MONTORIO, D'ANTICA ORIGINE ROMANA

Da una decina d'anni conosco Montorio e la sua gente. Ho cominciato ad andare lassù nel luglio 1974 e da allora continua a crescere in me l'ammirazione, la riconoscenza e l'interesse verso gli abitanti di Montorio. E' nato così un vivo desiderio di scrivere alcune note su Montorio: un paesino di circa 200 persone a pochi Km da Carsoli, in cima alle montagne che circondano il fiume e poi il lago del Turano. E' come uno dei tanti abitati che vedi quando percorri l'autostrada Roma-Aquila, gruppi di case alla Fontamara. Eppure Montorio ha una sua storia che comincia da lontano, nella prima metà del secolo primo dopo Cristo. Tra le sue case è stata trovata una iscrizione romana. Ce la propone il Mommesen nei suoi voluminosi libri. Eccone una traduzione, secondo il prof. Gualdo: Verana, figlia di Publio, Polla A sé e A Caio Frigidio, figlio di Lucio, della Tribù Aniense, suo marito. Nel primo secolo dopo Cristo già qualcuno abitava a Montorio: un certo Frigidio e sua moglie Polla.


SECOLO X: COSTRUZIONE DELLA CHIESA

Prima che il paese acquisti una sua consistenza, trascorrono diversi secoli. E arriviamo al decimo secolo, quando tutto un popolo si accinge alla costruzione della chiesa. La chiesa attuale è il frutto dell'unione di una popolazione che mette insieme la sua unica ricchezza: il lavoro delle proprie mani. Shuster I., uno studioso di cose della Sabina e di Farfa in particolare, scrive: "Questi edifici cultuali... (e tra loro la chiesa di Santo Stefano in Montorio) sono quasi tutti anteriori al secolo X."
La gente di Montorio ha costruito la sua chiesa, vi ha lavorato anni e anni per tirare su le mura, larghe fino a un metro, con sassi della montagna e spugne dei luoghi vicini. Nei muri ci sono pezzi di montagna, non perfettamente inseriti nella costruzione. Meraviglioso è il risultato ottenuto, grazie alla direzione dei benedettini di Santa Maria in Piano, ad Orvinio, i monaci che si erano stabiliti un secolo prima nella valle Muzia, costruendo nel 817 la chiesa di santa Maria in Piano. La chiesa di Montorio ha i segni di un lavoro improbo e generoso: le volte dell'intero terminano sull'altare in un arco curioso, come un tutto non finito.
Le famiglie del paese avevano dei terreni affidati loro dai monaci di Santa Maria, per coltivarli; in cambio dei frutti della terra qualcuno della famiglia, in certi periodi dell'anno metteva a disposizione le sue braccia per costruire la chiesa. Sul portale dell'entrata della chiesa c'è la firma dell'architetto:" Il poco del giusto è cosa migliore dell'abbondanza degli empi" (Salmo 37,16) Il benedettino che salva dall'abbazia veniva a portare la sua competenza nella coltivazione dei campi e nella edificazione di chiese e insieme poneva come augurio il frutto della sua preghiera prolungata nei salmi. Il fervore dell'abbazia si trasmetteva al popolo e ancora oggi, nei suoi dieci secoli di vita, la chiesa esprime l'operosità del villaggio e la ricerca di senso della quotidiana fatica.


1217: UN ACCORDO AL TEMPO DI FRANCESCO

La vita cresce e cominciano le prime lotte: Montorio entra in un fervido momento storico. Se ne deve interessare, nel 1217 anche il papa Onorio III, il papa di San Francesco d'Assisi. La badia di Santa Maria in Piano, fattasi potente, può permettersi il lusso di venire a contesa col vescovo cardinale della Sabina, per la giurisdizione sul clero delle chiese dipendenti. A chi toccano le decime e i proventi della cura pastorale dei paesi "Puzialia, Montorio, Rocca Felice, Petravilla e Petecia" soggetti temporaneamente al monastero? L'abate inviava nelle chiese vicine un padre e aspettava giustamente un frutto delle fatiche pastorali. Ma anche il cardinale vescovo della Sabina aveva i suoi diritti e voleva la sua parte. Fu necessario l'intervento di un cardinale, Leone di Santa Croce per dirimere la contesa. Si venne così alla decisione, confermata poi da Onorio III, che il sacerdote incaricato delle chiese vicine all'abbazia tra le quali Montorio, doveva essere nominato dall'abate ed entro 20 giorni lo stesso sacerdote scelto prestava obbedienza al cardinale. Per le decime e le provvigioni di frumento era prevista una parte per il monastero e una parte per il cardinale vescovo. L'arbitrato del 1217 ebbe una efficacia duratura. Il cardinale Pietro Gomez de Barro nel 1343, mentre visita la Sabina, scrive che l'accordo è in pieno vigore. E ancora nella visita del cardinale Andrea Corsini del novembre 1781, ricorda che la metà dei proventi dei beni della parrocchia di Montorio va al cardinale e l'altra metà all'abate di Santa Maria, anche se ne ignora la causa. Una balla importante quella del 1217 se lascia il segno per 6 secoli e nessuno osa trasgredirla! Francesco sta portando da Assisi e da Greccio e in ogni parte del mondo, pace, e Montorio, che venera il prezioso reliquiario, ora scomparso, ne riceve beneficio.


