ALLA SCOPERTA DI
UN GIOIELLO DELLA SABINA
La nascita
Palazzo Camuccini, situato sulla omonima piazza, in Cantalupo
in Sabina nasce, così come lo vediamo, per volere di un grande
personaggio della famiglia Cesi, il Cardinale Pierdonato (1521-1586).
Il nipote del Cardinale, Marcantonio Cesi, aveva sposato nel 1566 Paola
Savelli figlia di Tullo Ostilio, la quale nella sua dote matrimoniale,
stimabile in ottomila Scudi, portava al marito il Castello di Cantalupo.
Nello stesso anno del suo matrimonio Marcantonio moriva lasciando erede
del castello formalmente il fratello Paolo Emilio, mentre in realtà
il vero proprietario ne fu lo zio Pierdonato, allora Vescovo di Narni.
L'antico castello dei Savelli aveva una dimensione severa e quasi militare,
munito di torri angolari e muri a scarpa. Fu edificato su un preesistente
fabbricato di epoca romana. Conferma di ciò lo possiamo trovare
attraverso i resti di mura romane presenti nelle fondamenta dell'edificio.
Altri resti romani sono stati rinvenuti nelle abitazioni che circondano
la piazza antistante, venuti alla luce con i bombardamenti dell'ultima
guerra.
Pierdonato Cesi volle trasformarlo in una dimora più moderna, dalle
forme rinascimentali, promuovendo una serie di lavori che si protrarranno
dal 1566 al 1579, seguendone personalmente tutte le fasi di ricostruzione
e decorazione in un momento cronologico che coincise fra l'altro con una
sua ascesa personale il passaggio da Vescovo di Narni a Cardinale del
titolo di San Vitale nel 1570, e la successiva importanza curiale favorita
da Gregorio XIII Boncompagni a partire dalla sua elezione pontificia nel
1573.
Nella ricostruzione del Castello Savelli di Cantalupo una parte dell'edificio,
quella verso la valle, rimase pressoché integra nei suoi volumi
originali, mantenendo finanche i torrioni d'angolo, mentre il prospetto
venne arricchito di una facciata in travertino, sviluppata su due livelli
di portico e loggia, quasi un apparato architettonico teatrale, che conferì
un sapore tutto diverso al precedente edificio. Dai mandati di pagamento,
rintracciandoli in vari fondi archivistici si conoscono molti nomi delle
numerose maestranze che presero parte alla costruzione, e se ne ricava
anche il nome dell'architetto che provvide al piano di riorganizzazione
degli interni e disegnò la nuova situazione frontale, Giovan Domenico
Bianchi.
Di origine milanese, risulta essere in questo momento l'architetto di
famiglia dei Cesi, tanto che dal 1565 è documentato come esecutore
forse su un progetto iniziale di Guidetto Guidetti, del prospetto verso
il giardino nel palazzo Cesi in Acquasparta, molto simile nella doppia
suddivisione in altezza di portico e loggia, nell'uso di materiali, nella
grafia architettonica alla facciata del palazzo di Cantalupo.
D'altronde tra il ramo Cesi di Acquasparta, dal quale trae origine il
famoso Federico (1585-1630), fondatore dell'Accademia Lincea e quello
dei Cesi di Cantalupo intercorrevano rapporti di stima reciproca e buona
colleganza parentale. Molti dei materiali con i quali si realizzarono
i nuovi ambienti del palazzo, il legname ad esempio oppure le mattonelle
in cotto per i pavimenti, provenivano direttamente da proprietà
terriere e piccole industrie del Cardinale, e, sotto la supervisione del
Bianchi, maestri del legno, come Stefano Possenti e Costantino di Costantino
da Piediluco, o artigiani del cotto come Paolo de Canon, provvidero a
mettere in opera raffinati soffitti intagliati nell'appartamento del piano
superiore o pavimentazioni eleganti dove le mattonelle formavano disegni
geometrici o araldici.
Nell'appartamento del pianterreno le volte di cinque sale vennero completamente
affrescate con soggetti che ancor oggi servono ad identificarle: il salone
di Pierdonato, le sale della Liberalità di Giove ed Europa, di
Apollo e Dafne di Diana e Atteone.
Mentre per il lavoro architettonico i documenti hanno trasmesso in gran
parte i nomi degli artefici, per quanto riguarda la decorazione pittorica
nessuna indicazione d'archivio viene a sorreggere la paternità
di un lavoro molto esteso e di alta qualità formale. Si può
comunque presupporre la presenza di un vero e proprio cantiere che tra
il 1572 e il 1577 provvederà a dipingere paesaggi, grottesche,
figurazioni allegoriche secondo un gusto che contemporaneamente si ritrova
nell'ambiente figurativo romano delle Committenze di Gregorio XIII.
