Toffia
di Fiorella Costa e Carlo Michele Cortellessa
Introduzione
Per chi arriva da Passo Corese, Toffia appare raccolta su uno scoglio
a forma di cuneo. Una tradizione suggestiva anche se poco fondata scientificamente
dice che anticamente il masso si è staccato dalla roccia che gli
sta di fronte e che porta il nome di Sasso Fermo relativamente a Sasso
mosso, precipitato.
Sull'origine del nome
del paese ci sono almeno due ipotesi: una lo fa risalire a Teofilo o Teobaldo,
suo fondatore; l'altra a "tophium", nome che negli autori latini indica
a volte la roccia di mare, durissima, su cui appunto sorge Toffia. La
sua posizione e l'aspetto fanno subito pensare che la costruzione fu dovuta
a scopi di difesa; Toffia di oggi risale infatti al medioevo, quando divenne
necessario trovare luoghi che permettessero di prevenire le aggressioni
improvvise dei Saraceni e difendersi dai loro attacchi. Porta
Maggiore, che si trova di fronte alla chiesa di S. Lorenzo, era
munita di ponte levatoio e i buchi attraverso cui passavano le catene
per sorreggerlo sono ancora visibili insieme ai posti di guardia e alle
feritoie.
Non possiamo però limitarci
solo a questo periodo perché ritrovamenti più o meno recenti
hanno fatto ritenere che la zona circostante Toffia sia stata frequentata
o abitata prima del medioevo, in epoca romana e ancora prima appenninica,
mille o duemila anni prima di Cristo. Per questo ripercorriamo il passato
non solo del paese ma anche dei suoi dintorni cercando di spiegarci i
motivi che spinsero gente così lontana da noi e in epoche diverse
a scegliere questo come il luogo dove vivere.
I
"Pastori" Appenninici
Nel 1965 a poca distanza da Toffia, durante lavori agricoli furono trovati
frammenti di ceramica e una punta di lancia di bronzo. Gli scavi eseguiti
nell'estate dell'anno dopo portarono alla luce numerosi materiali, preziosi
per determinare con maggior precisione quale sia stato il popolamento
non solo della zona ma in genere della Sabina in epoca appenninica, mille
o duemila anni avanti Cristo.
La spianata di Cerreto,
la località della scoperta, è alla base di una serie di
colli bordata in basso dal fosso Carlo Corso che raccoglie le acque delle
numerose sorgenti della zona. Più precisamente essa si trova nel
punto in cui la valle si chiude tra due promontori : da una parte il Sasso
Fermo, dall'altra quello su cui sorge Toffia. I materiali non si trovano
nel loro posto originario perché la spianata si è formata
con i detriti lasciati dal fosso nel corso dei tanti anni, dall'epoca
dei primi insediamenti appenninici fino a oggi.
Tra i vari reperti il pezzo
ritenuto più interessante dagli archeologi è la punta
di lancia o cuspide, perché questo tipo è piuttosto
raro non solo in questa zona ma anche in altre parti d'Italia. Oltre ad
essere ben conservato è anche lavorato secondo schemi abbastanza
evoluti. A forma triangolare e allungata, con il vertice aguzzo e una
piccola base che termina con un gambo a cannone e forma un rigonfiamento
su tutto il corpo del pezzo.
Oltre a questo è stato ritrovato altro materiale che, anche se
meno raro, è forse più utile per caratterizzare i modi di
vita di gente esistita in epoche così lontane. I frammenti
di ceramica sono di due tipi: uno comprende recipienti molto
semplici e funzionali di grandi dimensioni e a pareti massicce, di fattura
grossolana e superfici non levigate e irregolari. L'altro tipo comprende
recipienti di dimensioni più piccole eseguiti con più accuratezza
e a pareti sottili. Il colore va dal rosso al camoscio sino al bruno e
al nero. Prevalgono le decorazioni dei classici motivi appenninici a banda,
a nastro riempito da punteggiatura o a tratteggio, intaglio o meandro.
Purtroppo questi frammenti, a causa dell'azione di erosione esercitata
dalle acque del fiume insieme a quella delle piogge hanno perso l'originaria
lucentezza e in molti casi presentano incrostazioni calcaree.