LA POPOLAZIONE DI MONTORIO

La gente di Montorio tentava di abbellire la sua chiesa costruita con fatica e amore. Nel 1553 sul campanile sono issate due campane l'una con l'immagine di San Michele, e l'altra con la scritta "Ave maria, gratia plena". E amava pure la gente, ornare con dignità le proprie case. Alcuni architravi di porte del paese, in sasso, hanno una bellezza contenuta. Uno è del 1575, un altro è del 1610 nella casa dove abitava "il parroco di questo castello". Sono i segni di un fervore operoso. Nella zona chiamata "villetta" sul colle di fronte al paese, fu costruita in un tempo indeterminato, una edicola dedicata a Sant'Agnese, anche se alla fine del '700 "non ne restava alcuna traccia". Verso il 1615 gli abitanti di Montorio arrivarono a 430 persone con 70 famiglie; un secolo dopo, nel 1737 sono scesi a 277 persone: 10 famiglie hanno cominciato ad andare altrove. Nel 1868, in un antico libro di battesimi, dal quale mancano 60 pagine (forse il freddo d'inverno, qui a 915m., era tanto e allora…) nello spazio di 9 anni ho contato 86 bambini. Il nostro testo del 1791 dice bene che le caratteristiche di questa gente "famiglie benestanti non ci sono, ma tutte vivono co' lavori". Di anno in anno, di secolo in secolo la gente di Montorio si trasmette con semplicità il gusto alla vita, al lavoro e alla festa insieme.


LA MADONNA DEL MANENTI

La gente del nostro Paese ha il gusto per le cose belle. Già fin dal 1599 un certo Stazio "ornò di pitture l'altare maggiore", oggi però non ne resta nulla. Un affresco raffigurante la Trinità è stato cancellato dall'umidità che, in alta montagna è tanta resta ora nel cuore della gente un amore grande al santuario della Trinità, in Vallepietra, dove si reca ogni anno, numerosa. Gli abitanti però non si arrendono all'usura del tempo e affidano a un pittore insigne della Sabina, il Manenti, il compito di portare un saggio della sua arte nella chiesina. Il Manenti è di Orvinio e si era preparato nella pittura, a Roma, nella scuola di Raffaello. Verso il 1636 "Francesco" nella chiesa dei Raccomandati (Orvinio e il "martirio di Santo Stefano a Pietraforte, affresca a Montorio la bella Madonna del Rosario con i santi a lato. E' un onore tributato alla Madre di Dio e pure un onore alle mamme e alle spese: nel giorno della Madonna del Rosario e dell'Annunciazione del Signore la gente si ritrova nella casa, dove è la statua di Maria, e racconta e comunica la vita di tutti i giorni con le sue speranze.


LA VISITA DEL CARDINALE ANDREA CORSINI: 1781

Sembrano le note che stiamo scrivendo, una storia fuori della storia. Lontano cominciano già i rumori di una rivoluzione importante per l'Europa: qui il tempo è scandito dal suono delle campane, dal lavoro dei campi, ancora più pesante nelle terre sassose di montagna. La visita del cardinale Andrea Corsini, il 7 novembre 1781, scuote la gente dalle sue abitudini quotidiane . E' una sera di un giorno piovoso, come ce ne sono tanti. Tutta la gente va in chiesa, la casa di tutti per accogliere una persona così che viene da Roma nella casa più grande di tutte. Il cardinale è venuto a vedere la gente, a interessarsi dei suoi problemi, è venuto a interessarsi dei suoi problemi, è venuto a tastare il polso del sentimento religioso della gente di montagna. Quale fervore di opere la sua visita: il libro che ne parli 359 pagine un po' in latino e un po' in italiano, dice di costruire una nuova sacrestia, un nuovo altare, di rinnovare il battistero, di tagliare alcune querce del castagneto per nuovi armadi per gli arredi sacri. E di cambiare i parametri e di rimettere in ordine l'abitazione parrocchiale, di rifare il letto della Chiesa, perché ci piove. Quante cose ordina il cardinale. Sarà stato fatto tutto? Il cancelliere del cardinale che redige gli atti della visita osserva: "Si trovano in queste diocesi della Sabina molte chiese parrocchiali con il peso di cura d'anime, le quali sono talmente povere e scarse dell'annue rendite che li Parochi e li rettori non possono decentemente mantenersi e sostentarsi…" Si fa anche l'inventario preciso dei beni della parrocchia per venire incontro alle varie spese. Si interroga il parroco sul suo lavoro pastorale e sulla sua presenza alla gente. Gli è domandato se ha il permesso, quando si assenta dal paese e se rimane lontano più di 4 giorni. E come svolge la preparazione dei ragazzi alla cresima, se si coltiva personalmente: l'arciprete di Montorio, Domenico Santoboni, nativo di Poggio Moiano dice che si procurerà il Catechismo Romano e la Bibbia. Forse erano un lusso per lui. Il cardinale lascia un segno del suo passaggio: il portale della chiesa ha in cima le rose, il suo stemma cardinalizio. Un grazioso gesto di benevolenza!


