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Storia Geologica della Sabina

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  Itinerari Geologici  
 
In collaborazione con il Dr. Geol. Andrea Banchelli
 
 
     

 

     
 

 Itinerari Geologici

 
 
LA STORIA GEOLOGICA DELLA SABINA



Il territorio della Bassa Sabina è il frutto di eventi complessi che si sono susseguiti nel corso dei tempi, dando luogo ad un accavallarsi di ambienti e forme di vita del tutto diverse ed inimmaginabili rispetto a quelle che ora sono sotto i nostri occhi. Ricostruire questa catena di eventi non è facile anche perché su alcune questioni il dibattito scientifico è tuttora aperto.
L'itinerario suggerito nel sito prova a seguire, per quanto è possibile, questa successione di eventi, le cui tracce a volte evidenti, a volte nascoste sono scolpite in maniera indelebile sulle strade, sulle montagne, nelle valli della Sabina.

Il punto di partenza che scegliamo per cominciare il nostro viaggio nel tempo corrisponde ad un mare calmo, limpido, poco profondo e molto ricco di organismi viventi che occupava la quasi totalità del settore che oggi chiamiamo Sabina, oltre 200 milioni di anni fa e cioè nel Triassico, nel Giurassico e nel Cretaceo (i periodi in cui i geologi suddividono l'era Mesozoica). Si trattava di un ambiente piuttosto tranquillo, in condizioni climatiche più calde di quelle odierne. Un ambiente simile a quello che oggi è tipico delle isole e dei mari tropicali, delle Antille o delle Bahamas. Questa situazione, pur con molte variazioni locali e temporanee, possiamo immaginarla stabile per un lungo periodo di tempo, più di 150 milioni di anni, durante il quale sul fondo di questo mare si sono andati accumulando forti quantità di materiali prevalentemente calcarei, fatti di vecchi frammenti rocciosi polverizzati dalle correnti e dai resti di microscopici organismi a guscio o scheletro calcareo che, morendo, si depositavano sul fondale. Lo stesso fenomeno sedimentario che impercettibilmente succede oggi nei nostri mari.
Sono proprio questi sedimenti, via via compressi e caricati dal peso del materiale successivo, che finiscono col compattarsi e diventare roccia.

Circa sette-otto milioni di anni fa, alla fine dell'epoca chiamata Miocene, questa situazione globalmente stabile, cambia. La dinamica interna della Terra provoca la risalita, ad occidente rispetto alle nostra zone, in corrispondenza dell'attuale Mar Tirreno, di un altro tipo di materiale che muta radicalmente il quadro fin qui delineato.
I sedimenti carbonatici, nel frattempo diventati pacchi di strati calcarei, risentono dalla risalita di quest'altro materiale e ne subiscono l'effetto di disturbo, che si manifesta con forti spinte in senso orizzontale, nel nostro caso da ovest verso est. Succede che le parti più superficiali della crosta calcarea, vengono come strappate via dal loro substrato e finiscono con l'accavallarsi le une sulle altre secondo un ordine spesso caotico e disordinato.

Durante un intervallo di circa tre milioni di anni, assistiamo così a grandi spostamenti di masse, per effetto dei quali "scaglie" di materiale calcareo che inizialmente giacevano in fondo al mare, una accanto all'altra, alla fine di questa fase, si ritrovano frammentate e caoticamente disposte una sopra all'altra. Tutto il settore, finora sottomarino, si solleva ed alla fine emerge.
Questa serie di fenomeni che sposta quantità gigantesche di materiali e mette in gioco forze spaventose, spiega l'origine di ogni catena montuosa e tecnicamente viene definita orogenesi. Si tratta di processi immensi ma impercettibili nella scala dei tempi umani e che in alcuni settori della catena appenninica sono ancora in atto. Ne sono traccia evidente i terremoti che periodicamente colpiscono le nostre regioni: essi sono il mezzo con cui la crosta terrestre rilascia l'energia che si accumula quando le scaglie si spostano.

Tornando alla nostra storia, notiamo come tutti gli affioramenti rocciosi osservabili sulle montagne sabine, mostrano dunque rocce calcaree deposte in ambiente sottomarino in un'epoca compresa tra 200 e 20 milioni di anni e che le forze interne della terra hanno poi sconvolto, sollevato e ridotto all'aspetto che noi oggi vediamo.

Nel Pliocene, circa un milione e mezzo di anni fa, al termine della fase che ha portato al sollevamento dei rilievi calcarei, le condizioni generali nella nostra regione cambiano di nuovo.
Un intero settore di queste montagne calcaree appena emerse, sprofonda e torna in ambiente sottomarino.

