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Tarano

Come arrivarci:

  • Uscite dall'autostrada Roma - Firenze al casello "Magliano Sabina".
  • Percorrete la Flaminia verso Civita Castellana per ca. 3 km e girate a sinistra al bivio per Torri in Sabina, seguendo la ss.657.
  • Dopo 10-15 minuti c'è un bivio a sinistra per Tarano

 

Santo Polo:

 


Per Tarano il cui toponimo indica con una buona probabilità un sito posto alla confluenza tra due corsi d'acqua le prime notizie risalgono al 952, quando nel corso di una importante permuta di beni fondiari collocati nei pressi di Magliano, comparve come perito, bonus homo extimator, Sergio da Tarano, fatto questo che rende plausibile l'esistenza del castello prima di questa data. Nella stessa carta veniva anche citato Lupo de Darano, anch'esso, nonostante la storpiatura del luogo di origine, taranense.Gli interessi di Farfa in quest'area divennero consistenti nei primi decenni dell'XI secolo. Nell'aprile del 1027, infatti, Susanna,con il consenso del marito Attone, donò al monastero tutto ciò -castelli, chiese, vigne e terre- che aveva ereditato dal padre Landolfo e dalla madre Tassia. La donazione era di particolare ampiezza e consistenza dato che comprendeva beni tanto nel comitato di Sabina che in quello di Narni La carta non specificava nel dettaglio le quote concesse al monastero, ma la donazione dovette comprendere una parte consistente della Sabina settentrionale, ed in particolare i castelli di Tarano, di Mozzano, di Cottanello, di Vacone, di Asiniano e, nel comitato di Narni, di Configni.
Farfa dunque era venuta in possesso di una quota di cosignoria del castello di Tarano del quale non conosciamo la consistenza. L'importanza dell'insediamento dovette consigliare al monastero benedettino di intraprendere una campagna di sistematica acquisizione delle altre quote. Prima del 1036, infatti, fu venduta la metà del castello di Tarano al monastero di Farfa da parte di Berlengario di Pietro con la moglie Bizanna, insieme alla parte delle figlie Susanna e Franca, detta anche Erlengarda.
Susanna, inoltre, aveva sposato Giovanni figlio di Giovanni Bove, dal loro matrimonio nacque un figlio, Dono, il quale a sua volta sposò Tederanda. Due furono i figli generati da questo matrimonio: Donadeo e Gregorio, il grande cronista farfense vissuto a cavaliere tra XI e XII secolo. Le relazioni tra Tarano e Farfa appaiono significative per tutta la prima metà dell'XI secolo, mentre nella seconda metà il monastero benedettino sembrò perdere il controllo di gran parte di questi possessi. La fine del secolo XI sembra dunque segnare l'inarrestabile declino della presenza farfense nell'alta Sabina tiberina, senza che il potente monastero, coinvolto nel pieno della lotta per le investiture, fosse più in grado di controbattere gli usurpatori. Nel contempo i pontefici, a partire in particolar modo da Niccolò II, avevano iniziato ad estendere progressivamente il loro dominio all'interno del territorio diocesano attraverso una maglia sempre più fitta di castra specialia controllati direttamente che finì per soffocare i possessi farfensi in quest'area. Agli inizi del XII secolo Pasquale II, con il nuovo vescovo di Sabina, il cardinale Crescenzio, appartenenente alla omonima famiglia, mise in atto una nuova strategia per contrastare, controbilanciare e poi ridurre l'influenza farfense nella zona. La prima mossa nota fu quella di recarsi in Sabina.
Di questo viaggio, del suo itinerario e delle sue tappe ben poco conosciamo. L'unica cosa certa è che il 7 settembre del 1109, papa Pasquale II era a Tarano. Soggetto ormai alla santa sede, Tarano corrispondeva un censo di sei libbre di provisini, come registrato da Cencio camerario.Nel Duecento l'importanza di Tarano venne rapidamente crescendo. Nel 1823, per contrastare la spinta espansiva della nobiltà romana, Tarano fu costretto a contrarre una societas con il comune di Narni. L'accordo, che aveva una durata quarantennale, prevedeva che il castello Sabino facesse guerra e pace su richiesta della città umbra e inviasse un esercito contro qualsiasi