Escludendo la tradizionale ma non sostenibile operatività di artisti
Luccareschi si deve per il momento constatare la evidente diversità
di mani ed anche , soprattutto nelle sontuose decorazioni a grottesche
e nei cartigli e placche figurati, spesso con insistite punte di erotismo.
Una cultura figurativa che si potrebbe chiamare "nordica" e
di derivazione dalle grandi imprese di Caprarola.
Sulle volte affrescate ricorre spesso lo stemma dei Cesi e tra le figurazioni
a grottesche è possibile leggere allusioni continue alla pianta
araldica della famiglia: il Corniolo.
Nel salone d'ingresso al centro del soffitto un probabile ritratto di
Pierdonato circondato da allegoriche figure di virtù rimanda all'importante
committente che tanta parte avrà avuto nella impostazione generale
dei temi pittorici prescelti.
Il palazzo di Cantalupo, alla morte di Francesco Maria Cesi ultimo del
suo ramo, andò in eredità ai Cesi di Acquasparta, i quali
vendettero nel 1697 il feudo al Marchese Guido Vaini. A tale personaggio
si devono numerosi cambiamenti che però non influirono sulla struttura
generale voluta da Pierdonato Cesi.
Dai Vaini il feudo passò ai Lante della Rovere, fino a che nel
1804 non fu acquistato dal Patriziato Sabino. Dopo alterne vicende dovute
all'avvento del governo francese e alla successiva restaurazione, nel
1820 Cantalupo fu comprato dal Marchese Filippo Simonetti, da lui passò
a Pietro Bruno di San Giorgio e nel 1840 al Principe Enrico Felice de
Podenas dal quale nel 1862 lo rilevò Giovan Battista Camuccini
figlio del celebre pittore Vincenzo.
Descrizione del Palazzo
Iniziamo con il complesso dei fabbricati, di proprietà
del barone pro tempore, esistenti nella Piazza "in Foro, vulgo piazza
del Moscatello, sic a proceribus nostris nuncupato".
Il complesso era costituito dal palazzo Baronale, in cui abitava il Barone,
il Palazzo del Governo (Palatium Guberni) dove abitava il Vicario o Governatore,
il Palazzo del Bargello (Residentia Birrariorum) in cui abitava il Bargello
con la famiglia e gli Sbirri.
La prima descrizione del Palazzo la troviamo nel 1798 nell'atto di possesso
del cittadino D. Vincenzo Lante dei beni del patrimonio del feudo: "un
palazzo composto di tre appartamenti in numero di trentotto stanze dentro
la med/ma Terra di Cantalupo, con cantina ed altre otto stanze annesse
ossia sotterranee al md/mo Palazzo in contrada la Piazza, conf/e da un
lato la Chiesa parrocchiale e dalli altri lati la strada e i muri castellani
con passetto che conduce alla sud/a Chiesa Parrocchiale".
Il palazzo conserva col nucleo abitato circostante lo stesso rapporto
urbanistico del preesistente castello medievale, conservando torri e bastioni
solo come motivi ornamentali. Presenta inoltre testimonianze di una costruzione
medievale con tratti di cintura muraria e torri quadrate.
Riportiamo il saggio di G. C. Verani che sembra dare conferma a quanto
sopra riportato circa la disputa sull'autore del Palazzo: "l'architetto
ducale, il valente milanese Giovan Domenico Bianchi, ripeté nel
paese sabino il disegno già concepito per il Palazzo di Acquasparta,
solo invertendo l'ordine dei prospetti.
La facciata del Palazzo di Acquasparta diviene così la parte postica
del Palazzo di Cantalupo e i grandi fornici del portico e della loggia
posteriore dell'edificio umbro si trasformano nella nobilissima fronte
del palazzo eretto nel paese sabino, sostituendo alla minacciosa e chiusa
mole dell'antica rocca il ritmato e pacato gioco di pieni e di vuoti risolto
con netto ed accogliente prevalere dei secondi sui primi, quasi a simboleggiare
lo spirito ospitale ed il benevolo e fiducioso governo signorile della
generosa casata patrizia.
A questo dunque la Sabina è debitrice del più nobile monumento
di architettura civile, anche se il suo autore non fu il grande Jacopo
Vignola, come tuttora si crede e si afferma, e neppure il vignolesco Guidetto
Guidetti, ma un altro meno conosciuto e non per questo meno egregio seguace
del Maestro emiliano.