Si sono ritrovati anche molti
resti di animali, soprattutto domestici: bovini e ovini e di una certa
rilevanza sono quelli di cinghiale. Partendo da questi ritrovamenti si
può tentare di immaginare in qualche modo la vita dei primi abitatori
della zona. La loro attività economica prevalente era la pastorizia
in una zona, un tempo ancora più di adesso, così adatta
al pascolo e ricca di acque necessarie per il bestiame. resti di
cinghiale possono riferirsi all'attività della caccia
che integrava quella più consistente dell'allevamento.
Molto probabilmente tutto il materiale ritrovato non appartiene alla stessa
fase, proprio perché il deposito deve essersi formato in seguito
all'azione erosiva del fiume e al rotolamento successivo dei pezzi.
Livelli originariamente distinti
si sarebbero mescolati tra loro in un secondo momento; il carattere composito
dei materiali fa supporre che la località sia stata frequentata
a più riprese con abbandoni e ritorni. In effetti la civiltà
appenninica aveva proprio questa caratteristica della mobilità
con spostamenti lungo percorsi soliti e ritorni ai luoghi d'origine.
Non si trattava di spostamenti
di interi villaggi, ma di piccoli gruppi di tipo familiare
che capitavano da queste parti in occasione delle migrazioni stagionali
delle greggi dai pascoli di pianura a quelli di montagna e viceversa.
Qui trovavano pascolo abbondante e sorgenti d'acqua preziosi per il bestiame
che portavano con sé.
Dunque Cerreto di Toffia si
trova nel punto in cui la valle del fosso Carlo Corso si restringe e si
chiude a causa delle formazioni rocciose che vi si trovano. Lungo le colline
che si susseguono parallelamente al fosso fino a Cerreto si sono ritrovati
altri materiali archeologici, sia preistorici che protostorici disposti
secondo la linea ben precisa e questo ha fatto ritenere che la strada
bianca che da Colle Rotondo giunge fino a Toffia costeggiando il
fosso ricalchi il percorso di una strada più antica
risalente all'epoca in cui vi transitavano i "pastori" appenninici. La
strada cominciava dalla Salaria presso l'attuale bivio per ponticelli
e continuava passando per la gola e dirigendosi poi verso Farfa. Per arrivare
a Cerreto il percorso risultava obbligato proprio per la sua collocazione
alla fine della serie di colline e quindi la strada più breve ed
agevole era quella di fondovalle lungo il fosso Carlo Corso.
L'epoca
Romana
Lo stesso tracciato si continuò a percorrere anche in epoche successive,
come testimonia la presenza di resti di impianti rustici di età
imperiale disposti lungo la vallata oltre a una villa
molto grande e lussuosa i cui resti sono visibili in località Marignano.
Come tutte le ville romane di questo tipo era formata da una parte agricola
e da una parte dove risiedeva il signore. Il nome attuale della località
Marignano si può considerare la corruzione del nome del probabile
nome latino Marianus o Marinianus del proprietario della villa che, proprio
per le sue grandi dimensioni, finì per dare il nome all'intera
zona.
Quello che resta sono tre grandi nicchie appoggiate contro il pendio del
colle forse utilizzate come cisterne e costruite in modo da sostenere
la parte superiore e formare una specie di terrazza. Di fronte correva
un muro parallelo su cui si aprivano tre piccole nicchie ora quasi completamente
interrate. Questa villa fu abitata fra il I e il II secolo d.
C. quando in tutta la Sabina si assistette ad un
grande popolamento costituito da fattorie sparse più o meno grandi.
Anche la vallata di Toffia subì la stessa sorte e andò popolandosi
allo stesso modo anche se in proporzioni più ridotte rispetto per
esempio alla Sabina Tiberina.
