LA
STORIA GEOLOGICA DELLA SABINA
Il territorio della Bassa Sabina
è il frutto di eventi complessi che si sono susseguiti nel corso
dei tempi, dando luogo ad un accavallarsi di ambienti e forme di vita
del tutto diverse ed inimmaginabili rispetto a quelle che ora sono sotto
i nostri occhi. Ricostruire questa catena di eventi non è facile
anche perché su alcune questioni il dibattito scientifico è
tuttora aperto.
L'itinerario suggerito nel sito prova a seguire, per quanto è possibile,
questa successione di eventi, le cui tracce a volte evidenti, a volte
nascoste sono scolpite in maniera indelebile sulle strade, sulle montagne,
nelle valli della Sabina.
Il punto di partenza che
scegliamo per cominciare il nostro viaggio nel tempo corrisponde ad
un mare calmo, limpido, poco profondo e molto ricco di organismi viventi
che occupava la quasi totalità del settore che oggi chiamiamo
Sabina, oltre 200 milioni di anni fa e cioè nel Triassico, nel
Giurassico e nel Cretaceo (i periodi in cui i geologi suddividono l'era
Mesozoica). Si trattava di un ambiente piuttosto tranquillo, in condizioni
climatiche più calde di quelle odierne. Un ambiente simile a
quello che oggi è tipico delle isole e dei mari tropicali, delle
Antille o delle Bahamas. Questa situazione, pur con molte variazioni
locali e temporanee, possiamo immaginarla stabile per un lungo periodo
di tempo, più di 150 milioni di anni, durante il quale sul fondo
di questo mare si sono andati accumulando forti quantità di materiali
prevalentemente calcarei, fatti di vecchi frammenti rocciosi polverizzati
dalle correnti e dai resti di microscopici organismi a guscio o scheletro
calcareo che, morendo, si depositavano sul fondale. Lo stesso fenomeno
sedimentario che impercettibilmente succede oggi nei nostri mari.
Sono proprio questi sedimenti, via via compressi e caricati dal peso
del materiale successivo, che finiscono col compattarsi e diventare
roccia.
Circa sette-otto milioni
di anni fa, alla fine dell'epoca chiamata Miocene, questa situazione
globalmente stabile, cambia. La dinamica interna della Terra provoca
la risalita, ad occidente rispetto alle nostra zone, in corrispondenza
dell'attuale Mar Tirreno, di un altro tipo di materiale che muta radicalmente
il quadro fin qui delineato.
I sedimenti carbonatici, nel frattempo diventati pacchi di strati calcarei,
risentono dalla risalita di quest'altro materiale e ne subiscono l'effetto
di disturbo, che si manifesta con forti spinte in senso orizzontale,
nel nostro caso da ovest verso est. Succede che le parti più
superficiali della crosta calcarea, vengono come strappate via dal loro
substrato e finiscono con l'accavallarsi le une sulle altre secondo
un ordine spesso caotico e disordinato.
Durante un intervallo di
circa tre milioni di anni, assistiamo così a grandi spostamenti
di masse, per effetto dei quali "scaglie" di materiale calcareo
che inizialmente giacevano in fondo al mare, una accanto all'altra,
alla fine di questa fase, si ritrovano frammentate e caoticamente disposte
una sopra all'altra. Tutto il settore, finora sottomarino, si solleva
ed alla fine emerge.
Questa serie di fenomeni che sposta quantità gigantesche di materiali
e mette in gioco forze spaventose, spiega l'origine di ogni catena montuosa
e tecnicamente viene definita orogenesi. Si tratta di processi immensi
ma impercettibili nella scala dei tempi umani e che in alcuni settori
della catena appenninica sono ancora in atto. Ne sono traccia evidente
i terremoti che periodicamente colpiscono le nostre regioni: essi sono
il mezzo con cui la crosta terrestre rilascia l'energia che si accumula
quando le scaglie si spostano.
Tornando alla nostra storia,
notiamo come tutti gli affioramenti rocciosi osservabili sulle montagne
sabine, mostrano dunque rocce calcaree deposte in ambiente sottomarino
in un'epoca compresa tra 200 e 20 milioni di anni e che le forze interne
della terra hanno poi sconvolto, sollevato e ridotto all'aspetto che
noi oggi vediamo.
Nel Pliocene, circa un milione
e mezzo di anni fa, al termine della fase che ha portato al sollevamento
dei rilievi calcarei, le condizioni generali nella nostra regione cambiano
di nuovo.
Un intero settore di queste montagne calcaree appena emerse, sprofonda
e torna in ambiente sottomarino.
