Presentazione

Il profilo biografico di Suor Agostina Pietrantoni ci offre l'occasione di conoscere questa giovane Suora della Carità che, nella semplicità della sua vita quotidiana, ci ripropone in tutta la sua forza il perenne messaggio evangelico di Gesù: "Amatevi come io vi amo". La vita di Suor Agostina si svolge come una liturgia: due tempi ordinari un tempo forte Il primo tempo ordinario è quello della sua esistenza di ragazza di paese: semplice, modesta, laboriosa, cristiana fedele. Come tante sue amiche. Eppure più delle altre creava intorno a sé serenità, sicurezza, luce di bontà. Tutti lo avvertivano e attingevano come ad un bene normale. Il secondo tempo ordinario è rappresentato dagli otto anni di vita religiosa: Suora della Carità ed infermiera. Nulla di straordinario: amava la sua Comunità, osservava la Regola con semplicità e amabile esattezza. I rapporti con le consorelle erano gioviali e arricchiti da piccoli servizi supplementari. Da brava figlia di S. Giovanna Antida serviva i malati con la certezza evangelica di incontrare in loro Cristo stesso. Come tante altre Suore della Carità infermiere. La sua capacità di mantenere un volto sempre sorridente accendeva, in chi l'avvicinava, pace e conforto. Tutto, però, veniva recepito come un valore normale. Il tempo forte è quello della sua morte: per il motivo, il modo, la provenienza. Il perdono, per chi alza la mano omicida contro lei, riveste di piena luce la sua vita di totale consacrazione a Dio e di servizio ai fratelli. La morte rivela lo spessore della sua umanità e della sua spiritualità. Nella semplicità e nell'umiltà di questa giovane suora, Dio ha voluto manifestare la potenza e la tenerezza del suo Amore. La liturgia della vita di Suor Agostina tocca il punto più alto nel momento in cui la Chiesa la riconosce come modello di santità. Accostarsi a questa martire della carità fa bene a tutti, perché ci indica ancora una volta, che la via della santità è percorribile da tutti.

Introduzione

Le suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret vivono con tanta gioia nel clima della terza glorificazione della loro Consorella Suor Agostina Pietrantoni. La prima avvenne il giorno stesso della sua morte. Il popolo di Roma l'acclamò con voce corale "martire della Carità". Era stata colpita dalla mano armata di un ammalato di t.b.c. da lei stessa curato con tanto amore. La seconda quando fu proclamata "Beata", il 12 novembre 1972, dal Papa PaoloVI, il quale nella sua mirabile omelia elevò un inno commosso alla verginità e al martirio di fedeltà nel servizio quotidiano ai fratelli sofferenti. La terza è la canonizzazione, il massimo onore che la Chiesa universale dà a chi è passato su questa terra vivendo radicalmente il Vangelo. Suor Agostina morì durante gli ultimi sussulti del tormentato secolo XIX, il 13 novembre 1984. In questo anno ultimo scorcio del '900 se ne profila la Canonizzazione. Sembra che il Signore voglia sigillare i secoli con i suoi Santi. Anche Santa Teresa di Lisieux, scomparsa alla fine del 1987 torna alla ribalta al tramonto del secolo XX per essere proclamata "dottore della Chiesa". Queste due figure femminili, una di vita attiva, l'altra di vita contemplativa, ci ricordiamo ciò che nel fluire del tempo abbiamo dimenticato: - Chi spende la sua vita per gli altri, la ritroverà in pace e salvezza- ci dice Suor Agostina. - Non pensate soltanto a curare il vostro corpo lasciando deperire l'anima - ci ammonisce Teresa di Lisieux. La vita di Sr. Agostina come quella di S. Teresa del Bambin Gesù, è trascorsa nell'ombra e nel silenzio di una casa religiosa. Per la piccola Suora della Carità anche i lamenti dei suoi ammalati si trasformavano in silenzio di preghiera o in parole rispettose di conforto. Tanto era sconosciuta al mondo che quando la morte, per voce di popolo, la elevò a martire della Carità, tutti si domandavano: Chi è questa Suor Agostina? Perché quella morte? Ci troviamo di fronte ad un'anima d'eccezione o dinanzi ad un avvertimento fortuito? Omnes- direbbe il grande Agostino di Ippona- rem videbant, causam non videbant. Per conoscere la causa prossima e remota di quella morte s'indagò sulla sua vita apparentemente tanto comune. Così, cercando e scavando, si capì, una volta di più, che i Santi non s'improvvisano e che tanto meno s'improvvisano i martiri. "La morte non è alla fine, ma dentro la vita stessa". La morte si prepara vivendo. Suor Agostina l'aveva preparata prima con la sua vita operosa di figlia in una semplice famiglia cristiana, poi con la sua fedeltà eroica al servizio della Carità tra le figlie di Santa Giovanna Antida Thouret. I ricordi di persone che l'avevano conosciuta da vicino all'ospedale Santo Spirito e i documenti scritti ne rilevarono la vita cresciuta nel sacrificio e santificata dalla croce: una croce sempre accettata, sempre amata per somigliare a Cristo nella dominazione di sé a servizio dei poveri e dei sofferenti; un'esistenza terrena di trenta anni che si configura ogni giorno più all'immagine del Crocifisso, fino alla gloria del martirio. Questo semplice lavoro sintetizza le varie testimonianze della santità di Suor Agostina. Le suore della Carità rievocando l'umile e fedele snodarsi della sua vita comunitaria e l'esercizio eroico della sua Carità ritrovano e rinnovano la gioia di "essere tutte di Dio" e pienamente partecipi dei problemi della società in cui vivono, servono, pregano.

