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Abbazia di Farfa

Come arrivarci:

  • Uscite dall'autostrada
    Roma - Firenze al casello "Roma Nord".
  • Prendete la superstrada fino a Passo Corese e poi seguite le indicazioni per Fara in Sabina.
  • proseguite verso Toffia e poi girate a sinistra per l'Abbazia.
ingresso principale
L'Abbazia di Farfa si trova nel comune di Fara in Sabina. Per saperne di più su questo comune, visitate la pagina
Fara in Sabina.

Orario dell'apertura al pubblico:
feriali: 9.30-13.00 /15.30-18.00
festivi:10.0-13.00 /15.00-18.00
lunedì chiuso
tel. +39 0765 277065

 

Basilica

Foto di Toni Garbasso tratta dal libro "La Valle del Farfa"

 

Un pò di storia

Farfa, due sillabe, un gran nome; un piccolo borgo, un grande ricordo! Il nome le viene dal fiume FARFA che scorre non lontano; il Farfarus di Ovidio, il Fabaris di Virgilio. Numerosi reperti archeologici antichi e recenti confermano la tradizione che dove oggi sorge l'Abbazia esistesse un tempo un santuario alla dea Vacuna ed una villa; (forse dell'Imperatore Comodo- II secolo d.C.). Un sarcofago, riadoprato nel Medio Evo per sepoltura dell’Abate Berardo, ed un puteale con battaglie di Amazzoni, sono ora nel Museo di Perugia. Recentemente è tornato alla luce un magnifico sarcofago romano ( II sec.) con scene guerresche, molto ben conservato, anch'esso forse servito per la sepoltura dei monaci. Nella parte superiore della facciata, tolto l'intonaco, si possono oggi osservare quattro frammenti di sarcofagi pagani e cristiani usati nel sec. XV come materiale di costruzione. Dunque la fede cristiana è ben presto professata anche a Farfa. Altro materiale archeologico è conservato in un lato del chiostro grande, in attesa di migliore sistemazione.

Sarcofago

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La fondazione

San Lorenzo Siro è considerato il primo fondatore di Farfa. Giunto in Italia dalla Siria con la sorella Susanna ed alcuni monaci, si era stabilito dapprima sul monte Luco, sopra Spoleto, inaugurandovi la vita eremitica e diffondendo tutto intorno il santo Vangelo. Passò quindi ad evangelizzare la Sabina, confermando ovunque la sua predicazione con frequenti miracoli, onde fu detto l'Illuminatore per le guarigioni dalle malattie degli occhi e il Liberatore per la liberazione dai dragoni che infestavano quelle zone. Desideroso ormai di quiete, pose lo sguardo sulle amene colline della vallata del Farfa, sul monte Acuziano, alle cui falde il deserto tempio di Vacuna e l'abbandonata villa romana andavano in rovina. Qui fermò il piede, qui riprese con i suoi compagni la vita eremitica, qui gettò le basi dell'Abbazia, del Santuario, qui chiuse in pace i suoi giorni, qui attende la risurrezione.

Castelnuovo di Farfa
Foto di Toni Garbasso tratta dal libro
" La Valle del Farfa"