nemico, tranne la Chiesa romana e Roma. Veniva promesso inoltre di non ospitare banditi e narnesi, di denunciarli per mezzo di lettere o di un nunzio, di garantire la sosta e il transito nel castello e nel territorio dei cittadini di Narni e delle loro robe e di non richiedere loro il pagamento di alcun pedaggio. Inoltre i taranensi avrebbero dovuto offrire e portare per la festa di S. Giovenale un cero di cera nuova del peso -cospicuo- di 40 libbre. Dalla sua parte il sindaco di Narni prometteva al castello di Tarano di difendere il territorio e i suoi uomini da qualsiasi nemico, tranne la Chiesa romana e la stessa Roma, Collevecchio, Castiglione e Magliano, di esercitare la giustizia nei loro confronti nel rispetto degli statuti cittadini e di far entrare e soggiornare gli uomini di Tarano in città, garantendo la sicurezza delle persone e delle cose, e di non ospitare banditi al castello, denunciandoli all'occorrenza. Il patto venne ratificato il 26 ottobre davanti al castello di Configni.
Che Tarano fosse tra i centri preminenti della Sabina in questo periodo, lo dimostra l'attenzione che i rettori del Patrimonio avevano per il rafforzamento della struttura difensiva del castrum, tanto da aver spesso ideato di costruirvi una rocca. Il primo accenno si ha nel febbraio del 1331, quando Giovanni XXII, rispondendo al rettore che ne aveva sollecitato un parere, si era dimostrato disponibile, se gli abitanti avrebbero voluto costruire la fortezza, a concedere un sussidio che doveva essere quantificato. Soltanto nel 1341, però, il problema fu nuovamente affrontato e la rocca fu costruita abbastanza rapidamente, dato che essa fu in parte danneggiata dal forte terremoto del 1349, che causò gravi danni in tutta l'Italia centrale. Subito riparata la rocca di Tarano, da questo momento il caposaldo principale della organizzazione difensiva della Chiesa in Sabina, sede quasi costante del vicario e del vicetesoriere, presidiata da una guarnigione stabile al comando di un castellano. Nel 1347 Tarano si sottomise; a Cola di Rienzo e si ribellò più volte, in particolare tra 1351 e 1352 e fu ricondotto all'obbedienza con grandi difficoltà per le resistenze opposte dal forte partito ghibellino, che trovava incoraggiamenti ed aiuti a Narni. In questo periodo, come attesta il registro camerale del cardinale Albornoz del 1364 Tarano era riuscito ad estendere il suo dominio sui vicini castelli di Cicignano, di Fanello e di Montebuono. Il declino di Tarano come libero comune ebbe inizio nel 1372, quando fu infeudato a terza generazione ad un nobile perugino, Francesco degli Arcipreti, che faceva parte di una famiglia fortemente legata alla Chiesa. Nel 1392 papa Bonifacio IX giunse a Tarano nella mattinata del sabato 4 ottobre, dove sostò anche la domenica. Ripartito da Tarano il lunedì, nella stessa giornata raggiunse Narni, dopo aver confermato i diritti distrettuali su Cicignano.
Nel 1399 Paolo Savelli, per recuperare un credito di 20.000 fiorini che il padre Luca vantava con papa Benedetto XI, occupò con la violenza il castello di Tarano. La mediazione del duca di Milano, Giangaleazzo Visconti fu abbastanza lunga e si concluse soltante il 23 maggio del 1401, quando si giunse ad un compromesso sulla restituzione dei castelli oggetto della controversia, tra i quali Tarano. Il dominio dei Savelli sul castello si concretizzò nel maggio del 1409 quando Gregorio XII infeudò, a terza generazione, Tarano e Montebuono a Battista Savelli. Il 1° luglio del 1410, Giovanni XXII confermò l'infeudazione.Da segnalare, tra l'altro, la presenza sullo scorcio del medioevo anche di una forte comunità ebraica che aveva la sua sinagoga, poi cristianizzata come S. Maria della Stella. La signoria dei Savelli su Tarano si protasse, tranne una breve parentesi, agli inizi del Cinquecento (1501-1503) quando Alessandro VI lo diede in feudo a Giovanni Paolo Orsini, fno al 1581, alla morte senza eredi legittimi di Onorio Savelli. Il feudo fu confiscato dalla camera apostolica insieme a Montebuono e Rocchette. Una nuova, ma breve, parentesi feudale si ebbe nel 1727 quando Benedetto XIII concesse Tarano a Luzio Savelli come vitalizio. Nel 1817 Tarano, 301 abitanti, era appodiato di Montebuono.