Una presenza invisibile

C'è un borgo nel cuore della Sabina che s'innalza su un dosso montagnoso di oltre 800 m. e che, tra ripide discese, apre due strade: una verso la via Tiburtina, l'altra verso la Salaria. E' Pozzaglia, un antico feudo agricolo che in secoli remoti fece l'altalena tra la potente Signoria abbaziale della vicina Farfa e gli Orsini e i Colonna. Oggi è un bel paesino di villeggiatura estiva e continua quieto e salubre, anche se per gli abitanti lavoro duro e senza tregua. Nell'immediata periferia, si presenta con un ampio spazio alberato. Ai vicoli stretti dell'abitato, tracciati a saliscendi, si accede con scalini, ora più comodi, ora molto ripidi. Le case di pietra locale, da poco intonacate, si ornano di fiori alle finestre e di contenitori penduli, anch'essi fioriti. Il complesso panoramico sa di agreste dignità ed è piacevole. Fino a qualche decennio fa non era davvero così. Sembrava che lì, da qualche secolo, il tempo si fosse fermato. L'impressione era di un penoso abbandono ad una primitività accettata con spontanea rassegnazione. Strade sassose, scale a lastre traballanti, case screpolate erano segni di una vitalità smorzata. La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Nicola di Bari condivideva anche all'interno tanto squallore: oggetti di culto. Nel 1972 quasi all'improvviso, da Roma a Pozzaglia rimbalzò un nome, una notizia: - Livia, Suor Agostina Pietrantoni, sarà proclamata Beata! Fu una scossa alle autorità del borgo e alla popolazione; un risveglio che sollecitò un esame della situazione presente. Occorreva rinnovare l'immagine del paese. Suor Agostina, - Livia Pietrantoni- era una giovane Suora della Carità, nativa di Pozzaglia, uccisa nel 1894 al Santo Spirito di Roma per fedeltà al suo impegno di servizio ai poveri. Ora quella giovane compaesana veniva proclamata Beata davanti al mondo intero dal Papa Paolo VI. Quale gloria per quella sperduta nella mente il ricordo di averla conosciuta. I più giovani ne rievocavano la storia ascoltata dai nonni. Altri volevano conoscerla dalla viva voce dei nipoti ancora viventi. Si verificò,quindi, una nuova e lieta vitalità. Quel nome incominciò a riempire l'aria e la luce di ogni giornata. Divenne una presenza invisibile cui si voleva rendere omaggio lavorando per dare un volto nuovo di fede e dignità a quel piccolo villaggio, ora destinato a grande onore. Così, dal 1972 si fece strada un forte desiderio del bene comune, uno stile di vita più in linea con la società e l'uomo di oggi. In poco più di due decenni, con graduali miglioramenti, il paese si è rinnovato tanto da poter affermare che Suor Agostina è stata uno strumento nelle mani di Dio per la promozione della sua terra natale. E' innegabile, tuttavia, un contemporaneo e simile progresso economico anche in altri paesi per altre cause socio-culturali. Nell'accenno statistico di un illustre pozzagliese, Lanfranco Luzi, possiamo trovare un chiarimento al nostro caso. "Oggi- egli scrive- il comune conta all'anagrafe 553 abitanti, a fronte dei 72 censiti nel 1971". Quei giovani e quelle famiglie evase dal paesino per una vita più evoluta, vi tornano spesso e vi portano novità di idee e movimento economico che rendono più confortevoli case e luoghi. Ma anche nei mutamenti esteriori, per chi ci è vissuto e ci vive ancora, Pozzaglia resta sempre "un piccolo mondo di intimi affetti e sentimenti dove ci si accontenta di poco e si coltiva il senso della solidarietà". Oggi, forse, più che mai ogni pozzagliese potrebbe cantare a se stesso i versi del concittadino Pino Angeloni: "…Quando un giorno morrai il mio spirito vagherà invano alla ricerca di un amico come te paesello mio". La seconda