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Distruzione e Rinascita

Farfa che San Lorenzo lasciò così ben avviata ebbe a soffrire per il sopraggiungere dei Longobardi la completa devastazione e l'abbandono (fine sec.VI). La Madonna, che voleva a sé consacrato questo luogo, suscitò un altro Santo Prete, questa volta proveniente dalla Savoia, San Tommaso da Morienna. Recatosi con alquanti compagni in pellegrinaggio in Gerusalemme, e già pensava di non tornare più al suo villaggio alpestre, ma di rimanere per sempre presso invitato dalla Vergine a ritornare in Italia, a cercare nella Sabina, alle falde dell'Acuziano, un luogo, riconoscibile da tre alti cipressi e porre ivi la sua stabile dimora. La Madonna prometteva a Tommaso ed ai suoi compagni la sua continua protezione. Il Santo prete obbedì; giunto a Roma, peregrinò per la Sabina, trovò il luogo, rialzò i fabbricati diruti, bonificò i terreni attorno, vi rianimò la vita monastica. I primi giorni furono certo un pò duri per i pellegrini, ma ebbero ben presto a provare le promesse della Madonna, la quale, per mezzo del Duca di Spoleto: Faroaldo II, provvide abbondantemente ai più urgenti loro bisogni. Il Duca prese a ben volere Tommaso e i suoi monaci, offrendo loro terreni e fabbricati, ottenne per essi dal Papa Giovanni VII l'approvazione del nuovo Monastero (705). Con Tommaso Farfa inizia la sua grande accesa, oltre alla bonifica dei terreni e alle vaste piantagioni di ulivi, che nella zona hanno favorevoli condizioni di sviluppo e ottima qualità di produzione, il patrimonio abbaziale si allarga, sorgono superbi fabbricati, la comunità si accresce, la fama si diffonde. Papi ed Imperatori elargiscono privilegi ed esenzioni. Farfa diventa così una vera potenza tra il patrimonio ecclesiastico e il Ducato di Spoleto. Tommaso muore nel suo monastero ed ivi è sepolto (10 dic. 720).

Interno Basilica


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I successori di Tommaso

Il governo abbaziale passò, dopo la morte di Tommaso, ad uomini veramente degni di tanta eredità, di vita santa, di vita non comune, di saggezza amministrativa, di esperienza politica. Non meraviglia quindi che l'Abbazia s'accrescesse sia nei possedimenti terrieri, sia nello splendore dei fabbricati, sia nell'importanza politica, tanto da far dire all'autore della "Desctructio Pharphensis" che in tutta Italia non v'era Monastero che le somigliasse. Di speciale importanza è l'Abate Alano, di origine francese, dotto e piissimo, compilatore di una raccolta di Omelie per uso liturgico, molto diffusa nel medio evo. Il sabino Probato morto nel 779 tra le altre benemerenze ha quella di aver provveduto acquedotto di tre chilometri ancora efficiente. Durante il suo governo Carlo Magno concesse all'Abbazia un amplissimo privilegio di immunità (775). Dell'Abate Sicardo morto nel 841, di nobile famiglia imparentata con gli imperatori carolini, son ricordate in modo speciale le sue benemerenze edilizie. Il suo epitaffio metrico, il cui resto trasmessoci dalla "Constructio Farfensis", è riapparso nel 1959, in una lastra, marmorea, ornata dal lato opposto da mosaici cosmateschi ed usata poi per pavimento. In esso è detto: "Questi luoghi costrusse con prudenza e miro splendore ed il proprio gregge protesse dal fiero nemico". Il primo verso riguarda in particolare la costruzione della Basilica carolingia e dell'Oratorio del Salvatore; la Chiesa che si credeva completamente sparita nelle varie trasformazioni degli edifici, in questi ultimi tempi è riapparsa in molte sue parti, tanto da poter essere ricostruita in pianta con una certa esattezza. L'Oratorio del Salvatore è stato identificato nella base del campanile, in cui possiamo anche oggi ammirare alcuni resti di affreschi. Il secondo verso allude, probabilmente, alle fortificazioni, con cui difese i fabbricati abbaziali dalle incursioni nemiche. Nei recenti lavori per la rinnovazione del pavimento dell'attuale basilica, sono riaffiorati importanti resti di mura massicce e di torri.