Sorti entrambi nel tardo cinquecento, i Palazzi Ducali di Acquasparta
e Cantalupo si ispirano fedelmente alle severe e composte forme vignolesche
nella facciata del primo e nella parte postica del secondo, serbando un
ricordo di forza marziale nei due avancorpi che riecheggiano, attenuatissimo,
l'aggetto dei bastioncelli del Palazzo Farnese di Caprarola o dei torrioni
della castellina di Norcia.
Invece lo spirito delle classiche ispirazioni bramantesche e sangalliane
è ancor vivo nel duplice ordine di fornici del portico e del loggiato,
nelle gravi lesene decorative doriche e joniche, nel vivace contrappunto
chiaroscurale delle balaustre, mitigato dalle larghe pause dei plinti
e legato alla misurata cadenza di luci ed ombre alterne, create da pilastri
e da arcate".
Il Palazzo Cesi, creato quale residenza e abitazione del Principe feudatario
e successivamente dei Signori che acquistarono l'ex feudo di Cantalupo,
fu trasformato dal Barone Giovan Battista Camuccini in Museo.
Palazzo Camuccini presenta il prospetto anteriore quello che dà
sulla piazza, costituito da un portico cinquecentesco a due piani sovrapposti,
portico e loggiato, "due ordini di sovrapposte logge arcuate, con
decorazioni di pilastri di dorica e jonica simmetria, coronate da ricca
cornice su cui si rileva l'attico. Tutto il fabbricato è decorato
con bell'ordine di finestre su tre piani, poggiando nella parte posteriore
sulle due grandi torri quadrate appartenenti all'antico castello feudale;
l'interno è diviso in vaste e bellissime sale".
Procediamo ora alla illustrazione delle varie sale.
Dal porticato si entra nell'androne a piano terra da cui si ha l'accesso
alle sale di questo piano, mentre un'ampia scalinata conduce al piano
superiore.
1a Sala
o Sala del Cardinale
Nella prima sala, al centro della Volta, è
effigiato il Cardinale Pier Donato Cesi mentre incarica due pittori di
affrescare il palazzo: probabilmente Iacopo e Federico Zuccari, all'epoca
già attivi nel Palazzo Farnese di Caprarola.
Ai lati del riquadro centrale, compaiono figure allegoriche che celebrano
le caratteristiche del committente e della sua famiglia: la Cognizione,
la Sapienza Universale, il Tempo, la Fama, la Castità.
Sulle Volte dipinte ricorre spesso lo Stemma dei Cesi: 5 monti sormontati
da un albero di corniolo. Fronde di Corniolo si rincorrono lungo tutto
il ciclo degli affreschi unitamente ad altri elementi decorativi.
Al di sopra della porta è effigiata la preesistente Rocca dei Savelli.
In tutto l'ambiente si respira un'aria molto sofisticata dovuta all'intelligenza
culturale della famiglia Cesi.
Tutti gli affreschi sono stati sempre chiamati Zuccareschi ma, recenti
studi, tendono ad attribuirli ad una vera e propria bottega d'arte, composta
da molti pittori di origini diverse, operanti anch'essi al Palazzo Farnese
di Caprarola. Nelle vedute paesaggistiche si notano elementi pittorici
nordici che rimandano alla Scuola di Paul Brill, artista importante, presente
a Roma all'epoca di Papa Sisto V.
Sulle pareti troviamo opere del pittore neoclassico Vincenzo
Camuccini: il vasto cartone rappresentante la morte di Virginia; sulla
parete opposta quello della Cornelia, il S. Orso e la Giuditta, la Pietà,
il Padre Eterno.
2a Sala
o Sala della Liberalità
Nella parte centrale della Volta la decorazione:
una figura femminile seduta, con un diadema, che lascia cadere dalla mano
destra una pioggia di denari. Il piede di lei poggia su un gradino marmoreo
con incisa la parola Liberalitas, che dà il nome alla sala.
In un riquadro a fianco della Liberalità c'è un monocromo
color oro, che rappresenta una giovane donna che tiene in mano un oggetto
circolare forato che sembra un setaccio. Esso è il mito della Vestale
Tuccia, effigiato mentre la fanciulla porta l'acqua del Tevere al Tempio
di Vesta.
Sul pavimento a mattoni è rappresentato nuovamante lo stemma Cesi.
In questa sala sono effigiate anch le allegorie della Sapienza e delle
Virtù.
3a Sala
di Diana e Atteone o Biblioteca
In un rettangolo centrale contornato da decori e grottesche
è rappresentato Diana che punisce Atteone cangiandolo in cervo.
Nei riquadri laterali compaiono coppie di personaggi: Apollo, Chirone,
Saturno, Venere, Cupido, Marte e Mercurio con i loro rispettivi attributi.
