Tornare a comuni della Sabina

home

Toffia
di Fiorella Costa e Carlo Michele Cortellessa

Introduzione
Per chi arriva da Passo Corese, Toffia appare raccolta su uno scoglio a forma di cuneo. Una tradizione suggestiva anche se poco fondata scientificamente dice che anticamente il masso si è staccato dalla roccia che gli sta di fronte e che porta il nome di Sasso Fermo relativamente a Sasso mosso, precipitato.

Sull'origine del nome del paese ci sono almeno due ipotesi: una lo fa risalire a Teofilo o Teobaldo, suo fondatore; l'altra a "tophium", nome che negli autori latini indica a volte la roccia di mare, durissima, su cui appunto sorge Toffia. La sua posizione e l'aspetto fanno subito pensare che la costruzione fu dovuta a scopi di difesa; Toffia di oggi risale infatti al medioevo, quando divenne necessario trovare luoghi che permettessero di prevenire le aggressioni improvvise dei Saraceni e difendersi dai loro attacchi. Porta Maggiore, che si trova di fronte alla chiesa di S. Lorenzo, era munita di ponte levatoio e i buchi attraverso cui passavano le catene per sorreggerlo sono ancora visibili insieme ai posti di guardia e alle feritoie.

Non possiamo però limitarci solo a questo periodo perché ritrovamenti più o meno recenti hanno fatto ritenere che la zona circostante Toffia sia stata frequentata o abitata prima del medioevo, in epoca romana e ancora prima appenninica, mille o duemila anni prima di Cristo. Per questo ripercorriamo il passato non solo del paese ma anche dei suoi dintorni cercando di spiegarci i motivi che spinsero gente così lontana da noi e in epoche diverse a scegliere questo come il luogo dove vivere.


I "Pastori" Appenninici
Nel 1965 a poca distanza da Toffia, durante lavori agricoli furono trovati frammenti di ceramica e una punta di lancia di bronzo. Gli scavi eseguiti nell'estate dell'anno dopo portarono alla luce numerosi materiali, preziosi per determinare con maggior precisione quale sia stato il popolamento non solo della zona ma in genere della Sabina in epoca appenninica, mille o duemila anni avanti Cristo.

La spianata di Cerreto, la località della scoperta, è alla base di una serie di colli bordata in basso dal fosso Carlo Corso che raccoglie le acque delle numerose sorgenti della zona. Più precisamente essa si trova nel punto in cui la valle si chiude tra due promontori : da una parte il Sasso Fermo, dall'altra quello su cui sorge Toffia. I materiali non si trovano nel loro posto originario perché la spianata si è formata con i detriti lasciati dal fosso nel corso dei tanti anni, dall'epoca dei primi insediamenti appenninici fino a oggi.

Tra i vari reperti il pezzo ritenuto più interessante dagli archeologi è la punta di lancia o cuspide, perché questo tipo è piuttosto raro non solo in questa zona ma anche in altre parti d'Italia. Oltre ad essere ben conservato è anche lavorato secondo schemi abbastanza evoluti. A forma triangolare e allungata, con il vertice aguzzo e una piccola base che termina con un gambo a cannone e forma un rigonfiamento su tutto il corpo del pezzo.
Oltre a questo è stato ritrovato altro materiale che, anche se meno raro, è forse più utile per caratterizzare i modi di vita di gente esistita in epoche così lontane. I frammenti di ceramica sono di due tipi: uno comprende recipienti molto semplici e funzionali di grandi dimensioni e a pareti massicce, di fattura grossolana e superfici non levigate e irregolari. L'altro tipo comprende recipienti di dimensioni più piccole eseguiti con più accuratezza e a pareti sottili. Il colore va dal rosso al camoscio sino al bruno e al nero. Prevalgono le decorazioni dei classici motivi appenninici a banda, a nastro riempito da punteggiatura o a tratteggio, intaglio o meandro. Purtroppo questi frammenti, a causa dell'azione di erosione esercitata dalle acque del fiume insieme a quella delle piogge hanno perso l'originaria lucentezza e in molti casi presentano incrostazioni calcaree.

Si sono ritrovati anche molti resti di animali, soprattutto domestici: bovini e ovini e di una certa rilevanza sono quelli di cinghiale. Partendo da questi ritrovamenti si può tentare di immaginare in qualche modo la vita dei primi abitatori della zona. La loro attività economica prevalente era la pastorizia in una zona, un tempo ancora più di adesso, così adatta al pascolo e ricca di acque necessarie per il bestiame.  resti di cinghiale possono riferirsi all'attività della caccia che integrava quella più consistente dell'allevamento.
Molto probabilmente tutto il materiale ritrovato non appartiene alla stessa fase, proprio perché il deposito deve essersi formato in seguito all'azione erosiva del fiume e al rotolamento successivo dei pezzi.