domenica di novembre non c'è famiglia oriunda di Pozzaglia che non ritorni al paese: è la festa della Beata Agostina, è un'indiscussa solennità affollata entusiasta ed entusiasmante. Se visita la casa natale della Beata. Si parla di lei nella omelia della celebrazione eucaristica all'aperto. Si canta il suo inno in coro di popolo. Si ricordano tante cose di lei. La sua umiltà contrasta con la festa che esplode a marcia di banda musicale, a scoppi di mortaretti durante la lunga processione. Qui viene confermata l'affermazione riccamente documentata di un illustre studioso di storia delle religioni, Alfredo Cattabiani: "Il culto dei Santi ha inspirato in Italia feste, patronati, proverbi, e opere d'arte". Anche Suor Agostina è l'ispiratrice di un mosaico nella cappella a lei dedicata e di tanti quadri, canti, poesie. Ogni anno, in pieno autunno, ella continuerà ad accompagnare i cari compaesani in una chiesa parrocchiale rinnovata, che ha riacquistato dignità e invita alla preghiera. La grande tela cinquecentesca dell'altare maggiore è stata ben restaurata, il vecchio ciborio ligneo ha ripreso il suo mirabile colore con ornamenti in oro. Suor Agostina, presenza invisibile, con la sua voce appena sussurrata come quando era in vita, parla ancora della sua terra natìa. Le sue parole evocano il senso sacro, della bontà e dei grandi valori della famiglia, della comunità umana. Questo monito gentile e tanto utile si interiorizza facilmente: ci coglie dal contesto della festa, dall'atteggiamento di partecipazione delle persone, dal clima di amicizia che si va creando, dalla giovialità degli incontri e dalla gioia delle piccole scoperte che danno pace interiore e dispongono a comunicare soltanto ciò che è valido all'esistenza umana.

Una giovane sul filo dell'insolito

Alla Chiesa, madre dei Santi, non sono mai mancati mirabili esempi di "sequela Christi" da proporre al mondo. Ogni situazione umana, ogni età, ogni tempo può trovare nella storia della Chiesa un modello cristiano di comportamento. L'800, nonostante i suoi tormenti ideologici, rivoluzionari, politici è un secolo ricco di figure di primo piano nel mondo della Chiesa e quasi si chiude con un lampo improvviso di cristiana eroicità. Viene da un'umile Suora della Carità morta per mano omicida perché fedele al suo impegno di amore ai sofferenti: Suor Agostina Pietrantoni. Era vissuta ignorata nel suo paese e nel silenzio più assoluto nella sua missione di suora infermiera. Solo la morte la rivela al mondo che chiede di sapere qualcosa di lei. Come aveva meritato il privilegio di morire martire della carità di Cristo? Suor Agostina Pietrantoni era nata a Pozzaglia, il 27 marzo 1864. Al battesimo fu chiamata Livia, derivazione dalla Santa Martire Oliva, venerata in paese come modello di vita per le donne "affinché- dicevano i vecchi- ne vivessero il significato di pace e capacità di lenire e addolcire le asprezze come fa l'olio della nostra Sabina". La numerosa famiglia Pietrantoni- i nonni Domenico e Adeodata, papà Francesco, mamma Caterina e undici figli- era una delle tante con la tradizionale impostazione dei grandi valori umani religiosi: "tutti badavano a far bene e si pregava molto". In quella casa c'era quasi sempre il pane quotidiano un vestito per il lavoro e uno per i giorni di festa. L'ideale famigliare era di avere all'onore fatto di timor di Dio, di rispetto per gli altri, di pane guadagnando con il sudore della fronte. Il Dio della famiglia Pietrantoni era un Dio che si incontrava tutti i giorni. Un Dio che camminava con la croce a fianco di ciascuno per insegnare come e perché la croce si porta. Il Pietrantoni erano fatti così. Il custode di questo stile di vita