Campanile


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I Saraceni

La prosperità raggiunta in questo periodo da Farfa fu di nuovo minacciata dal sopraggiungere dei Saraceni, che dalla Sicilia si sparsero per tutta la penisola. La nostra Abbazia non sfuggì alla sorte comune di tante consorelle. Resistette sotto il governo dell'Abbate Pietro, per sette anni all'assedio, ma poi dovette cedere. I monaci si rifugiarono chi a Roma, chi a Rieti, chi nel territorio di Fermo (898). I Saraceni non distrussero i fabbricati, ne fecero il loro quartiere generale; ma quando il abbandonarono, sopraggiunsero certi ladruncoli di un vicino paese nella speranza di far bottino di quel che avevano lasciato i partenti, acceso un bel fuoco in un chiostro, se la dettero a gambe, spaventati da certi improvvisi rumori. Così quello che i barbari non avevano osato distruggere fu devastato dal fuoco divoratore. Vinti al Garigliano (915) i Saraceni abbandonarono l'Italia. I dispersi farfensi ben presto tornarono al loro monastero, non tornò l'Abate Pietro, morto nelle Marche nel 919. Il successore Ratfredo , con un governo saggio ed energico, poté far risorgere gli edifici; accrescere la famiglia monastica, recuperare il patrimonio abbaziale. Morì nel 936. Le tristissime condizioni in cui versava la Chiesa in questo periodo si ripercuotevano anche nei monasteri; la disciplina non più osservata, la dignità abbaziale ottenuta per intrighi da usurpatori indegni, la pace fuggita dai chiostri. Farfa fu nuovamente ridotta in pessimo stato, spiritualmente e materialmente, e ciò si protrasse per circa sessant'anni, quando finalmente spuntò per lei un grande astro: Ugo I°.

Bottega caratteristica


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L'Abate Ugo (997-1038)

Appena venticinquenne, salì sul trono abbaziale. Suo primo compito fu ridonare la pace ai monaci, rinvigorirne lo spirito monastico, ristabilire la disciplina. I monasteri italiani non versavano in migliori condizioni di Farfa, quindi inutile sperare aiuti da loro. V'era in Francia un monastero dove l'osservanza fioriva meravigliosamente: Cluny, nome famoso nella storia ecclesiastica e civile. L'influenza riformatrice di Cluny, si sparse ben presto in tutta Europa, produsse ovunque mirabili effetti. Ugo si rivolse per aiuti a S. Odilone che reggeva allora il celebre monastero; questi lo spronò ad introdurre anche a Farfa le consuetudini cluniacensi. In breve tempo lo zelante abate poté con santa gioia costatare che Farfa rifioriva per la buona disciplina monastica. Rifioriva anche materialmente; il patrimonio, protetto da amplissimi privilegi imperiali, si allargava oltre i confini della Sabina, negli Abruzzi, Marche,Umbria. Farfa era un piccolo stato con il suo esercito, i suoi servi, i suoi dipendenti dislocati, un pò dappertutto; aveva le sue scuole, officine, ospizi per pellegrini, la sua farmacia i cui prodotti eran gratuitamente distribuiti ai poveri. Anche i fabbricati risorsero dal loro abbandono, tanto che Ugo poté ospitare il Papa Silvestro II e l'imperatore Ottone III (settembre 999), Santo Odilone di Cluny e San Guglielmo Abate di San Benigno di Digione (nel 999); Enrico II (1022). Ugo morì nella vigilia di Natale 1038, appena 65enne, ma stremato da una vita operosissima.

Farfa dall'alto
Foto di Toni Garbasso tratta dal libro "La Valle del Farfa"


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L'Abate Berardo I (1048- 89)