Livelli originariamente distinti si sarebbero mescolati tra loro in un secondo momento; il carattere composito dei materiali fa supporre che la località sia stata frequentata a più riprese con abbandoni e ritorni. In effetti la civiltà appenninica aveva proprio questa caratteristica della mobilità con spostamenti lungo percorsi soliti e ritorni ai luoghi d'origine.

Non si trattava di spostamenti di interi villaggi, ma di piccoli gruppi di tipo familiare che capitavano da queste parti in occasione delle migrazioni stagionali delle greggi dai pascoli di pianura a quelli di montagna e viceversa. Qui trovavano pascolo abbondante e sorgenti d'acqua preziosi per il bestiame che portavano con sé.

Dunque Cerreto di Toffia si trova nel punto in cui la valle del fosso Carlo Corso si restringe e si chiude a causa delle formazioni rocciose che vi si trovano. Lungo le colline che si susseguono parallelamente al fosso fino a Cerreto si sono ritrovati altri materiali archeologici, sia preistorici che protostorici disposti secondo la linea ben precisa e questo ha fatto ritenere che la strada bianca che  da Colle Rotondo giunge fino a Toffia costeggiando il fosso ricalchi il percorso di una strada più antica risalente all'epoca in cui vi transitavano i "pastori" appenninici. La strada cominciava dalla Salaria presso l'attuale bivio per ponticelli e continuava passando per la gola e dirigendosi poi verso Farfa. Per arrivare a Cerreto il percorso risultava obbligato proprio per la sua collocazione alla fine della serie di colline e quindi la strada più breve ed agevole era quella di fondovalle lungo il fosso Carlo Corso.


L'epoca Romana
Lo stesso tracciato si continuò a percorrere anche in epoche successive, come testimonia la presenza di resti di impianti rustici di età imperiale disposti lungo la vallata oltre a una villa molto grande e lussuosa i cui resti sono visibili in località Marignano.
Come tutte le ville romane di questo tipo era formata da una parte agricola e da una parte dove risiedeva il signore. Il nome attuale della località Marignano si può considerare la corruzione del nome del probabile nome latino Marianus o Marinianus del proprietario della villa che, proprio per le sue grandi dimensioni, finì per dare il nome all'intera zona. 
Quello che resta sono tre grandi nicchie appoggiate contro il pendio del colle forse utilizzate come cisterne e costruite in modo da sostenere la parte superiore e formare una specie di terrazza. Di fronte correva un muro parallelo su cui si aprivano tre piccole nicchie ora quasi completamente interrate. Questa villa fu abitata fra il I e il II secolo d. C. quando in tutta la Sabina si assistette  ad  un grande popolamento costituito da fattorie sparse più o meno grandi. Anche la vallata di Toffia subì la stessa sorte e andò popolandosi allo stesso modo anche se in proporzioni più ridotte rispetto per esempio alla Sabina Tiberina.

Intorno alla villa potevano esserci altre piccole fattorie di contadini locali che, numerose in epoca augustea, cominciarono a scomparire già a partire dalla fine del primo secolo dell'Impero. I piccoli proprietari, a causa delle mutate condizioni economiche, non potendo più vivere del prodotto dei loro piccoli appezzamenti di terra si vedevano costretti ad emigrare a Roma o si radunavano attorno alle grosse ville autosufficienti presentandosi come braccianti, servi della gleba. L'economia doveva essere molto chiusa in quanto i prodotti per lo più non venivano venduti ma consumati all'interno del complesso agricolo costituito dalla villa con la sua parte residenziale per il proprietario e dal terreno circostante che andava ingrandendosi, trasformandosi in latifondo.