era nonno Domenico, figura di primo piano della famiglia. Egli voleva incidere la sua fiera testimonianza di principi e di dignità nel carattere dei figli e dei nipoti. Soleva dire, anche nei momenti più duri e drammatici, non per fatalismo, ma per buon senso: - Con la vita ci vuole pazienza- e, dicendo questo, guardava il Crocifisso: il Paziente. Livia, la secondogenita, con poche parole e molti fatti, imparò in famiglia a coltivare la pazienza nel suo significato di "patire", aspettando con serena fiducia qualcosa che al momento non c'è, ma che poi verrà… Era stata anche nonna Adeodata, donna saggia e di serio spirito cristiano a guidarla in questa concezione educazione ad una fede pratica, forte e soave che dona all'infanzia e alla giovinezza un riflesso di bellezza interiore. Sul piano della fede Livia pone le pungenti limitazioni economiche della sua vita giovanile, senza dramma, senza farne sentire agli altri la responsabilità. Qui è l'insolito della bimba, dell'adolescente, della giovane Livia. Generalmente, l'adolescenza e la prima gioventù sono momenti particolari intrisi di tristezze anche senza motivo, di scontento, di ribellione al normale, di fuga dalla realtà, di rifugio nel sogno e in ideali rosei. L'insolito di Livia è la disponibilità all'attimo presente, l'assenza di anticonformismo e di risentimento. Non per passività e mancanza di personalità cosciente e volitiva, ma perché sente al di sopra di sé la volontà di Dio che diventa luce e ragione di vita. L'insolito del suo stile di semplicità, docilità, laboriosità lascia intravedere ciò che mamma Caterina con poche parole esprimeva alle comari vicine di casa:"Questa figliola è un vero dono di Dio. Mi dà tanta consolazione". La piccola Livia trasmetteva in famiglia il dono del vero Consolatore: lo Spirito Santo. Il 7 Settembre 1868, a quattro anni e mezzo, aveva ricevuto ad Orvinio il Sacramento della Cresima da Monsignore Carlo Gigli, Vescovo di Tivoli. Ne ricorderà sempre la gioia interiore e gli insegnamenti del catechismo, specialmente la spiegazione del "Credo" non solo memorizzato, ma trasformato in preghiera. Appena tornata a casa, dopo il rito della Confermazione, alla famiglia riunita per festeggiarla, ella, bimba di quattro anni e mezzo, chiese il silenzio per pregare il "Credo". Questo si ripeterà spesso, e, secondo le testimonianze, la recita del Credo nella famiglia Pietrantoni, era sempre un momento solenne. Livia si sentiva allieva dello Spirito Santo e noi vorremmo completare: allieva e specializzata. Ella riempì con questa preghiera, che era tutta la sua teologia, gli anni precedenti la Prima Comunione che, allora, si riceveva dopo i dieci anni. Livia ne aveva tredici e ci arriverà con una preparazione e comprensione da anima eucaristica. Alimentata dal Corpo e dal Sangue di Cristo, porterà sempre nelle sue attività la forza del sacrificio costante,vigile, senza risparmio di sé. I sacramenti ricevuti non avevamo suscitato in lei emozioni passeggere, ma una forte consapevolezza e responsabilità per una vita cristiana adulta. Questa verità si percepiva dal suo modo di pregare. La sua preghiera era veramente un'esperienza di Dio. Ne troviamo testimonianza tra i ricordi delle sue amiche: "Quando preghi- le diceva una di esse- sembri lontana, lontana da noi"; e un'altra:"Quando Livia prega diventa più bella". Una sua sorella la rimprovera così: "La sera, dedichi alla preghiera un tempo troppo lungo, ti dimentichi della stanchezza". Forse Livia non sapeva neppure che cosa volesse dire "contemplazione", ma certamente lei contemplava, perché andava oltre la semplice devozione di un atto ripetitivo. Tuttavia le consuete devozioni non mancano nella