Il vuoto prodotto della scomparsa di Ugo non fu facilmente colmato. Gli immediati successori non sempre si comportarono con quella prudenza e sagacia che le circostanze richiedevano. Solo nel 1048 si ebbe un degno continuatore dell'opera di Ugo nella persona di Berardo I, già suo discepolo fin dalla gioventù, tipo energico ed instancabile, ebbe un governo lunghissimo, potè quindi lasciare una vasta impronta di sé. Lottò contro il Vescovo di Sabina per la grotta di San Michele sul Monte Tancia e contro i Crescenzi per i possessi di Tribuco e Bocchignano, contro i vari signorotti ed i vassalli. Accolse due volte il Papa Niccolò II nel suo monastero, nel 1059 e nel 1060 quando il 6 luglio riconsacrò la Basilica, Farfa era nel suo pieno splendore; vide tra le sue mura l'Abate Desiderio di Montecassino, San Pier Damiani, il monaco Ildebrando che poi salì alla cattedra papale con il nome di Gregorio VII. Anche la piissima imperatrice Agnese, madre di Enrico IV, visitò Farfa nel 1072, offrendo ricchi doni. Nella lotta delle investiture l'Abate Berardo fu quasi costretto dalle particolari condizioni del suo monastero, dichiarato "imperiale", a parteggiare per Enrico IV, onde ne fu aspramente rimproverato dal Papa. Prima di morire (1089) Berardo professò apertamente davanti ai suoi monaci la sua incondizionata devozione all'autorità del romano Pontefice.

Gregorio da Catino cronista Farfense (1062-1133).

L'Abate Berardo nel suo lungo abbaziato accolse in monastero un giovanetto offerto dai genitori alla Madonna, originario del vicino castello di Catino; lo iniziò agli studi sacri e profani che già dal tempo dell'Abate Ugo rifiorivano a Farfa. Il giovane con grande piacere si applicò allo studio, specialmente alla storia, cui sentivasi fortemente inclinato, concepì la vastissima opera di narrare la storia del monastero, il cui archivio gli offriva abbondante materiale, trascriverne i documenti delle bolle papali, i diplomi imperiali, atti di donazione. In un cinquantennio di indefesso lavoro egli realizzò il suo sogno giovanile, in opere che tramandarono nei secoli l'eco di avvenimenti di primaria importanza, non solo per Farfa, ma per la Chiesa e l'Impero. Già vecchio, quasi cieco e canuto, riandando all'ardore con il quale nella sua gioventù aveva intrapreso il lavoro, poté scrivere: "La sapienza era per me come un latte con il quale la Madre di Dio mi nutrì dall'infanzia". Circa il valore storico dell'opera sua poté al termine della vita asserire di "non aver detratto o aggiunto nulla alla pura e semplice verità". Monumento imperituro della sua operosità rimangono: il Regesto di Farfa, il Chronicon, il Largitorio, il Floriger. A Farfa questi preziosi codici oggi non si trovano più. Il Regesto è alla Vaticana, altri in gran parte alla Nazionale di Roma, o dispersi; i principali sono stati tutti pubblicati. La Biblioteca del monastero conserva ancora un codice di questa epoca, testimonio dell'attività calligrafica dello "Scriptorium farfense". Di esso pubblichiamo una delle più antiche immagini della Madonna, venerata da secoli a Farfa.

Biblioteca


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Verso il declino

E' sempre difficile mantenersi a quell'altezza di benessere, di tranquillità, di grandezza, una volta raggiunta. Anche Farfa provò questa ineluttabile decadenza; cercò di reagire, ma invano, la lotta per le investiture la irretì sempre più, la tirannia di vari signorotti di Roma e della Sabina, avidi dei beni abbaziali, l'impoverì; l'osservanza monastica si affievolì, il malgoverno degli abati inetti e sperperatori del patrimonio finì per immiserirla sempre più. Purtroppo questa volta non sorse un Ugo o un Berardo I a risollevarla. Gli abati spesso vivevano lontani dalle comunità, circondati da parenti e consiglieri, a loro favorevoli; tenevano corte nel palazzo abbaziale. Il vasto patrimonio diventato vera azienda agricola, assorbiva l'attività di vari monaci fuori del cenobio; le rendite diminuivano; il vitto dei religiosi sempre più assottigliato, i monaci trascurati dai superiori, abbandonati a se stessi, dimentichi degli alti ideali monastici, vivacchiavano alla meno peggio; scarso il reclutamento, le anime religiose erano attratte dai nuovi Ordini mendicanti, le cui forme di apostolato e di povertà rispondevano meglio agli ideali evangelici e ai bisogni della Chiesa. Composto con il Concordato di Worms (1122) il dissidio tra Papato ed Impero, Farfa non fu più sotto la tutela imperiale, ma sotto quella Pontificia. Le sue condizioni però non migliorarono. Queste misere condizioni non affliggevano soltanto Farfa, ma quasi tutte le grandi Abbazie; le varie riforme (Cluny, Citeaux, ed altre minori) ben presto sono anch'esse scivolate per lo stesso declino. Copiosi, ma poco efficaci, gli interventi dei Papi e dei Concili, finché, nella speranza di por fine a tale stato di cose, si giunse alla "Commenda", rimedio che fu peggiore del male.