Sparsi nell'abitato di Toffia è possibile trovare altri pezzi antichi, ma di questi non si conosce l'esatta provenienza. Si suppone che gran parte provenga da tombe romane situate lungo la Salaria, databili tra il II secolo a. C. e l'età augustea. Ha sicuramente questa provenienza il leone in calcare che si trova su un muretto nella piazza all'ingresso del paese, molto rovinato, senza zampe e di parte del muso.
Altri pezzi sono: 
- due piccole teste di marmo bianco murate sopra due porte in via Monte Cavallo ai numeri 2 e 6.
- una grossa pietra in Piazza Lauretana della "il marmo di piazza" su cui sono scolpite due scacchiere. Ha la particolarità di avere un buon suono e perciò veniva usata nelle transazioni per controllare il suono delle monete.
- una iscrizione antica nella base del campanile di S. Maria Nuova. Altre epigrafi sparse per il paese sono andate perdute.
- cinque pezzi di colonne: uno in calcare in Piazza Lauretana, accanto all'entrata della chiesa; un altro murato nell'angolo di una casa nella piazzetta che si trova sotto la roccia; un terzo pezzo di colonna fatto di una pietra particolare chiamata Puddinga è situato nello spiazzo antistante la Chiesa di S. Lorenzo; un altro simile si trova dietro la stessa chiesa e l'ultimo in granito grigio è stato riutilizzato per il piccolo monumento all'ingresso del cimitero sul lato destro di S. Lorenzo.
Secondo alcuni questa chiesa sarebbe stata edificata sui resti di un tempio pagano dedicato a Giano, ma di questa affermazione non ci sono le prove. Comunque inseriti nella facciata e nel fianco sinistro ci sono materiali antichi di provenienza sconosciuta anch'essi appartenenti verosimilmente a sepolture romane lungo la Salaria.
In uno dei rilievi della facciata sono rappresentate due figure di profilo delle quali rimane solo la parte superiore; una è coronata di lauro, porta sulle spalle un mantello e tiene una lancia o scettro colla mano destra; l'altra più bassa ha il volto molto rovinato. Queste due persone sono girate verso destra come per osservare la terza figura, evidentemente un gladiatore di cui resta solo il braccio ripiegato e protetto  dalla caratteristica "manica", la mano impugna un oggetto non chiaramente identificabile, forse parte di un'arma, accanto in un altro blocco di marmo sul lato sinistro della chiesa, si trovano due figure virili senza testa sedute vicino ad un cesto di vimini.

Sempre nella facciata è infisso un blocco calcareo decorato da due lacunari allungati ed una serie di borchie che potrebbe essere parte del soffitto o del rivestimento di una tomba.  Ancora nella facciata si trovano due "tabulae lusoriae" cioè due lastre in calcare su cui sono scolpite nell'una una scacchiera e nell'altra una scacchiera e alcune decorazioni; e un blocco calcareo su cui sono rappresentati a graffito due uccelli che si abbeverano ad una tazza. Un'iscrizione antica su una lastra di marmo si trova all'interno della chiesa nella mensa dell'altare maggiore.


Le invasioni dei popoli del nord
Nei primi secoli dell'Impero si assiste dunque in Sabina ad un popolamento fatto di abitazioni e casi rurali disseminate per tutta la campagna, tanto da dire scherzosamente che i gatti da Roma potevano raggiungere Terni saltando di tetto in tetto. Con il passaggio dei popoli del nord che, dopo aver invaso l'Italia settentrionale si dirigevano verso Roma, l'aspetto della Sabina cambiò quasi completamente e anche la vallata di Toffia dovette seguire la stessa sorte.

Le devastazioni dei Visigoti, Vandali, Ostrogoti, furono gravissime e scomparvero, distrutte dagli invasori, antiche città come Cures, Fidene, Gabi. In tutta la Sabina si trovavano solo piccoli villaggi e casali e la desolazione continuò ancora per i secoli VI e VII a causa della occupazione ancora più consistente dei Longobardi. Questo popolo però a differenza degli altri procedette ad un'occupazione stabile dell'Italia e dopo un primo periodo di violenze e scorrerie cominciò un processo di graduale assimilazione alle popolazioni sottomesse che lo portò addirittura alla conversione al Cristianesimo.
Durante l'occupazione longobarda fu fondato il ducato di Spoleto che andò mano mano ingrandendosi fino a raggiungere quasi il territorio più vicino a Roma e includendo anche la Sabina e quindi la vallata di Toffia.

Nel 640 uno di questi duchi, Faroaldo, patrocinò la riedificazione realizzata da Tommaso di Morienne del monastero di Farfa che era andato distrutto nelle precedenti invasioni.
Pare che già in questo periodo esistesse la chiesa di S. Lorenzo e un piccolo centro abitato poco distante chiamato "Casalis Tophiae" se è vero che proprio qui sostò Tommaso durante il suo viaggio verso Farfa. Tuttavia sicuramente non si andò oltre nella ricostruzione e degli antichi centri continuarono a restare solo le macerie, tra le macerie qualche abitazione rustica isolata chiamata appunto "Casalis".