Intorno alla villa potevano
esserci altre piccole fattorie di contadini locali che, numerose in epoca
augustea, cominciarono a scomparire già a partire dalla fine del
primo secolo dell'Impero. I piccoli proprietari, a causa delle mutate
condizioni economiche, non potendo più vivere del prodotto dei
loro piccoli appezzamenti di terra si vedevano costretti ad emigrare a
Roma o si radunavano attorno alle grosse ville autosufficienti presentandosi
come braccianti, servi della gleba. L'economia doveva essere molto chiusa
in quanto i prodotti per lo più non venivano venduti ma consumati
all'interno del complesso agricolo costituito dalla villa con la sua parte
residenziale per il proprietario e dal terreno circostante che andava
ingrandendosi, trasformandosi in latifondo.
Sparsi nell'abitato di Toffia
è possibile trovare altri pezzi antichi, ma di questi non si conosce
l'esatta provenienza. Si suppone che gran parte provenga da tombe romane
situate lungo la Salaria, databili tra il II secolo a. C. e l'età
augustea. Ha sicuramente questa provenienza il leone in calcare
che si trova su un muretto nella piazza all'ingresso del paese, molto
rovinato, senza zampe e di parte del muso.
Altri pezzi sono:
- due piccole teste di marmo bianco murate sopra due
porte in via Monte Cavallo ai numeri 2 e 6.
- una grossa pietra in Piazza Lauretana della "il marmo di
piazza" su cui sono scolpite due scacchiere. Ha la particolarità
di avere un buon suono e perciò veniva usata nelle transazioni
per controllare il suono delle monete.
- una iscrizione antica nella base del campanile di S.
Maria Nuova. Altre epigrafi sparse per il paese sono andate perdute.
- cinque pezzi di colonne: uno in calcare in Piazza Lauretana,
accanto all'entrata della chiesa; un altro murato nell'angolo di una casa
nella piazzetta che si trova sotto la roccia; un terzo pezzo di colonna
fatto di una pietra particolare chiamata Puddinga è situato nello
spiazzo antistante la Chiesa di S. Lorenzo; un altro
simile si trova dietro la stessa chiesa e l'ultimo in granito grigio è
stato riutilizzato per il piccolo monumento all'ingresso del cimitero
sul lato destro di S. Lorenzo.
Secondo alcuni questa chiesa sarebbe stata edificata sui resti di un tempio
pagano dedicato a Giano, ma di questa affermazione non ci sono
le prove. Comunque inseriti nella facciata e nel fianco sinistro ci sono
materiali antichi di provenienza sconosciuta anch'essi
appartenenti verosimilmente a sepolture romane lungo la Salaria.
In uno dei rilievi della facciata sono rappresentate due figure di profilo
delle quali rimane solo la parte superiore; una è coronata di lauro,
porta sulle spalle un mantello e tiene una lancia o scettro colla mano
destra; l'altra più bassa ha il volto molto rovinato. Queste due
persone sono girate verso destra come per osservare la terza figura, evidentemente
un gladiatore di cui resta solo il braccio ripiegato e protetto
dalla caratteristica "manica", la mano impugna un oggetto non chiaramente
identificabile, forse parte di un'arma, accanto in un altro blocco di
marmo sul lato sinistro della chiesa, si trovano due figure virili senza
testa sedute vicino ad un cesto di vimini.
Sempre nella facciata è
infisso un blocco calcareo decorato da due lacunari allungati ed una serie
di borchie che potrebbe essere parte del soffitto o del rivestimento di
una tomba. Ancora nella facciata si trovano due "tabulae lusoriae"
cioè due lastre in calcare su cui sono scolpite nell'una una scacchiera
e nell'altra una scacchiera e alcune decorazioni; e un blocco calcareo
su cui sono rappresentati a graffito due uccelli che si abbeverano ad
una tazza. Un'iscrizione antica su una lastra di marmo si trova all'interno
della chiesa nella mensa dell'altare maggiore.
Le
invasioni dei popoli del nord
Nei primi secoli dell'Impero si assiste dunque in Sabina ad un popolamento
fatto di abitazioni e casi rurali disseminate per tutta la campagna, tanto
da dire scherzosamente che i gatti da Roma potevano raggiungere Terni
saltando di tetto in tetto. Con il passaggio dei popoli del nord che,
dopo aver invaso l'Italia settentrionale si dirigevano verso Roma, l'aspetto
della Sabina cambiò quasi completamente e anche la vallata di Toffia
dovette seguire la stessa sorte.