giornata di Livia. Lo sanno bene l'edicola dedicata alla Trinità sulla strada di Poggio Moiano e la Cappellina della Rifolta, nascosta tra i faggi e le Cappellina della Rifolta, nascosta tra i faggi e le querce dell'ultimo pendio di Monte Faggeto. Questo luogo, lambito dalle abbondanti acque del torrente Lasso, che azionava la ruota del mulino del paese, era meta di lavoro di Livia ma anche meta delle sue passeggiate. Nella Cappella della Rifolta, Livia imparò ad amare la Madre di Gesù. La sua devozione a Maria cominciava da qui ed era un incanto per l'anima sua e per chi l'avvicinava. Livia contemplava il Creatore nel suo creato. Si fermava con stupore sulla bellezza di un fiore di campo, ascoltava stupita il brontolio musicale del torrente impetuoso, s'immergeva nella limpidezza del cielo come nelle umili cose del mondo che la circondavano. Erano gli atteggiamenti di un colloquio ininterrotto col Creatore. Ma era anche capace di un salto immediato dalla contemplazione all'azione quando lo richiedeva una realtà. Quello stesso torrente la vide tuffarsi nelle sue acque violente e minacciose per salvare un fratello che vi stava per annegare durante un terribile improvviso temporale. Livia lottò con il torrente per strappargli il ragazzo che non riusciva a rimergere dall'acqua e dal fango. Questo episodio ci porta ad un'altra dimensione del mondo interiore della giovane Livia e si deve tener presente, per entrare nel suo insolito normale. La sua fede non si esauriva in contemplazioni e in espressioni vocali. Diveniva operosità per chi ne aveva bisogno e lavoro domestico al quale i figli venivano abituati "perché - dicevano i vecchi - in casa tutti mangiano, quindi tutti devono lavorare." I servizi in famiglia erano visti come un atto di giustizia reciproco tra i componenti. L'infanzia della piccola Livia passò quindi senza moine, anzi fu segnata dalla durezza del lavoro minorile. Nella seconda metà del XIX secolo il lavoro minorile infantile - era causato dal convulso liberalismo e capitalismo del processo industriale, dal grave squilibrio economico che investì tutta l'Europa e soprattutto l'Italia rurale e montana, già tanto scarsa di risorse. Così la piccola Livia, prima ancora di dieci anni, lavorò come portatrice di secchielli di ghiaia sulla strada in costruzione da Poggio Moiano ad Orvinio e a quattordici e a quindici anni fece l'olivarola nei vasti oliveti intorno a Tivoli. Fare l'olivarola significava partire a piedi da Pozzaglia a gruppi di giovinette con un fagottino di robetta personale e restare lontano da casa per mesi interi raccogliendo olive, sotto la sorveglianza di caporali spesso troppo esigenti e senza scrupoli. Affrontavano questo estenuante tenore di vita ragazze bisognose di raggranellare un gruzzolo per farsi il corredo da sposa, o chi voleva godersi un po' di libertà, ma soprattutto giovanette che dovevano portare un aiuto nella famiglia numerosa. Troviamo scritto nel processo per la Beatificazione: "Livia nel suo posto di lavoro era segno di grazia e di fortezza". In questo ambiguo mondo dello sfruttamento minorile, le amiche si appoggiavano alla sua fede attiva. Consapevoli della loro debolezza cercavano la persona forte ed ella non le deluse. Divenne una presenza prudentemente vigile. Organizzò interventi di difesa con coraggio, fermezza e dignità contro certi soprusi. Un giorno con le altre olivarole si presentò al padrone del campo con questa sfida: "Se fin da domattina non sarà allontanato da qui quel tale sorvegliante, noi tutte lasceremo immediatamente il lavoro". Le motivazioni portate produssero subito il buon esito della sfida. Così Livia andava maturando l'unità della sua personalità