Divenuto comune autonomo, nel 1853 Tarano aveva raggiunto le 411 anime, 53 delle quali sparse per la campagna, 82 le famiglie, 81 le abitazioni. Nel paese c'era un forno, un macello, una rivendita di sali e tabacchi, un chiavaro, dei calzolai e dei vetturali, un maestro di scuola, una maestra pia e una mola a grano dei Valentini. L'assistenza sanitaria era assicurata da un medico, che aveva uno stipendio annuo di 180 scudi più la casa e dalla farmacia Ranuzzi.
Due fonti di acqua perenne si trovavano nei pressi del paese e loro acque si raccoglievano in due ruscelli che serpeggiavano intorno all'abitato. La principale veniva chiamata del lavatore, perché nei pressi della porta urbica alimentava un lavatoio per le donne. Nei dintorni di Tarano c'erano delle fabbriche di stoviglie d'argilla e diverse fornaci di tegole e mattoni. Due le fiere, una il 26 maggio, festa di S. Filippo Neri, l'altra il 2 settembre, festa di S. Antonino. Il protettore era S. Giorgio, che si festeggiava il 23 di aprile. Una delle glorie che vanta Tarano nel campo religioso è rappresentata dal domenicano Matteo, che assunse il nome con il quale è passato alla storia entrando nell'ordine domenicano. Matteo studiò brillantemente diritto presso l'ateneo di Bologna, addottorandosi in utroque iure. Diffusasi ben presto la sua fama, egli sarebbe stato chiamato a far parte della curia del re Manfedi, svolgendovi, a quanto sembra, funzioni giudiziarie fino a raggiungere le più alte cariche della burocrazia regnicola. Nel 1266 partecipò alla battaglia di Benevento, rimasto ferito negli scontri tanto da essere abbandonato sul campo come morto, Matteo fece voto di abbracciare la vita religiosa se fosse riuscito a salvarsi. Miracolosamente scampato, si rifugiò in Sicilia dove entrò negli Agostiniani dopo aver celato la propria identità. Lasciata subito la Sicilia, si trasferì nel senese andando a vivere presso alcuni romitori che sorgevano sulle montagne della regione.
Da una vita particolarmente povera e misera, lo trasse una dotta memoria da lui compilata in difesa degli Agostiniani di Rosia. Il priore generale degli Agostiniani, Clemente da Osimo, lo consacrò sacerdote e lo volle con sé a Roma, affinché lo coadiuvasse nella reversione delle costituzioni dell'ordine. Nel contempo, Agostino era stato chiamato da papa Niccolò IV al suo fianco come confessore a penitenziere apostolico, incarichi che furono da lui ricoperti per circa dodici anni. Circondato dalla stima generale, tanto nell'ordine, quanto al suo esterno, Agostino, benché assente, fu eletto priore generale dell'ordine nel capitolo di Milano del maggio del 1298, con Bonifacio VIII che ne ratificò immediatamente la nomina, costringendolo in tal modo ad accettare la carica. Il suo governo fu contraddistinto da grande carità e da innovazioni di un certo rilievo, come la divisione della regione germanica province. Agostino, però, dopo appena due anni, convocò a Napoli un nuovo capitolo generale per rassegnare la carica. Nonostante gli attestati di stima ricevuti da re Carlo II, che in quest'occasione donò all'ordine agostiniano la testa di S. Luca evangelista, e le insistenze dei confratelli che si rifiutavano di eleggere il suo successore, respinto anche il pressante invito di Bonifacio VIII che lo voleva in curia presso di sé, Agostino si ritirò in solitudine presso l'eremo di S.Leonardo al Lago vicino Siena ai pressi del convento del Lecceto. Il recesso dal mondo non gli impedì tuttavia di praticare l'apostolato e di dedicarsi alla stesura della costituzione per i frati dell'ospedale senese della Scala. Agostino si spense il 19 maggio del 1309, o del 1310 secondo altri, in fama di santità e fu sepolto nella chiesa di S. Agostino a Siena. L'emergenza più significativa che caratterizza lo spazio urbano di Tarano è costituita dalla chiesa di S. Maria, le cui strutture hanno subito anch'esse significativi e profondi mutamenti che ne hanno alterato l'impianto e le forme originari.