Durante la presenza dei Longobardi in Italia, la Sabina, a seconda dei successi militari e diplomatici dell'una o dell'altra parte fu dominio ora dei Duchi di Spoleto ora della Chiesa. Questa situazione di instabilità continuò anche quando Carlo Magno, soppiantato il dominio longobardo in Italia, donò ufficialmente alla Chiesa gran parte della regione. C'è da dubitare infatti che i Duchi di Spoleto abbiano acconsentito spontaneamente che il papa ne entrasse subito in possesso e ne esercitasse la piena giurisdizione.

Un destino particolare seguì invece Farfa e la zona circostante. L'Abbazia ottenne privilegi e donazioni territoriali dai Longobardi e dai Franchi: nel 774 Carlo Magno la rese libera da qualsiasi obbligo nei confronti dell'autorità civile ed ecclesiastica e la pose in rapporto immediato con il potere imperiale.

Per quanto riguarda la zona di Toffia, non avendo notizie storiche certe, possiamo solo presumere che essa, strettamente legata per motivi di vicinanza all'Abbazia, continuò ad essere popolata da nuclei familiari sparsi che abitavano in casali o piccole fattorie.
Infatti relativamente a questo periodo nel Regesto di Farfa che è il registro su cui sono raccolti in ordine cronologico i documenti relativi all'Abbazia, anche se non si menziona espressamente Toffia, tuttavia sono ricordate località come Criptula (Grottuccia), Casalis Curianus (Ponte Curiano), Mejanula (Maglialunga) che o sono nell'abitato o poco distanti da esso e che testimoniano l'esistenza in questo periodo di una qualche forma di agglomerato proprio dove ora sorge Toffia.


Il Castello
Ormai sembrava che nessuno si curasse più di far risorgere i vecchi centri abitati quando intorno al X secolo, le nuove scorrerie ed incursioni dei Saraceni costrinsero le popolazioni a cercare contro di essi una qualche difesa. Proprio in seguito a questa situazione di necessità si cominciarono a cercare luoghi alti, di difficile accesso su cui costruire castelli e fortificazioni che potessero garantire in qualche modo dalle incursioni improvvise dei Saraceni. Così la gente che fino a quel momento aveva potuto vivere separatamente, diffusa per la campagna, obbligata dalle circostanze andò riunendosi scegliendo luoghi un tempo sedi di antiche ville, o vicino a chiese o nei pressi di un casale.

E' per questo che ancora oggi tutti i centri abitati della zona si vedono costruiti su scogli in posti scoscesi tali da consentire una difesa più agevole. E da questo tipo di costruzione nacque il "Podium", costruzione fortificata ma solo a carattere difensivo e non militare; alcuni dei paesi Sabini hanno conservato questo termine nella loro attuale denominazione modificandolo in Poggio.

Anche Toffia, se si guarda alla sua posizione e al suo aspetto, deve aver avuto questa origine. E' stata infatti trovata nell'archivio della chiesa di S. Lorenzo una pergamena in cui sono riportate notizie che si riferiscono al periodo in cui i Saraceni imperversavano nella zona e sebbene sia difficile ritenere autentico il documento tuttavia il racconto è abbastanza verosimile soprattutto per il riferimento in esso contenuto alla parte avuta dagli abati di Farfa nella vicenda.

Dice dunque lo scritto che un certo Iacoprando d'Amiterno (forse S. Valentino) sfuggendo alle distruzioni Saracene, trovò una località pressoché disabitata detta "Tophia", che gli sembrò un ottimo rifugio per sé e per i suoi uomini. Iacoprando chiese e ottenne da Giovanni, abate di Farfa che ne era il proprietario, il permesso di restare nel luogo nel quale cominciarono a radunarsi altri abitanti dei dintorni per meglio difendersi e aiutarsi.

In seguito un marchese di Spoleto di nome Teobaldo, cacciando nella zona insieme ad alcuni soldati, ritenne il posto adatto a costruirvi un castello. Chiese all'abate di Farfa l'autorizzazione per farlo, ma in un primo momento questa gli fu negata per il timore che da quella posizione il marchese potesse prendere facilmente il sopravvento sull'Abbazia. Dopo molte insistenze e assicurazioni Teobaldo ottenne il permesso a patto però che occupasse solo metà del castello, la metà restante sarebbe stata posta sotto la giurisdizione dell'abate.