dolce e forte, docile e battagliera per il bene. Tra i giovani, pur normalmente generosi, è abbastanza difficile trovare chi sa intuire i dolori che non si vedono. Livia ne era ricca. Per questo la vediamo far scivolare una porzione del suo cibo nel sacchetto della compagna cui non bastava la sua misera provvista o in quello di un'altra che non ne aveva affatto. Da qui deriva quel suo "si", con tanta timidezza e disagio le chiedeva un piccolo prestito che, già si sapeva, non poteva essere restituito. Una sera un'olivarola fece una brutta caduta su una strada presso Mandela. Non può stare al passo con le altre. Con il tempo, il dolore aumenta e con esso l'impossibilità di camminare. Il gruppo si allontana, forse con la pena, ma senza il coraggio di pagare di persona. Livia, dimentica di se stessa, del suo guadagno, perfino del suo posto di lavoro ferma e le fa compagnia tutta la notte in una specie di riparo sul ciglio della strada. Il mattino dopo, sistemata la povera giovane infortunata, raggiunge le altre già al lavoro. L'accolgono con un applauso e la difendono per il suo ritardo. Questa è Livia a quindici anni. Si stava facendo largo nel suo animo il carisma evangelico del dono di sé ai sofferenti. Credeva all'amore di Dio per le sue creature e le voleva essere collaboratrice di questo amore. Ma Livia quando tornava a casa dal lavoro, aveva un po' di riposo per sé? Certamente l'avrebbe avuto se non ci fossero state altre voci imploranti: gli anziani. Di fronte alle indigenze degli altri dimenticava se stessa. In un paese come Pozzaglia gli anziani ammalati durante il giorno venivano lasciati soli per lunghi ore, senza assistenza, senza possibilità di muoversi e di cibarsi. Era l'esigenza di lavoro dei famigliari. A Livia non sfuggivano certe realtà di vita. Eccola comparire a fianco degli anziani o delle anziane immobilizzate dal male, per riordinare la misera stanza, preparare una minestra calda, imboccarli e dialogare con loro così interrompeva la loro solitudine e le lasciava più rassegnati, sereni e con la fiducia che genera gratitudine. Quella carità era tanto più gradita perché veniva da una povera a poveri. Ma chi aveva dato a Livia quella capacità di relazioni con gli altri? Da dove attingeva quel "saper fare"che generalmente è frutto di corsi di studio? Livia aveva soltanto la sapienza che le veniva dallo Spirito Santo di Dio. L'insegnamento ricevuto si era fermato alle classi elementari, nemmeno frequentate con assiduità per le solite motivazioni di lavoro in casa e fuori casa. Le ripetizioni delle lezioni che le facevano le sue compagne di scuola, riempivano i vuoti delle sue assenze. Le maestre lo sapevano, lo costatavano e l'ammiravano. A nessuno sfuggiva che in Livia c'era qualcosa di insolito che la rendeva contemplativa ed attiva contemporaneamente. Soprattutto si percepiva che il suo cuore si era aperto al più grande comandamento del Vangelo: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37.39). Questo programma non permette più alla persona di vivere solo per se stessa, ma la trasforma in un'ombra luminosa che si ferma presso chi cerca conforto, sollievo morale e fisico, gioia e vita. Inconsapevole di un preludio di radicale vocazione, Livia così passò la giovinezza: ricca di doni e di corrispondenza all'azione dello Spirito Santo che l'attendeva ad un varco, tra i più alti, della vita cristiana. "Lo Spirito soffia dove vuole..." Era quell'alito che muoveva questa giovane semplice e intelligente: la modellava con la fatica e le privazioni, ma anche con le consolazioni di Dio che illumina il cammino e guida fino alla realizzazione del suo misterioso progetto.

La pietra scartata dai costruttori...