Le devastazioni dei Visigoti,
Vandali, Ostrogoti, furono gravissime
e scomparvero, distrutte dagli invasori, antiche città come Cures,
Fidene, Gabi. In tutta la Sabina si trovavano solo piccoli villaggi e
casali e la desolazione continuò ancora per i secoli VI e VII a
causa della occupazione ancora più consistente dei Longobardi.
Questo popolo però a differenza degli altri procedette ad un'occupazione
stabile dell'Italia e dopo un primo periodo di violenze e scorrerie cominciò
un processo di graduale assimilazione alle popolazioni sottomesse che
lo portò addirittura alla conversione al Cristianesimo.
Durante l'occupazione longobarda fu fondato il ducato di Spoleto
che andò mano mano ingrandendosi fino a raggiungere quasi il territorio
più vicino a Roma e includendo anche la Sabina e quindi la vallata
di Toffia.
Nel 640 uno
di questi duchi, Faroaldo, patrocinò la riedificazione realizzata
da Tommaso di Morienne del monastero di Farfa che era
andato distrutto nelle precedenti invasioni.
Pare che già in questo periodo esistesse la chiesa di S.
Lorenzo e un piccolo centro abitato poco distante chiamato "Casalis
Tophiae" se è vero che proprio qui sostò Tommaso
durante il suo viaggio verso Farfa. Tuttavia sicuramente non si andò
oltre nella ricostruzione e degli antichi centri continuarono a restare
solo le macerie, tra le macerie qualche abitazione rustica isolata chiamata
appunto "Casalis".
Durante la presenza dei Longobardi
in Italia, la Sabina, a seconda dei successi militari e diplomatici dell'una
o dell'altra parte fu dominio ora dei Duchi di Spoleto ora della Chiesa.
Questa situazione di instabilità continuò anche quando Carlo
Magno, soppiantato il dominio longobardo in Italia, donò
ufficialmente alla Chiesa gran parte della regione. C'è da dubitare
infatti che i Duchi di Spoleto abbiano acconsentito spontaneamente che
il papa ne entrasse subito in possesso e ne esercitasse la piena giurisdizione.
Un destino particolare seguì
invece Farfa e la zona circostante. L'Abbazia ottenne
privilegi e donazioni territoriali dai Longobardi e dai Franchi: nel 774
Carlo Magno la rese libera da qualsiasi obbligo nei confronti dell'autorità
civile ed ecclesiastica e la pose in rapporto immediato con il potere
imperiale.
Per quanto riguarda la zona
di Toffia, non avendo notizie storiche certe, possiamo
solo presumere che essa, strettamente legata per motivi di vicinanza all'Abbazia,
continuò ad essere popolata da nuclei familiari sparsi che abitavano
in casali o piccole fattorie.
Infatti relativamente a questo periodo nel Regesto di Farfa
che è il registro su cui sono raccolti in ordine cronologico i
documenti relativi all'Abbazia, anche se non si menziona espressamente
Toffia, tuttavia sono ricordate località come Criptula (Grottuccia),
Casalis Curianus (Ponte Curiano), Mejanula (Maglialunga) che o sono nell'abitato
o poco distanti da esso e che testimoniano l'esistenza in questo periodo
di una qualche forma di agglomerato proprio dove ora sorge Toffia.
Il
Castello
Ormai sembrava che nessuno si curasse più di far risorgere i vecchi
centri abitati quando intorno al X secolo, le nuove scorrerie
ed incursioni dei Saraceni costrinsero le popolazioni
a cercare contro di essi una qualche difesa. Proprio in seguito a questa
situazione di necessità si cominciarono a cercare luoghi alti,
di difficile accesso su cui costruire castelli e fortificazioni che potessero
garantire in qualche modo dalle incursioni improvvise dei Saraceni. Così
la gente che fino a quel momento aveva potuto vivere separatamente, diffusa
per la campagna, obbligata dalle circostanze andò riunendosi scegliendo
luoghi un tempo sedi di antiche ville, o vicino a chiese o nei pressi
di un casale.