Portale


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La Commenda

I Papi cominciarono a preporre alle grandi Abbazie come superiori delle persone estranee, benemerite per vari motivi della Chiesa, detti appunto "Abbati Commendatari". L'autorità passava quindi ad un estraneo, non monaco, non eletto dai monaci ed ignaro dell'ideale monastico, spesso altero, più spesso avido delle rendite abbaziali, per nulla curante del bene dei monaci, ognor più immiseriti ed angariati dai suoi esattori insaziabili. Con l'andar del tempo questa "Commenda" divenne ereditaria in alcune grandi famiglie di modo che le abbazie vennero a far parte del loro patrimonio. A Farfa apre la serie degli Abati commendatari il Cardinale Francesco Carbone Tomacelli, nipote di Bonifacio IX (1400). A lui si deve un tentativo di riforma con l'introduzione di un gruppo di monaci teutonici provenienti da Subiaco, dove avevano ottenuto ottimi risultati. Il che non avvenne purtroppo a Farfa, dove rimasero fino all'arrivo dei Cassinesi (1567). Il loro ricordo sussiste ancora in alcune opere d'arte, soprattutto nel grandioso Giudizio universale (Flandrorum opus) (1561). (Vedi tavola colori III). Gli Orsini ebbero la Commenda farfense per quasi tutto il '400. La loro memoria rimane tutt'ora nell'attuale Basilica da essi edificata e consacrata nel 1494; lo stemma Orsini ricompare nel portare e nel soffitto ligneo, il nome del Cardinale G. Battista nella iscrizione ricordante la Consacrazione. Sotto Giulio II e Leone X la commenda farfense passò ai Della Rovere, ma per tornare ben presto agli Orsini che la tennero fino al 1542; quindi ai Farfensi. Sotto il Cardinale Alessandro Farnese il monastero fu aggregato alla Congregazione Cassinese (1567). Purtroppo la Commenda non fu abolita del tutto. Il Farnese si ritenne la giurisdizione civile e religiosa sugli abbaziali ma concesse ai monaci piena autonomia, sotto il governo dell'abate claustrale. Il suo esempio fu seguito poi dai successori; ancora oggi il Vescovo di Sabina, tra gli altri suoi titoli, ha anche quello di Abate perpetuo di Farfa. I benefici che si speravano con l'arrivo dei Cassinesi non furono tali da poter risollevare l'Abbazia all'antico splendore; benefici di cui peraltro quasi tutti i monasteri italiani fruirono copiosamente. L'osservanza monastica migliorò certamente; si ebbe anche qualche restauro ai fabbricati e nuove costruzioni, ma in generale Farfa ormai privata dall'amministrazione del suo patrimonio e della giurisdizione su di esso, aveva perduto ogni importanza. Giunsero poi la soppressione napoleonica (1798) e quella italiana (legge Pepoli 1861) a dare l'ultimo colpo. I beni ancora rimasti, passati al demanio con tutti i fabbricati del piccolo borgo e anche il monastero furono venduti a privati; a pochi monaci, in quantità di custodi, fu concesso una piccola parte del fabbricato. Gli eredi dell'ultimo proprietario, il conte Volpi, cedettero ai monaci tutto il monastero ed un pò di terreno attorno. Dal 1894 al 1914 santificò queste mura il monaco Don Placido Riccardi morto a San Paolo nel 1915 e beatificato da Pio XII nel 1954. Nel 1921 un drappello di monaci Paolini inviati dall'Abate Shuster (poi Cardinale), ripopolò la vecchia Abbazia. Con il ritorno dei monaci si intensificò l'interesse dell'Autorità e del pubblico sui vetusti fabbricati farfensi, la scoperta di importanti affreschi, occultati sotto gli intonaci, portò a quella più significativa della basilica carolingia e dell'Oratorio dell'Abate Sicardo. Il Governo, in considerazione di sì notevoli ritrovamenti, si affrettò a dichiarare Farfa monumento nazionale (1928). Passarono però ancora molti anni prima che si aggiungesse allo studio di un completo ripristino dei fabbricati. Intanto nuovi ritrovamenti reclamavano la soluzione dei più pressanti problemi.