Livia è ormai una giovane sui vent'anni. Le sue giornate continuano a scorrere sul filo del lavoro in casa e fuori casa, sempre illuminate da molta preghiera e impreziosite dal sacrificio mai rifiutato. Mamma Caterina, come tutte le mamme, pensava alla sistemazione della figlia. Più di una volta, vi erano state serie e vantaggiose proposte di matrimonio dai giovani del paese. Ma Livia era così evasiva e indifferente a quel comune e pur importantissimo impegno, cui tutte le sue amiche aspiravano, da far lamentare sua madre:"Io non so che pensare di questa figlia; non ci capisco niente: non so proprio che cosa cerca!". La madrina di cresima, per volontà di mamma Caterina, un giorno la chiamò a casa sua per confezionarle un vestito un po' più alla moda, ma la giovane bonariamente le disse:"Ma lasci stare! A che serve?". Allora la madrina capì che essa aveva occhi e cuore verso altri traguardi e che attendeva un momento misterioso, pieno di incognite, ma tanto desiderato. Livia,per indole naturale, non era facile alle confidenze. Teneva custoditi nel cuore i segreti dei suoi sogni. Forse le situazioni vissute fino allora non l'avevano abituata ad essere espansiva e a manifestare con spontaneità gl'intimi sentimenti personali. Ma benché nessuno mai avesse parlato di vita religiosa nei riguardi di Livia, molte persone a lei vicine percepivano che non aveva le stesse aspirazioni delle giovani del paese. Ed essa che cosa pensava del suo avvenire? Silenzio! Una cosa è certa: aveva sentito parlare, sì, di ragazze che erano entrate in convento, ma della vita religiosa aveva notizie vaghe, confuse. Al più poteva fermare la mente e il cuore sulle sue immaginazioni di una vita tutta e sempre dedita alle cose di Dio. Non sapeva, davvero, distinguere la vita consacrata in clausura dalla vita consacrata nella missione attiva. Tuttavia, la sua grande fede le faceva intravedere un momento in cui Dio avrebbe permesso qualcosa di bello per lei. Quel momento, ad un certo punto, sembrò avvicinarsi. Un suo zio materno, religioso nella Congregazione della Misericordia, fece una visita di qualche giorno ai parenti di Pozzaglia. Era l'autunno del 1885. Quando ripartì raccolse un bel cesto di frutta per i confratelli di Roma. Livia offrì il suo aiuto per portarglielo fino alla corriera. Il suo aiuto per portarglielo fino alla corriera. Durante il tragitto, due giovani del paese, vedendo Fra Matteo, gli rivolsero delle domande sulla vita religiosa, per poi esprimere, scherzando, la loro mentalità ben lontana dalla religiosità del convento. Livia era stata tutta orecchi a quel dialogo. Ripreso il cammino, zio Matteo, che durante la visita ai parenti aveva notato la dolce e serie spiritualità della nipote aveva notato la dolce e seria spiritualità della nipote e la sua attitudine ad aiutare i sofferenti, le rivolse all'improvviso una domanda:"E tu, hai paura della vita religiosa?". "No, zio- rispose pronta la giovane- Volesse il cielo che potessi farmi religiosa. Ma come fare? Non ho niente!". "Se proprio lo vuoi- la incoraggiò lo zio- possiamo pensarci insieme: la tua vocazione mi sembra sicura, ti aiuterò io nella scelta della Congregazionie". Fra Matteo mantenne la parola tenendo presente la serietà e le qualità che aveva scoperto nella giovane. Secondo il suo giudizio, Livia avrebbe potuto realizzare la chiamata di Dio al servizio dei poveri nella Congregazione delle Suore della Carità fondata nel 1799 da Giovanna Antida Thouret, una giovane della Franca Contea, di fede limpida e forte come il diamante. Questa Fondatrice, canonizzata nel 1934 da Pio XI, aveva dato inizio al suo Istituto per esortazione della Chiesa locale di Besançon, e lo aveva vivificato con l'esperienza delle innumerevoli e terribili difficoltà che aveva superato durante la Rivoluzione Francese. La Congregazione era nata in Francia, per un servizio a tutte le forme di sofferenza dell'uomo. Presto si era estesa in Svizzera e in Italia, prima di tutto a Napoli, nell'Ospedale degli Incurabili, dove Giovanna Antida era stata invitata da Letizia Ramolino, madre di Napoleone, mentre era Re di quel regno Gioacchino Murat. Anche nel Nord-Italia ci furono molte richieste di Suore della Carità per case di cura, per l'assistenza agli anziani, per l'educazione degli orfani. A Roma, chiamate dal Papa Gregorio XVI, avevano preso servizio nell'ospedale Santo Spirito e in altre istituzioni sociali sorte per i giovani in difficoltà e fanciulli abbandonati. Certamente tale ricchezza derivava dalla vitalità del Carisma. Santa Giovanna Antida aveva innestato una delle sue più profonde e vissute intuizioni, "Dio Solo", su di un messaggio fondamentale del Vangelo: manifestare agli uomini l'amore di Dio