La chiesa nacque agli inizi del XII secolo per rispondere ad una serie diversa di esigenze, tra le quali una parte non certo irrilevante lo ebbe la ricordata campagna di costruzione o di trasformazione di chiese avviata in Sabina Crescenzio, nell'ambito di una più complessa strategia anti-farfense condotta da Pasquale II. Un'epigrafe murata sul campanile porta iscritta la data dell'8 settembre del 1114. Non è chiaro a cosa si riferisca questa questa notazione cronologica. Probabilmente ricorda l'anno di costruzione della torre nolare. La facciata della chiesa, oggi fortemente asimmetrica, mostra le tracce di numerosi interventi, il più importante dei quali dovette avvenire nel Duecento, quando la chiesa, originariamente ad una sola navata, fu ampliata, per rispondere alle aumentate esigenze della popolazione fortemente cresciuta, con due navate laterali. Questo intervento comportò l'inglobamento della torre nolare, originariamente distaccata dalla facciata, della quale si dovette chiudere una monofora, oggi ben visibile sulla testata della nave. Nel contempo per sorreggere la navata di destra fu necessario creare una sostruzione, che fu utilizzata per ricavare una serie di botteghe digradanti a secondare il ripido pendìo. A questo stesso periodo deve essere, a mio avviso, attribuito anche l'inserimento del rosone cosmatesco che sovrasta il portale con lunetta affrescata, coevo. Al centro della facciata, ma nella fase post medioevale, è reimpiegato un frammento di scultura raffigurante satiro, forse Pan, ed una ninfa. Ulteriori interventi hanno modificato in modo radicale l'edificio che assunto una forma trapezoidale a terminazione rettilinea di gran irregolarità. L'interno della chiesa mostra con chiarezza ed evidenza il susseguirsi di molteplici interventi maggior o minore complessità che hanno interessato a più riprese l'edificio sacro, alternandolo e trasformandolo. La navata destra, subito dopo la prima parte occupata dalla torre campanaria e da una cappella d'età barocca, è partita da due arconi a sesto ribassato, sorretti una colonna di spoglio, sormontata da un capitello a foglie lanceolate, inquadrabile cronologicamente in XII secolo, un altro capitello simile si trova a sinistra entrando, poggiato sopra uno spezzone di colonna. Una cornice marmorea orna uno dei pilastri che regge l'ultimo arco a sesto acuto. La decorazione preponderante si ispira a motivi fitomorfi nella parte che guarda verso la navata centrale.