Soffitto


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Scoperte e Restauri

Nel 1959, in occasione del rinnovo del pavimento della Chiesa, vennero alla luce resti di fortificazione dell'epoca dello Abate Sicardo morto nell'841, nonché parte dell'antico pavimento a tarsie di marmi preziosi, di provenienza romana. Con la demolizione dell'altare settecentesco, riapparve quello carolingio. Altri importanti ritrovamenti sono: il carme sepolcrale dell'Abate Sicardo, l'abside circolare della basilica carolingia ecc. Le antiche finestre gotiche dell'abside sono state riaperte e le pitture restaurate, anche il grande "Giudizio Universale" (1561) sulla facciata interna è stato ripulito, come pure la decorazione della navata centrale e gli altari laterali; mentre a cura della Soprintendenza alle gallerie ed opere medioevali e moderne del Lazio, sono state restaurate le tele degli altari. I lavori sono ancora in corso (gennaio 1970).

Giudizio Universale


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Breve descrizione

Il borgo di Farfa appare al visitatore come un gruppo di casette allineate lungo la strada principale e le altre viuzze aggruppate intorno al monastero, usate come botteghe in occasione delle periodiche fiere che si tenevano a Farfa in primavera ed autunno. Un grande arco immette nell'atrio della Basilica, (v. tav. I). Il portale romanico ha magnifici fregi floreali ad ovuli. Nella lunetta sovrastante si intravede, sotto al polverone della strada, la Madonna adorante il Bambino con ai lati due santi, e all'estremità a destra un monaco inginocchiato. Fa da sfondo alla scena un prato fiorito sul quale si innalza la Basilica Farfense con i due caratteristici campanili. Da questo primo portale ci si presenta la facciata, cui un recente restauro ha ridonato il primitivo aspetto. Tolto l'intonaco sono apparsi nel timpano e ai lati del finestrone frammenti di sarcofagi pagani e cristiani. Sui pilastri che dividono la facciata in tre zone sono accovacciati due leoni residui di qualche portale smembrato. Nel rinnovamento della chiesa (fine secolo XV) hanno lasciato il loro posto ordinario all'ingresso del sacro edificio per salire lassù dove da pochi sono veduti. La facciata, divisa dai detti pilastri in tre parti corrispondenti alle navate interne, ha tre porte di cui quella mediana attira subito l'attenzione. E' composta di frammenti di più antiche costruzioni ed è sormontata da una lunetta rappresentante anche qui la Madonna con il Bambino, un Santo ed una Santa, due angeli reggenti una corona sul capo della Vergine. A destra in basso la figura di un monaco. Farfa è tutto un santuario mariano, nella nostra visita incontreremo spesso la figura della Madre celeste. Entrando in Basilica ci appare subito una vasta aula, divisa in tre navate, di sereno aspetto rinascimentale; fu costruita infatti dagli Orsini, il cui stemma risplende al centro del dorato soffitto a cassettoni (vedi tavola II e IV). Diamo qui altre brevi notizie dell'interno; per i numeri di riferimento vedere pianta a fine volume. Battistero (2), già cappella degli angeli: trovasi in esso una tela con il Crocifisso e le pie donne, opera pregevole di Farfa Trevisani. Cappella del Crocifisso (3): Attualmente vi è esposta l'antica e venerata immagine della Madonna di Farfa, in attesa di definitiva sistemazione. Sotto l'altare riposa il B. Placido Riccardi. Cappella di San Benedetto (4): Sull'altare una tela con il Santo che contempla la sorella Scolastica che in forma di colomba entra in cielo. Transetto (10): Nel lato destro sull'altare tela del Manenti (1629) con il sogno si S. Tommaso; in quello sinistro dedicato a S. Lorenzo Siro una tela ottocentesca raffigurante la Vergine tra i Santi Lorenzo e Tommaso. Altare maggiore (7): Attualmente composto da un altarino, riapparso nella demolizione del precedente altare barocco e da una mensa marmorea sovrastante un tratto di un muro con la figura di un Santo Abate. Questo altare è coperto da un baldacchino sorretto da quattro colonne di marmo verde portanti un architrave e una copertura a spiovente, opera di recente realizzazione. Nel timpano anteriore vi èun bassorilievo raffigurante l'Assunzione della Vergine. Abside e coro (8): Ambiente molto allungato coperto da volte a crociera ed illuminato dal fondo da finestre gotiche eleganti e slanciate; in esso sono sistemati i seicenteschi stalli corali. Reliquiario (9): Attualmente in attesa di sistemazione. Cappella dei SS. Pietro e Paolo (12): La tela sull'altare è del Gentileschi e rappresenta il martirio dei due Apostoli. Cappella del SS.mo Sacramento (13): Sull'altare tela del Gentileschi con la S. Famiglia. Cappella di S. Orsola (14): Tela del medesimo Gentileschi con la Santa.