Questo settore, corrispondente
al versante occidentale dei monti Sabini, torna così ad ospitare
una deposizione di sedimenti marini che però, a differenza di
quelli visti prima, non sono prevalentemente calcarei bensì argillosi,
sabbiosi, più raramente ghiaiosi. Possiamo pensare ad un Mar
Tirreno che arriva alle pendici delle nostre montagne, con una linea
di costa che passa per gli odierni paesi di Vacone, Cottanello, Montasola,
Roccantica, Poggio Catino, Salisano, Mompeo, Canneto. Gli organismi
che popolano questo mare, sono molto simili a quelli che prosperano
nei mari attuali, con gasteropodi, conchiglie bivalvi, vari molluschi
ecc. Lo sprofondamento non è uniforme ed alcuni settori calcarei
restano a quote elevate, costituendo così delle isole rocciose
a poca distanza dalla costa (si tratta dell'attuale Monte Soratte e
dei rilievi sui quali oggi sorgono Montopoli, Fara Sabina, Toffia, Casperia).
Nel Pleistocene, circa un
milione di anni fa le cose cominciano a cambiare di nuovo. L'ampio mare
pliocenico lentamente si ritira, spostando la linea di costa sempre
più verso quella attuale del Mar Tirreno.
Così assistiamo all'emersione definitiva dei materiali sabbiosi
ed argillosi che si erano deposti in quel mare ed alla comparsa sulle
terre rubate alle acque di una vegetazione ed una fauna sempre più
simili alle odierne.
L'emersione comunque non è simultanea ovunque. La valle del Farfa
ospita infatti tra la fine del Pliocene e l'inizio del Pleistocene,
un ampio bacino lacustre, in corrispondenza degli attuali abitati di
Castel San Pietro, Bocchignano, Castelnuovo di Farfa, Frasso, Monte
Santa Maria, Casaprota. Un bacino alimentato da un grosso fiume, forse
riconoscibile nel F.Velino (che oggi scorre più a nord nella
Piana di Rieti fino alla cascata delle Marmore) che in quell'epoca,
percorrendo l'attuale valle del Farfa, sfociava con un grosso delta
nel mare pliocenico all'altezza di Poggio Mirteto.
Dall'ampio mare che avevamo
lasciato in fase di ritiro, sono così emersi i terreni che costituiscono
ora il tipico paesaggio collinare della Bassa Sabina. E' da notare come
le caratteristiche di erodibilità, sotto l'azione degli agenti
atmosferici, di questi terreni a volte ghiaiosi a volte sabbiosi ed
argillosi, abbiano influito anche sullo sviluppo dei centri urbani,
nel corso della storia recente. Le rocce più compatte e resistenti
agli agenti atmosferici (ghiaie, sabbie cementate) restano a quote maggiori
rispetto a quelle più facilmente erodibili (argille, limi, sabbie
sciolte). Queste ultime sono state riservate soprattutto alle attività
agricole mentre sulle prime, per ovvi motivi strategici, si sono concentrati
gli insediamenti umani. E' il caso di Poggio Mirteto, Forano, Stimigliano,
Gavignano, Cantalupo, Selci, Collevecchio, Tarano, Montebuono, Torri
in Sabina, Magliano, Ponzano, Filacciano, Torrita Tiberina, Nazzano.
Per completare la storia
della nostra regione mancano ancora gli eventi più recenti.
Circa 600.000 anni fa un'area a noi molto vicina è stata interessata
da un'intensa attività vulcanica le cui tracce odierne più
evidenti sono i laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano. Soprattutto
sulla riva destra dell'attuale corso del Tevere (ma anche a sinistra
tra il Farfa e Monterotondo), troviamo sovrapposti ai depositi marini
precedenti, forti quantità di piroclastiti, cioè di materiali
vulcanici, più o meno compatti, a volte sciolti come sabbia tenera,
a volte duri come rocce, di colore il più delle volte arrossato
o bruno, molto fertile dal punto di vista agricolo. L'attività
vulcanica si è esaurita solo 40.000 anni fa e, sulle aree coperte
dalle colate, sorgono oggi, tra gli altri, i centri di Gallese, Civita
Castellana, Fiano, Capena, Morlupo, Castelnuovo di Porto, Riano.
L'ultimo capitolo è
legato al corso del Tevere che oggi scorre lentamente nell'omonima piana.
L'attività del fiume, che alterna fasi erosive a fasi deposizionali,
ha lasciato tracce evidenti rispettivamente nei terrazzi fluviali e
nei prodotti alluvionali recenti che si trovano alle quote più
basse, deposti dal fiume durante gli episodi di piena, fino ai giorni
nostri.
Questi caratteri di erosione e sedimentazione, si alternano nel corso
della vita di un fiume, essendo legati alle variazioni del livello del
mare in cui le acque sfociano e alle glaciazioni che per alimentare
i ghiacci sulle terre emerse, sottraggono acqua dai mari e dagli oceani.
In questo periodo il Tevere è in fase di deposizione. L'acqua
scorre ad una velocità relativamente bassa, favorendo così
il tipico andamento tortuoso, con abbondanza di anse e meandri (il "fiasco"
di Stimigliano).
Sempre al periodo più recente sono riferibili i sedimenti ghiaiosi
e sabbiosi che bordano i torrenti attuali, tutti affluenti del Tevere
come il Farfa, il Corese, L'Aia.