La costruzione fu fatta non molto lontano dalla chiesa di S. Lorenzo, che già esisteva, intorno alla parte del paese chiamata anche oggi "Castel di Dentro". Alcuni pensano che Teobaldo fosse marchese della Sabina autorizzato da Roma, ma è più probabile che fosse Duca di Spoleto perché a lungo si assisté a contese tra i duchi di Spoleto e gli abati di Farfa per il possesso del Castello e del territorio circostante Toffia. Legata al nome di Teobaldo o Teofilo c'è la tradizione secondo cui il nome di Toffia deriverebbe dal nome di costui perché alcune volte si trova designata Toffia con "Tophila", per esempio nel Regesto di Farfa.

Un altro fatto, questa volta sicuramente storico, fu il trasferimento a Toffia della Sede Vescovile dopo la distruzione operata dai Saraceni della Sede originaria di Foronovo. La chiesa di S. Lorenzo per l'occasione fu elevata al titolo di Cattedrale e per questo chiamata "seconda sede di Sabina". Nella chiesa era situato un seggio riservato al vescovo (cattedra episcopale) formato secondo una testimonianza da una pietra squadrata che è ancora nella chiesa, dal resto del leone di marmo che è nel piazzale Umberto I e da altre due pietre laterali, una che fa da sostegno al "marmo" di Piazza Lauretana, l'altra da soglia alla porta Cancello. I vescovi risiedevano all'interno del castello in una situazione di maggior sicurezza perché questa parte della Sabina doveva essere compresa nel Ducato di Spoleto che allora era in buoni rapporti con i Saraceni.

In questo periodo si fanno sempre più frequenti i riferimenti contenuti nel regesto di Farfa a località o molto vicine a Toffia o già comprese nell'abitato, al castello e alla chiesa di S. Lorenzo. Fino a un documento della metà del X secolo dove si menziona espressamente il nome di Toffia nella sua versione "Tophila" in occasione di una donazione all'Abbazia di Farfa da parte di un certo Sintaro.

Gli anni seguenti furono segnati soprattutto dalle lotte per il possesso del Castello tra i Duchi di Spoleto e gli Abati di Farfa nonostante fin dall'origine fosse stato fatto il patto che il possesso e la giurisdizione sarebbero stati divisi a metà tra i duchi e gli abati, come abbiamo detto prima. Nel Castello a volte si rifugiavano gli abati e uno di questi, Morico, vi fu ucciso in circostanze sconosciute.

Le lotte all'interno del paese continuarono negli anni seguenti anche se i protagonisti cessarono di essere gli abati di Farfa e i Duchi di Spoleto per diventare i rami cadetti di due famiglie Romane: gli Orsini e i Colonna. I primi occuparono la parte del paese dove sorge la Rocca e il Palazzo che da loro prese il nome e che ora è sede del Comune. I secondi la parte dove più tardi fu edificata l'attuale chiesa parrocchiale di Santa Maria Nuova, nel punto più elevato del paese.

Ancora fino a poco tempo fa tra gli abitanti di Toffia c'era la memoria dell'esistenza 
di questo Castello abitato dai Colonna, essi indicavano infatti il luogo dove sorge la chiesa come il "Palazzo" e il luogo a sinistra della gradinata d'ingresso come la "cucina": il Palazzo doveva avere infatti una cucina esterna. In effetti per la costruzione del Campanile della chiesa che risale al XVII secolo fu utilizzato il maschio del castelli e, per l'abside, una delle sue Torri; non molto tempo fa sono stati ritrovati nella piazza della chiesa dei Silos utilizzati nel castello per conservare acqua o altro.

Le contese tra le due famiglie riproducevano quelle a più larga scala che esse conducevano a Roma e furono così accanite che quando nel 1344 il vescovo vicario di Sabina, Lupo Santi, visitò Toffia tentando una riconciliazione, per poco riuscì a sfuggire ad una imboscata tesagli dai partigiani dei Colonna. I Toffiesi venivano trascinati nella vicenda o più probabilmente subivano questo stato di cose perché gli interessi in campo rimandavano a quelli più consistenti che le due famiglie difendevano a Roma. Il paese era letteralmente diviso in due e per così poche persone esistevano addirittura due forni, ciascuno in una parte diversa e due entrate.