Vallata


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Decorazione

Una festosa veste decorativa orna tutto il tempio. Sull'intera parete della facciata si svolge il già concordato Giudizio Universale (tav.III). Nella navata centrale tra le finestre sono raffigurati gli Apostoli, nei riquadri sotto le medesime i Dottori greci e latini, mentre negli ovali sopra le colonne i Papi Benedettini. Sul grande arco l'Annunziazione e sotto nei pilastri i Santi Benedetto e Scolastica (v.tav.II). Nei lunettoni delle navate laterali aiuti del Gentileschi rappresentarono scene relative a Ester e Giuditta. Nell'abside (tav.V) si vedono gli Evangelisti, scene della vita di Gesù e della Vergine e figure di Santi mentre la volta ha una decorazione a volute, fiori e pregi vari, attribuiti alla scuola degli Zuccari,1576.

Interno Basilica


 
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La Basilica Carolingia

Parte dell'attuale Basilica ed alcuni ambienti del monastero nascondono i resti della primitiva chiesa dell'epoca carolingia (secolo.IX). La ricomparsa di questo edificio, unico in Italia, avvenne con la demolizione di alcuni locali e con lo studio approfondito e metodico del vetusto campanile (1927) da parte del Sacerdote D. Paolo Markthaler. Le ricerche furono sospese per la morte del giovane studioso. Nel 1959, rinnovandosi il pavimento della Basilica, riapparvero altri notevoli elementi con quali fu facile ricostruire in pianta tutto il complesso edificio. In quell'occasione riapparvero alcuni frammenti di preziosi mosaici; un altarino con pitture a drappeggio verso la navata centrale e con la figura di un Abate, nel lato verso l'abside; il carme sepolcrale dell'Abbate Sicardo, al quale è attribuita la costruzione. Vi si legge infatti: "Haec loca prudenti construxit et ordine miro". L'edificio aveva un "coro o abside quadrato" (C), due campanili (A-B) dei quali B completamente scomparso (ricordato però dai molti stemmi che s'incontrano un pò dovunque a Farfa), quindi il presbiterio (D), la navata (E) e l'abside rotonda, questa però fuori del perimetro dell'attuale chiesa. Nel 1961, nell'eseguire gli scavi per rimettere in luce quest'abside, riapparve un magnifico sarcofago pagano del II-III sec. d.C. con scene di combattimento (tav.VI). Tutto il complesso edificio carolingio ed i vari problemi ad esso inerenti continuano ad attirare l'attenzione di studiosi dell'architettura alto medievale non solo italiani ma anche stranieri. Si attendono le decisioni delle superiori autorità se sia opportuno un ripristino integrale o un qualunque assetto delle singole parti. Il Chiostro grande è costruzione del '600. Una porticina mette nell'abside rotonda (F) dove è conservato il sarcofago romano (tav.VI). Alcuni frammenti archeologici sono sistemati