E' per questo che ancora oggi
tutti i centri abitati della zona si vedono costruiti su scogli in posti
scoscesi tali da consentire una difesa più agevole.
E da questo tipo di costruzione nacque il "Podium",
costruzione fortificata ma solo a carattere difensivo e non militare;
alcuni dei paesi Sabini hanno conservato questo termine nella loro attuale
denominazione modificandolo in Poggio.
Anche Toffia, se si guarda
alla sua posizione e al suo aspetto, deve aver avuto questa origine. E'
stata infatti trovata nell'archivio della chiesa di S. Lorenzo una pergamena
in cui sono riportate notizie che si riferiscono al periodo in cui i Saraceni
imperversavano nella zona e sebbene sia difficile ritenere autentico il
documento tuttavia il racconto è abbastanza verosimile soprattutto
per il riferimento in esso contenuto alla parte avuta dagli abati di Farfa
nella vicenda.
Dice dunque lo scritto che
un certo Iacoprando d'Amiterno (forse S. Valentino) sfuggendo
alle distruzioni Saracene, trovò una località pressoché
disabitata detta "Tophia", che gli sembrò
un ottimo rifugio per sé e per i suoi uomini. Iacoprando chiese
e ottenne da Giovanni, abate di Farfa che ne era il proprietario, il permesso
di restare nel luogo nel quale cominciarono a radunarsi altri abitanti
dei dintorni per meglio difendersi e aiutarsi.
In seguito un marchese di Spoleto
di nome Teobaldo, cacciando nella zona insieme ad alcuni
soldati, ritenne il posto adatto a costruirvi un castello. Chiese all'abate
di Farfa l'autorizzazione per farlo, ma in un primo momento questa gli
fu negata per il timore che da quella posizione il marchese potesse prendere
facilmente il sopravvento sull'Abbazia. Dopo molte insistenze e assicurazioni
Teobaldo ottenne il permesso a patto però che occupasse solo metà
del castello, la metà restante sarebbe stata posta sotto la giurisdizione
dell'abate.
La costruzione fu fatta non
molto lontano dalla chiesa di S. Lorenzo, che già esisteva, intorno
alla parte del paese chiamata anche oggi "Castel di Dentro".
Alcuni pensano che Teobaldo fosse marchese della Sabina autorizzato da
Roma, ma è più probabile che fosse Duca di Spoleto perché
a lungo si assisté a contese tra i duchi di Spoleto e gli
abati di Farfa per il possesso del Castello e del territorio
circostante Toffia. Legata al nome di Teobaldo o Teofilo c'è la
tradizione secondo cui il nome di Toffia deriverebbe dal nome di costui
perché alcune volte si trova designata Toffia con "Tophila", per
esempio nel Regesto di Farfa.
Un altro fatto, questa volta
sicuramente storico, fu il trasferimento a Toffia della Sede Vescovile
dopo la distruzione operata dai Saraceni della Sede originaria di Foronovo.
La chiesa di S. Lorenzo per l'occasione fu elevata al titolo di Cattedrale
e per questo chiamata "seconda sede di Sabina". Nella chiesa era situato
un seggio riservato al vescovo (cattedra episcopale) formato secondo una
testimonianza da una pietra squadrata che è ancora nella chiesa,
dal resto del leone di marmo che è nel piazzale Umberto I e da
altre due pietre laterali, una che fa da sostegno al "marmo" di Piazza
Lauretana, l'altra da soglia alla porta Cancello. I vescovi risiedevano
all'interno del castello in una situazione di maggior sicurezza perché
questa parte della Sabina doveva essere compresa nel Ducato di Spoleto
che allora era in buoni rapporti con i Saraceni.
In questo periodo si fanno
sempre più frequenti i riferimenti contenuti nel regesto di Farfa
a località o molto vicine a Toffia o già comprese nell'abitato,
al castello e alla chiesa di S. Lorenzo. Fino a un documento della metà
del X secolo dove si menziona espressamente il nome di Toffia nella sua
versione "Tophila" in occasione di una donazione all'Abbazia di Farfa
da parte di un certo Sintaro.
