessa che recita, nell'insolita veste di coincidenza della sua forma reale con quella ideale.Una recita inusuale che abolisce ogni sorta di barriera o distinzione fra attore e spettatore:

"Al Carnevale non si assiste, ma lo si vive e lo si vive tutti poiché esso, per definizione è fatto dall'insieme del popolo". (17)

La celebrazione e la riaffermazione della vita, allora, non è altro che una rinascita, un rinnovamento del mondo intero a cui ogni individuo partecipa elaborando, in questo gioco di rovesci, delle speciali forme comunicative (verbali e non) che se da un lato riducono le distanze tra i soggetti, dall'altro infrangono volutamente quelle che sono le regole canoniche informate alla decenza e all'etichetta.


Il riso e l'oscenità si rivelano perciò quali elementi essenziali su cui costituire questo sistema comunicativo: il riso - gioioso e sarcastico nello stesso momento - manifesta la sua ambivalenza nella simultaneità dell'affermazione e della negazione, del seppellimento e della resurrezione. Il tono scherzoso dei dialoghi carnevaleschi attraverso la formula che inverte l'alto e il basso e l'enfatizzazione delle funzioni e delle dimensioni degli organi genitali, confuta il significato negativo di distruzione, tomba e degradazione di questi ultimi e li indica - quale parte vitale del corpo che feconda e genera - in termini di prosperità e rinnovamento. Tale meccanismo è alla base di una concezione del mondo non statica, immutabile o conservativa; esso cela bensì (anzi, in questo caso palesa) una visione del mondo in divenire, trasformativa, rigenerativa.

L'elemento osceno pervade anch'esso la morfologia relazionale carnevalesca; innanzitutto nel nuovo genere verbale che si instaura durante il Carnevale: caratteristica fondamentale è l'uso di imprecazioni blasfeme, espressioni ingiuriose, parolacce, bestemmie e spergiuri; insomma tutte quelle espressioni volgari e oscene vietate dalla comunicazione verbale ufficiale. Anche in questo caso l'abbassamento e la mortificazione, impliciti in siffatto linguaggio, presuppongono un rinnovamento e una rigenerazione:

"un'espressione come "vaffan....", umilia colui al quale è destinata (...) cioè lo spedisce nel "basso" corporeo topografico assoluto, nella regione degli organi genitali e del parto, nella tomba corporea (o nell'inferno corporeo) dove egli sarà distrutto e poi generato" (18).

Il clima che si instaura durante il Carnevale, dunque, risponde in maniera efficace ad un bisogno di rinnovamento che investe globalmente l'ordine culturale ormai saturo della sua immutabilità e quotidianità. La festa, allora, esplode e si organizza intorno a quegli elementi che consentono alla vita di rigenerarsi; sospende le umane attività affinché il loro ripristino dia maggior vigore all'opera dell'uomo; comporta, infine,

"il congedo del tempo consumato, dell'anno compiuto e, nello stesso tempo. L'eliminazione dei rifiuti prodotti dal funzionamento di qualsiasi economia, delle impurità connesse all'esercizio di qualsiasi potere". (19)


Riti Carnevaleschi - La Moresca - Il Carnevalone Liberato di Poggio Mirteto - Tornare a Tradizioni

NOTE BIBLIOGRAFICHE

(1) Rabelais, Gargantua e Pantagruele.
(2) G. B. Bronzini,: Percorsi demoantropologici nel medioevo magico e religioso. In G. Mazzoleni A. Santiemma - V. Lattanzi (a cura di) : Antropologia storica. Materiali per un dibattito. Euroma - La goliardica, Roma, 1995 (pgg. 168-169). 
(3) R. Caillois : "Teoria della festa" in Il Collegio di Sociologia. 1937-1939 a cura di Denis Hollier, Bollati Boringhieri, Torino, 1991 (pgg. 387-388). 
(4) J. G. Frazer, Il ramo d'oro, Newton Compton, 1992, Roma; pag. 649. 
(5) E. De Martino, Morte e pianto rituale, Bollati Boringhieri, 1997, Torino. 
(6) J. G. Frazer, op. cit.; pag. 651. 
(7) R. Caillois, op. cit.; pag. 388. 
(8) R. Caillois, op. cit.; pag. 388. 
(9) R. Caillois, op. cit.; pag. 387. 
(10) J. G. Frazer, op. cit.; pag. . 
(11) E. De Martino, La terra del rimorso, pag. 210. 
(12) G. B. Bronzini, op. cit.; pag. 165. 
(13) G. B. Bronzini, op. cit.; pag. 165. 
(14) G. B. Bronzini, op. cit.; pag. 169. 
(15) M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, Einaudi, 1979, Torino; pag.  9. 
(16) M. Bachtin, op. cit.; pag. 
(17) M. Bachtin, op. cit.; pag. 10. 
(18) M. Bachtin, op. cit.; pag. 34. 
(19) R. Caillois, op. cit.; pag. 389.

Il Carnevale 
di Dario Altobelli e Michele Di Geronimo

 


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