LA FESTA DI SAN MICHELE

Nella festa di un popolo manifesta la sua storia, le sue radici, la sua economia, la sua identità, è stato scritto. Nella sua festa Montorio raduna da ogni parte la sua gente: da Tivoli, da Roma, da Rieti, da Mantova, da Bolzano, da Foligno, da Frosinone…ovunque sono sparsi i suoi figli in Italia. Il 29 settembre, festa di San Michele arcangelo il paese tocca il cuore della propria vita.La festa di San Michele si diffuse nella Sabina grazie all'influsso dell'abbazia benedettina di Farfa, cui i duchi di Spoleto, longobardi, donarono il santuario sul monte Tancia.
L'8 maggio del 663 i longobardi sono vittoriosi a Siponto dei Saraceni (attuale Manfredonia) e ne attribuiscono il merito a San Michele. Farfa, santa Maria in piano e la chiesa di Montorio hanno stretti legami di vita religiosa ed economica. San Michele diventa il segno della propria storia, della propria origine e della propria vita.
San Michele conosce pure una festa sui prati. In una grotta naturale, sulla montagna vicina ai campi dove parte del paese lavora, è stata edificata una chiesa dedicata da San Michele, elevando, non si sa quando una parete. E Montorio venerava qui anche i propri morti, quando il cimitero non ci stava, e questo ancora nel 1791. Tutta la popolazione l'8 maggio sale ai prati e dopo l'eucarestia si abbandona alla gioia di ritrovarsi, di fare festa e di vivere insieme. La gente in San Michele canta la sua vittoria sull'indifferenza, nell'essere vicini gli uni agli altri. Vale la pena ritrovarsi lassù sulla montagna l'8 maggio, vale la pena ritrovarsi a Montorio il 29 settembre!


SCUOLE A MONTORIO

La chiesa, la Madonna del Manenti ci dicono che la gente in qualche modo si coltivava. Ho conosciuto una maestra che di frequente sale a Montorio dove ha trascorso i suoi anni migliori ad insegnare ai ragazzi del paese: insegnare in una località di montagna, all'inizio, secolo voleva dire restare lì, nei lunghi inverni, quando la neve protegge il paese. Ma già prima la gente di Montorio aveva il suo bravo maestro. Nel 1781 era cappellano e maestro un certo Petrocchi e prima di lui don Pietro Dominici, di Paganico. E' un fatto abbastanza singolare questo, quando sappiamo che tanti paesini del Reatino cominciarono ad avere le scuole primarie solo tra il 1860 e il 1870. A Montorio hanno cominciato presto a istruirsi, ad imparare a leggere e a scrivere, anche se non tutti poi sanno scrivere e per testimoniare fanno la croce, come Pio Stefano. Se un domani qualcuno del paese farà parlare di sé non abbiatevela a male: le radici sono abbastanza profonde!


MONTORIO, OGGI

Durante l'ultima guerra tutto il paese ha vissuto un momento drammatico. Accoglienti come sempre, quei di Montorio con il loro arciprete don Amleto hanno ospitato, nella casa parrocchiale un capitano inglese, alcuni ebrei ricercati e un generale dell'esercito italiano disperso. Questi trascorrevano i loro giorni, in attesa della liberazione, lì in paese e nei luoghi vicini, mentre le famiglie dividevano con loro quello che avevano sulla tavola. Una sera il paese è circondata da una colonna tedesca partita da Poggio Moiano: sono fatti prigionieri l'arciprete e il generale italiano mentre gli altri non riescono a fuggire verso Pietraforte. I due sono portati a Roma dove sono sottoposti a torture per far loro rivelare dove si trovano altre persone. E' stato un momento indicativo nelle doti migliori di un popolo che accoglie tutti, disposto anche a pagare di persona. E non ne fa vanto. E' questa una realtà di vita che la gente porta avanti ancora. Quando c'è da essere vicini agli altri per portare insieme qualche peso, quei di Montorio non si tirano indietro. Il mio augurio: che i giovani di Montorio, e non sono pochi, portino dove andranno la caratteristica della sua gente, l'accoglienza verso tutti.