Questo settore, corrispondente al versante occidentale dei monti Sabini, torna così ad ospitare una deposizione di sedimenti marini che però, a differenza di quelli visti prima, non sono prevalentemente calcarei bensì argillosi, sabbiosi, più raramente ghiaiosi. Possiamo pensare ad un Mar Tirreno che arriva alle pendici delle nostre montagne, con una linea di costa che passa per gli odierni paesi di Vacone, Cottanello, Montasola, Roccantica, Poggio Catino, Salisano, Mompeo, Canneto. Gli organismi che popolano questo mare, sono molto simili a quelli che prosperano nei mari attuali, con gasteropodi, conchiglie bivalvi, vari molluschi ecc. Lo sprofondamento non è uniforme ed alcuni settori calcarei restano a quote elevate, costituendo così delle isole rocciose a poca distanza dalla costa (si tratta dell'attuale Monte Soratte e dei rilievi sui quali oggi sorgono Montopoli, Fara Sabina, Toffia, Casperia).

Nel Pleistocene, circa un milione di anni fa le cose cominciano a cambiare di nuovo. L'ampio mare pliocenico lentamente si ritira, spostando la linea di costa sempre più verso quella attuale del Mar Tirreno.
Così assistiamo all'emersione definitiva dei materiali sabbiosi ed argillosi che si erano deposti in quel mare ed alla comparsa sulle terre rubate alle acque di una vegetazione ed una fauna sempre più simili alle odierne.
L'emersione comunque non è simultanea ovunque. La valle del Farfa ospita infatti tra la fine del Pliocene e l'inizio del Pleistocene, un ampio bacino lacustre, in corrispondenza degli attuali abitati di Castel San Pietro, Bocchignano, Castelnuovo di Farfa, Frasso, Monte Santa Maria, Casaprota. Un bacino alimentato da un grosso fiume, forse riconoscibile nel F.Velino (che oggi scorre più a nord nella Piana di Rieti fino alla cascata delle Marmore) che in quell'epoca, percorrendo l'attuale valle del Farfa, sfociava con un grosso delta nel mare pliocenico all'altezza di Poggio Mirteto.

Dall'ampio mare che avevamo lasciato in fase di ritiro, sono così emersi i terreni che costituiscono ora il tipico paesaggio collinare della Bassa Sabina. E' da notare come le caratteristiche di erodibilità, sotto l'azione degli agenti atmosferici, di questi terreni a volte ghiaiosi a volte sabbiosi ed argillosi, abbiano influito anche sullo sviluppo dei centri urbani, nel corso della storia recente. Le rocce più compatte e resistenti agli agenti atmosferici (ghiaie, sabbie cementate) restano a quote maggiori rispetto a quelle più facilmente erodibili (argille, limi, sabbie sciolte). Queste ultime sono state riservate soprattutto alle attività agricole mentre sulle prime, per ovvi motivi strategici, si sono concentrati gli insediamenti umani. E' il caso di Poggio Mirteto, Forano, Stimigliano, Gavignano, Cantalupo, Selci, Collevecchio, Tarano, Montebuono, Torri in Sabina, Magliano, Ponzano, Filacciano, Torrita Tiberina, Nazzano.

Per completare la storia della nostra regione mancano ancora gli eventi più recenti.
Circa 600.000 anni fa un'area a noi molto vicina è stata interessata da un'intensa attività vulcanica le cui tracce odierne più evidenti sono i laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano. Soprattutto sulla riva destra dell'attuale corso del Tevere (ma anche a sinistra tra il Farfa e Monterotondo), troviamo sovrapposti ai depositi marini precedenti, forti quantità di piroclastiti, cioè di materiali vulcanici, più o meno compatti, a volte sciolti come sabbia tenera, a volte duri come rocce, di colore il più delle volte arrossato o bruno, molto fertile dal punto di vista agricolo. L'attività vulcanica si è esaurita solo 40.000 anni fa e, sulle aree coperte dalle colate, sorgono oggi, tra gli altri, i centri di Gallese, Civita Castellana, Fiano, Capena, Morlupo, Castelnuovo di Porto, Riano.

L'ultimo capitolo è legato al corso del Tevere che oggi scorre lentamente nell'omonima piana. L'attività del fiume, che alterna fasi erosive a fasi deposizionali, ha lasciato tracce evidenti rispettivamente nei terrazzi fluviali e nei prodotti alluvionali recenti che si trovano alle quote più basse, deposti dal fiume durante gli episodi di piena, fino ai giorni nostri.
Questi caratteri di erosione e sedimentazione, si alternano nel corso della vita di un fiume, essendo legati alle variazioni del livello del mare in cui le acque sfociano e alle glaciazioni che per alimentare i ghiacci sulle terre emerse, sottraggono acqua dai mari e dagli oceani.
In questo periodo il Tevere è in fase di deposizione. L'acqua scorre ad una velocità relativamente bassa, favorendo così il tipico andamento tortuoso, con abbondanza di anse e meandri (il "fiasco" di Stimigliano).
Sempre al periodo più recente sono riferibili i sedimenti ghiaiosi e sabbiosi che bordano i torrenti attuali, tutti affluenti del Tevere come il Farfa, il Corese, L'Aia.

 
 

In collaborazione con Andrea Banchelli.