Da evidenziare, in questa Sala, il carattere agricolo su cui regna il
Castello. Infatti rappresentati tutti i cicli stagionali con le loro caratteristiche
simboliche; di particolare originalità e raffinatezza sono le figure,
che nascono vegetali, per trasformarsi, con estrema fantasia, in donne
dal volto maschile.
In questi affreschi affiorano anche gli elementi erotici che ci fanno
pensare al pittore Bartolomeus Stranger, operante a Roma ed aggregato
agli Zuccari.
4a Sala
di Giove ed Europa o Archivio
Al centro della Volta una fanciulla, Europa, seduta
sulla schiena di un toro, Giove.
Nei riquadri laterali sono rappresentate le quattro stagioni.
Agli angoli quattro figure femminili alate fitomorfe. In due piccoli rettangoli
compaiono zuffe di Tritoni.
Venere, Cerere, Bacco e Vulcano sono le divinità riferentesi al
tema delle metamorfosi stagionali.
Probabilmente questa stanza veniva usata per ricevere ospiti, quindi,
qui esisteva un salottino.
Di interessante la biblioteca e l'archivio baronale di Cantalupo, contenente
le corrispondenze del 1400 e 1500 dei Savelli, Signori di Cantalupo, del
cardinale Pierdonato Cesi, molte altre dirette a Podestà e Governatori.
Inoltre Atti Civili e Criminali di Cantalupo dal 1500 sino al 1818.
Vi sono conservati interessanti autografi dal 1500 ai giorni nostri, tra
i quali: testamento autografo di Scipione da Gaeta (1582), autografi di
Urbano VIII (1623-1644), di Pier Soderini (1535), di Inico Piccolomini,
del cardinale Baronio (1671), di Miel (1564) famoso pittore. Autografi
ancora di Papi, Imperatori e Re, nonché personaggi della politica,
delle arti e delle lettere quali: Buonarroti, R. Sanzio, Thorwalden, Canova,
Pellico, Mazzini, Carducci, D'Annunzio.
5a Sala di Apollo e Dafne o Torre
Il mito di Apollo e Dafne domina la Volta, mentre nei piccoli
riquadri sono rappresentati Satiri e Ninfe.
Ai lati immagini di luoghi preposti all'esercizio della religione.
Qui si nota l'interesse del Cardinale Pierdonato Cesi sia per l'antichità
che per la classicità.
Nel mezzo della scala il busto marmoreo di Vincenzo Camuccini, opera del
Cav. Fabris.
Nella sala studi ad olio aventi per soggetto parti anatomiche, teste,
gambe, braccia, estremità, etc. di misura doppia del vero.
Piano superiore
Nel loggiato statue e bassorilievi di pregio. In una vasta
sala un grande camino eseguito su disegno del Barozzi. Le pareti sono
decorate da usci con stipiti e cornici, finite da busti antichi.
Nella sala attigua, la Sala d'armi vi sono raccolte armi ad asta, alabarde,
partigiane, coltelli da breccia, picche, lance, ronchetti, bidenti, etc.
Su appositi supporti, otto superbe armature. Inoltre spingarde, archibugi
da miccia, a ruota semplice e doppia, una rivoltella a tre colpi, elmi,
spadoni, mazze; un mortaio del 1350, un cannone a mano del 1500, primo
esempio di caricare dalla culatta con congegni di cunei di legno, che
rivendica all'Italia questa invenzione, completano la collezione.
La camera da letto con mobili antichi, tra i quali uno scrigno ed una
cassa del '500 e '600, castellane del palazzo, uno stupendo letto a baldacchino,
dove si racconta che abbia dormito il famoso eroe dei due mondi: Giuseppe
Garibaldi, durante la sua ritirata da Roma.
Infine in un'altra sala: stoviglie e utensili dell'epoca romana, frammenti
di figure e ornamenti, medaglie del secolo XV, frammenti di terrecotte,
una testa di Tiberio, un bassorilievo, un candelabro con fogliame e grappoli
d'uva, un ermafrodito in terracotta, un busto di donna, statua di Commodo,
testa di Settimio Severo, una raccolta di anelli d'oro e di bronzo.
Tra i mobili antichi: tre tavoli di ebano intarsiati d'avorio, uno con
lo stemma dei Savelli, altri con i fatti di Giuseppe Ebreo, con lo stemma
dei Cesi, due orologi con le mostre dipinte, una dal Furno e l'altra dalla
scuola di Albano.
Infine ricordiamo due filatoi; nel vestibolo una antica portantina per
dame.
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