Nella parte opposta ai motivi fitomorfi alternano anche figure zoomorfe rese in modo abbastanza rozzo. Un'aquila ed un giglio ornano il lato rivolto verso la torre campanaria. Anche la decorazione pittorica mostra il sovrapporsi, spesso disordinato, di intervento susseguitisi nel tempo. Di notevole rilevanza un santo, forse S. Bartolomeo, secondo l'interpretazione avanzata dalla Pessa, frammento di affresco della seconda metà del XIII secolo. A scuola assisiate è invece attribuito il maestro che raffigurò la crocifissione intorno alla metà del XIV secolo, dipinto di notevole livello qualitativo.
Particolarmente importante anche il convento di S. Francesco, oggi per gran parte diruto, costruito nel Duecento, che aveva raggiunto rapidamente un indubbio prestigio, tanto da essere scelto come sede per un importante arbitrato tra le città di Rieti e di Narni nel 1299.

 

Santo Polo

Il castello di Santo Polo compare per la prima volta nella documentazione farfense nel gennaio del 1102, quando, nella locazione a terza generazione che l'abate Beraldo II fece al presbitero Giovanni ed ai fratelli, Rustico, Pietro e Berizone figli di Berardo del gualdo di S. Anatolia, sito nelle pertinenze di Mozzano, come confinanti sono citati, tra gli altri, toti seniores de Sancto Polo, una proprietà comune quindi a tutti i condomini del castello, che nel 1192 doveva corrispondere alla camera apostolica un censo di annuo di sei libbre di provisini.

Nel territorio di Santo Polo aveva consistenti interessi il monastero di S. Andrea in Flumine che vi possedeva diversi beni fondiari che gravitavano intorno alla chiesa dipendente intitolata a S. Vittoria, che era archipresbiterale, ma senza cura d'anime. L'archipresbitero era coadiuvato da numerosi chierici e la sua elezione spettava al monastero transtiberino. Nel 1347 Santo Polo aderì alla rivolta romana capeggiata da Cola di Rienzo, che nominò un podestà e rettore. Nel 1368 il castello, insieme ad altri, fu infeudato a seconda generazione mascolina da papa Urbano V a Francesco e Buccio Orsini, figli del defunto rettore del patrimonio Giordano. Rimasto, pur con alterne vicissitudini, nel patrimonio degli Orsini, fu incamerato nel 1604 alla morte di Enrico Orsini, marchese di Stimigliano. Il figlio legittimato contestò la decisione, la controversia si mantenne a lungo ed ebbe termine soltanto nel 1641 quando gli Orsini rinunciarono alla prosecuzione della vertenza. Nel 1871, Santo Polo, 235 abitanti, era appodiato di Montebuono. Divenuto poi appodiato di Collevecchio, nel 1853 Santo Polo contava 307 anime, delle quali 54 vivevano in campagna, 63 le famiglie, 67 le abitazioni. La chiesa parrocchiale era dedicata ai SS. Pietro e Paolo ed era dotata di organo, fa festa popolare veniva celebrata per il patrono San Barnaba l'11 giugno. Nel paese, che conservava ancora le mura, erano presenti un macello, una pizzicheria, un calzolaio ed una mola a grano dei Piacentini.

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L'apparizione della Madonna della Noce a S. Polo

Il territorio sampolese fu teatro tra il 9 ed il 10 giugno del 1505 di apparizioni miracolose delle quali fu testimone una contadinella di nome Giovanna, figlia di Lodovico di Michele di San Polo. Mentre la giovane era intenta a lavorare il campiello di famiglia, ecco apparirle al di là una siepe a poco più di tre passi, un giovane frate vestito come i padri serviti, con la tonaca, con la cocolla ed il cappuccio in testa e con la "pazienza" dal collo ai piedi. Il servita recava in mano una grossa corona caratteristica del suo ordine ed utilizzata per pregare la Madonna e salutò la giovanetta con il consueto formulario, pronunciando la frase "Ave Maria".