Gli anni seguenti furono segnati
soprattutto dalle lotte per il possesso del Castello
tra i Duchi di Spoleto e gli Abati di Farfa nonostante fin dall'origine
fosse stato fatto il patto che il possesso e la giurisdizione sarebbero
stati divisi a metà tra i duchi e gli abati, come abbiamo detto
prima. Nel Castello a volte si rifugiavano gli abati e uno di questi,
Morico, vi fu ucciso in circostanze sconosciute.
Le lotte all'interno del paese
continuarono negli anni seguenti anche se i protagonisti cessarono di
essere gli abati di Farfa e i Duchi di Spoleto per diventare i rami cadetti
di due famiglie Romane: gli Orsini e i Colonna. I primi
occuparono la parte del paese dove sorge la Rocca e il Palazzo che da
loro prese il nome e che ora è sede del Comune. I secondi la parte
dove più tardi fu edificata l'attuale chiesa parrocchiale di Santa
Maria Nuova, nel punto più elevato del paese.
Ancora fino a poco tempo fa
tra gli abitanti di Toffia c'era la memoria dell'esistenza
di questo Castello abitato dai Colonna, essi indicavano infatti il luogo
dove sorge la chiesa come il "Palazzo" e il luogo a sinistra della gradinata
d'ingresso come la "cucina": il Palazzo doveva avere infatti una cucina
esterna. In effetti per la costruzione del Campanile della chiesa che
risale al XVII secolo fu utilizzato il maschio del castelli e, per l'abside,
una delle sue Torri; non molto tempo fa sono stati ritrovati nella piazza
della chiesa dei Silos utilizzati nel castello per conservare acqua o
altro.
Le contese tra le due famiglie
riproducevano quelle a più larga scala che esse conducevano a Roma
e furono così accanite che quando nel 1344 il vescovo vicario di
Sabina, Lupo Santi, visitò Toffia tentando una riconciliazione,
per poco riuscì a sfuggire ad una imboscata tesagli dai partigiani
dei Colonna. I Toffiesi venivano trascinati nella vicenda o più
probabilmente subivano questo stato di cose perché gli interessi
in campo rimandavano a quelli più consistenti che le due famiglie
difendevano a Roma. Il paese era letteralmente diviso in due e per così
poche persone esistevano addirittura due forni, ciascuno in una parte
diversa e due entrate.
Intanto nella prima metà
del 1500, forse per l'aumento della popolazione fu posta la prima pietra
della chiesa di S. Maria Nuova, utilizzando, come abbiamo visto le mura
del Palazzo dei Colonna e traendone il nome da una cappella esistente
nel Palazzo e chiamata S. Maria in Castello.
Nel 1560 gli Orsini cedettero al Comune di Toffia il loro Palazzo e il
tratto di montagna visibile dalla Piazza Lauretana perché la gente
del paese potesse gratuitamente raccogliervi la legna (diritto di legnatico).
I
Palazzi Storici di Toffia
All'interno delle mura esistono ancora più o meno ben conservati
molti palazzi fatti costruire da diverse famiglie, tutti considerevoli
soprattutto per l'originalità dei portali.
Ne segnaliamo alcuni.
In Via Porta Maggiore:
- Casa degli Oddoni del 1300, con portale Sabino e finestre
di travertino a crociera. Conserva ancora l'antico intonaco esterno; sull'architrave
di una porta si trova l'immagine della Vergine Addolorata quasi irriconoscibile.
- Palazzo Ruffetti, oggi Bufalieri del
1400. Ha il portale di travertino e forse fu costruito su disegno del
Sangallo. Ospitò il seminario di Farfa dal 1637 al 1705.
- Palazzo Orsini, oggi sede del Comune, del 1400 con
finestre guelfe di travertino a crociera e loggiato originariamente a
quattro arcate e colonne.
In Via Monte Cavallo:
- Palazzo Palma del 1600 con portale sul cui architrave
figurano due colombe con palme di olivo nel becco.
- Palazzo Palica, oggi Castellani con due piccole teste
di marmo bianco di epoca romana murate sopra due porte.
In Via Castel di Dentro:
- Casa Orsini, oggi Castellani-Grio del 1300
In Piazza Lauretana:
- Casa del Municipio del 1500.
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36° 1883
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