Intanto nella prima metà del 1500, forse per l'aumento della popolazione fu posta la prima pietra della chiesa di S. Maria Nuova, utilizzando, come abbiamo visto le mura del Palazzo dei Colonna e traendone il nome da una cappella esistente nel Palazzo e chiamata S. Maria in Castello.
Nel 1560 gli Orsini cedettero al Comune di Toffia il loro Palazzo e il tratto di montagna visibile dalla Piazza Lauretana perché la gente del paese potesse gratuitamente raccogliervi la legna (diritto di legnatico).


I Palazzi Storici di Toffia
All'interno delle mura esistono ancora più o meno ben conservati molti palazzi fatti costruire da diverse famiglie, tutti considerevoli soprattutto per l'originalità dei portali.
Ne segnaliamo alcuni.
In Via Porta Maggiore: 
- Casa degli Oddoni del 1300, con portale Sabino e finestre di travertino a crociera. Conserva ancora l'antico intonaco esterno; sull'architrave di una porta si trova l'immagine della Vergine Addolorata quasi irriconoscibile.
- Palazzo Ruffetti, oggi Bufalieri del 1400. Ha il portale di travertino e forse fu costruito su disegno del Sangallo. Ospitò il seminario di Farfa dal 1637 al 1705.
- Palazzo Orsini, oggi sede del Comune, del 1400 con finestre guelfe di travertino a crociera e loggiato originariamente a quattro arcate e colonne.
In Via Monte Cavallo:
- Palazzo Palma del 1600 con portale sul cui architrave figurano due colombe con palme di olivo nel becco.
- Palazzo Palica, oggi Castellani con due piccole teste di marmo bianco di epoca romana murate sopra due porte.
In Via Castel di Dentro:
- Casa Orsini, oggi Castellani-Grio del 1300
In Piazza Lauretana: 
- Casa del Municipio del 1500.

 

BIBLIOGRAFIA

- Autori Vari, Rieti e il suo territorio. Milano 1976
- B. Barich, Nuove testimonianze appenniniche in Sabina. In Bull. di Paletn. Ital., nuova serie XX, vol. 78. Roma 1969
- I. Boccolini, L'abbazia di Farfa. Descrizione storico-artistica. Roma 1932
- G. Calindri, Saggio statistico storico del Pontificio Stato. Perugia 1932
- E. Cirese, Raccolta di canti popolari della provincia di Rieti. Rieti 1945
- G. Devoto, Gli antichi Italici. Firenze 1950
- G. C. Fatteschi, Memorie istorico-diplomatiche riguardanti la serie de'Duchi e la topografia de'tempi di mezzo del Ducato di Spoleto. Camerino 1801
- G. A. Guattani, Monumenti Sabini. Roma 1830
- E. Leoni, La Sabina nella storia di Roma. Roma 1970
- G. Marocco, Monumenti dello Stato Pontificio. Roma 1833
- E. Martinori, Le vie maestre d'Italia. Salaria. Roma 1931
- T. Mommsen, Corpus inscriptionum latinarum. 1863
- G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Venezia 1852
- L. Mortari, Opere d'arte in Sabina dall'XI al XVII secolo. Roma 1957
- F. Palmegiani, Rieti e la regione sabina. Roma 1932
- I. Schuster, L'imperiale abazia di Farfa. Roma 1921
- G. Silvestrelli, Città, castelli e terre della regione romana. Città di Castello 1914
- F. P. Sperandio, Sabina Sagra e profana, antica e moderna, ossia raccolta di notizie del paese Sabino. Roma 1790
- G. Tomassetti, Notizie e scavi. 1878
- G. Tomassetti - G. Biasiotti, La diocesi di Sabina. Roma 1909
- P. Toubert, Les structures du Latium Médiéval. Roma 1973
- G. A. Tuccimei, Sulla struttura e i terreni che formano la catena di Fara Sabina. "B. S. Geol." Il 1883 "Atti Pontificia Acc. Nuovi Lincei" 36° 1883
- A. Vico, Brevi Memorie di Toffia Sabina. Fotocopie del testo dattiloscritto in possesso del parroco di Toffia, Don Azzelio. Roma 1958 


[ Tornare a Toffia ]



HOME SABINA ONLINE
Luoghi da visitare - Eventi - Collegamenti - Mappa
Storia - Gastronomia - Territorio - Tradizioni - Bibliografia
Comuni della Sabina - Scuole - Numeri utili
"Il Farfa dal Farfa" - La Goccia - Link

email: info@fabarisit

una produzione Fabaris srl
© 1998 - 2001 Fabaris tutti i diritti riservati