La ragazza, nonostante fosse rimasta stupefatta e colma di paura, rispose al saluto. Il religioso la rassicurò benedicendola e le chiese quali fossero le rendite del campicello. Giovanna, messa a suo agio dai modi gentili del suo interlocutore, rispose che le speranze di ottener frutti dalla coltivazione della terra, pur effettuando i lavori con grande cura, erano molto scarse. Il servita rispose che le comunità sampolese avrebbe meritato dolorose punizioni per il suo cattivo comportamento e solo l'intervento misericordioso della Madonna aveva impedito che Dio scagliasse la sua ira contro di essa facendo straripare il fiume in piena, allagando di conseguenza i campi e distruggendo i raccolti. Perciò i sampolesi dovevano digiunare il venerdì successivo a pane ed acqua in ossequio a Dio che aveva ascoltato le suppliche della Vergine e risparmiato il paese da una grave calamità per le sue colpe e per i suoi peccati. L'incarico di far giungere questo messaggio alla popolazione locale fu affidato dal giovane frate a Giovanna che, però, si rifiutò temendo di non essere ascoltata. Al diniego, il diniego, il servita benedisse la ragazza e sparì.

Il giorno successivo, martedì, la giovane contadina stava per recarsi a sciacquare un panno alla fontana del paese, quando, quasi ispirata da una premonizione, decise di tornare ai campi di famiglia dove il giorno prima le era apparso il frate. Qui giunta, lavò nelle acque del ruscello il panno e lo stese ad asciugare al sole e si mise a mondare il miglio vicino ad un'alta e maestosa pianta di noce cresciuta spontaneamente. All'improvviso Giovanna si sentì chiamare per nome. Esterrefatta la giovane alzò lo sguardo e vide tra i rami del noce una Signora di inaffidabile bellezza e tutta splendente. La Signora era vestita come le suore del Terz'Ordine dei Servi di Maria ed indossava una veste nera, cinta ai fianchi, un nero ed ampio mantello le copriva il capo, mostrando appena due lunghe chiome di capelli dorati che le scendevano sugli omeri e sul petto. Il viso della donna era di particolare bellezza, ancorché rigato dal pianto.

Giovanna percepì con immediatezza di trovarsi di fronte alla Vergine Maria, si inginocchiò e incrociò, tremante per lo spavento, le braccia sul petto. La Beata Vergine la calmò subito e le chiese dolcemente quale fosse stato l'effetto dell'apparizione del suo servo il giorno precedente. Al silenzio della giovane, Maria soggiunse di chiamare il prete di San Polo, di ingiungergli a suo nome di suonare le campane e di radunare tutto il popolo, di fargli la predica e di invitarlo: 1- a ravvedersi; 2- a confessare i propri peccati; 3- a perdonare le offese ricevute; 4- a fare tre giorni di devote processione; 5- ad osservare i giorni festivi, rispettando l'obbligo di partecipare alla santa messa; 6- a rispettare scrupolosamente tutti gli altri precetti della Chiesa; 7- a non trascurare in particolare le feste dedicate alla Madonna. Se i sanpolesi avessero eseguito gli ordini ricevuti sarebbero stati felici, altrimenti guai a loro.

Mentre stava pronunciando queste parole, la Vergine scoprì il suo petto lacerato da flagelli e mostrò le ginocchia sanguinanti implorando la giovane di riferire le sofferenze da lei sopportate per placare l'ira di Dio, sdegnato contro gli abitanti del luogo, e di raccontare quanto aveva visto ed udito da quel noce. Dato che Giovanna si stava attardando a piegare il panno ormai asciutto, la Madonna la incitò a lasciar perdere ed correre in paese ad eseguire i suoi ordini. La contadinella fuggì di corsa a San Polo per rivelare quanto era accaduto nei due giorni. Tornata poi sul campo trovò la tela già piegata. Da queste ierofanie nacque dunque la devozione per la Madonna della Noce.

 

Testi del Prof. Terzilio Leggio
Foto di Enrico Ferri
Si ringrazia il Parroco don Enzo Cherchi per la collaborazione

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