lungo due pareti. Un portale a bugnato, anche questo ricordo dei teutonici, mette nella Biblioteca (tav. VII) sistemata recentemente in un antico locale. Ha moderne scaffalature metalliche e conserva alcuni codici dell'antico e ricchissimo patrimonio librario,e circa 20.000 volumi (tav.VII). Alcuni ambienti, con accesso da altro lato del chiostro, sono adibiti a Museo che raccoglie vari frammenti archeologici, affreschi staccati, mosaici, sculture ecc.. Il Campanile (A) fa parte dell'originario complesso degli edifici carolingi. In esso l'Abate Sicardo nella parte inferiore eresse un oratorio dedicato al Salvatore. I recenti lavori hanno contribuito struttura e a richiamare l'attenzione di studiosi per ulteriori accertamenti. L'architettura è tipica dell'alto medioevo e si presenta all'esterno per la parte messa in luce attraverso elementi strutturali: paraste, archetti, timpani, cornici-marcapiano e applicazione di pietre pregiate (losanghe, tondi, quadri ecc.). I timpani e gli archetti costituiti da conci in pietra spugna sono contornati da filari di laterizi non aggettanti. L'oratorio di Sicardo, probabilmente era coperto a volta e le pareti erano affrescate: tracce evidenti ed espressive dei medesimi sono tutt'ora visibili. Il campanile in epoca posteriore ebbe progressive aggiunte. Oggi anche questa parete è oggetto di ripristino: una monofora ed una trifora sono già state riaperte. Questa torre è stata consolidata con cuciture a tondini di acciaio e cemento.

Torre di Farfa


 
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EDIFICI MONASTICI

  • I    - Strada principale
  • II   - Portale dell'atrio
  • III  - Atrio Basilica
  • IV  - Basilica attuale
    1. Portale d'ingresso
    2. Battistero
    3. Cappella Crocifisso
    4. Cappella S. Benedetto
    5. Altare S. Tommaso
    6. Sagrestia
    7. Altare Maggiore
    8. Abside-coro
    9. Reliquiario
    10. Transetto attuale
    11. Altare S. Lorenzo Siro
    12. Cappella SS. Pietro e Paolo
    13. Cappella SS. Sacramento (S. Anna)
    14. Cappella S. Orsola
  • V     - Porteria
  • VI    - Cortile
  • VII   - Ingresso Monastero
  • VIII  - Campanile
  • IX    - Chiostrino
  • X     - Chiostro Grande
  • XI    - Biblioteca
  • XII   - Ex Palazzo Abbaziale  
     
    Basilica Carolingia (Ricostruzione ideale)
  • A - Torre campanaria (esistente)
  • B - Torre campanaria (da ricostruire)
  • C - Coro quadrato
  • D - Presbiterio
  • E - Navata
  • F - Abside circolare
Clicca sull'immagine per ingrandirla

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Si ringrazia il Priore Don Agostino Ranzato per la gentile concessione dei testi e delle immagini
Per maggiori informazioni consultate il sito dell'Abbazia di Farfa

 


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