con una dedizione assoluta ad ogni forma di dolore e in ogni terra. Ella morì a Napoli nel 1826, dopo molte sofferenze dell'anima, ma con la gioia di sapere approvata dal Papa Pio VII, per la Chiesa universale, la sua Congregazione. Questa continuò ad avere forza di espansione mediante la richiesta di Vescovi e di eccellenti uomini di Dio, realizzando il sogno della Fondatrice che avrebbe attraversato i mari se quella fosse stata la volontà di Dio. La Suora della Carità è arrivata oggi nelle Americhe, in vari Stati africani e asiatici e anche nell'Est d'Europa: in Romania e in Albania. Alla Superiora di questa Congregazione, Madre Giuseppa Bocquin, si rivolse Fra Matteo per chiedere di accogliere tra le Suore della Carità la giovane Livia. La risposta sembrò affermativa. Livia ne fu informata, il suo cuore si ricolmò di gioia e i preparativi incominciarono e…finirono: raccolse qualche indumento personale e i documenti richiesti. Questa era il bagaglio che si vedeva, mentre la dimensione dell'anima ricca di Dio, restava invisibile. Salutati parenti ed amici partì con l'emozione facilmente intuibile, accompagnata dal padre sul calesse del padrino di battesimo. Siamo cordialità, molte domande precise, ma risposte timide, stentate, quasi a monosillabi e in dialetto. Era la prima volta che Livia si trovava in un ambiente tanto diverso da quelli che conosceva e di fronte a persone importanti per dignità e potere decisionale. L'emozione e l'ansia erano grandi e bloccavano la sua innata e bella ingenuità. Fece la figura della primitiva, insicura, forse di una incapace di assimilare i principi della vita consacrata. Con la stessa cordialità la Madre le disse che era bene tornare a casa e leggere quel foglio che le porgeva. Il tutto significava un rifiuto. In quel foglio c'era un elenco del corredo e della dote che avrebbe dovuto portare. Livia lo bagnò di lacrime, perché la sua famiglia non poteva arrivare a tanto…Il suo ritorno fu accompagnato da singhiozzi e da tanta mestizia. A nulla valse il conforto del padre e del padrino. La voce del rifiuto si diffuse nel paese e tutti ne parlarono, ma l'atteggiamento interiore di Livia, passata la prima e forte emozione, è in queste sue parole:"Il Signore si è servito di questo per farmi capire che non sono degna del grande dono di servirlo in una casa religiosa. La Madre Superiora avrà avuto le sue buone ragioni". Non la presero così lo zio Matteo e tanto meno il Parroco, Don Pietro Facenna, che questa volta volle intervenire per far capire alla Superiora di Roma che aveva rifiutato una pietra preziosa per la costruzione della Carità. Veramente Madre Giuseppa Bocquin che non aveva accettato la postulante, stava vivendo un momento di particolare responsabilità che la rendeva cauta nel prendere decisioni. Era da poco morta la Superiora Generale, Madre Teresa Vignet, ed ella, eletta Vicaria, era nelle prime scelte di metodo del suo governo. Probabilmente per un senso comprensibile d'incertezza, si era fermata soltanto alle esteriorità della giovane Livia. Invece la Maestra del Noviziato, presente al colloquio, molto esperta di anime, aveva confidato alle sue notizie:"Oggi è venuta una giovane che mi ha fatto tanta buona impressione, ma non è stata mai accettata. Preghiamo il Signore che inspiri ad ammetterla in seguito, perché mi è sembrata un'ottima creatura". Quanta diversità di opinioni! Ci troviamo di fronte a un mistero, non troppo raro nella società umana. I fili della trama si aggrovigliano e si annodano poi, magari, si dipanano e si sciolgono secondo il progetto di Dio. Del resto, nel libro già citato, edito nel 1997, Lanfranco Luzi, oggi laureato in medicina e chirurgia, autore di numerosi articoli scientifici, ritrae una sua situazione analoga. Dopo aver dedicato una decina di pagine al primitivo Glossario di Pozzaglia, che soltanto i natii del luogo possono comprendere ed amare, egli ricorda:"Molti anni fa, quando andai a Farfa per la Scuola Media, trovai grandi difficoltà alle prime interrogazioni perché mi esprimevo con termini ed espressioni dialettali. Questo determinò una grande crisi e soprattutto brutti voti". Quindi Livia Pientrantoni, in quella occasione, ebbe un brutto voto. Ma gli occhi profondi e smarriti di quella giovane semplice e leale erano rimasti impressi nella mente della Madre Vicaria cui non era sfuggito il modo umile e docile di ricevere il rifiuto, proprio come un agnellino indifeso che si piega alla condanna. Fu perciò un sollievo per lei acconsentire alla replica di Fra Matteo e alla sollecitazione del Parroco di non scartare quella pietra che poteva diventare angolare. Dopo tre mesi dall'avvenimento narrato, giunse la lettera che invitava la giovane ad andare a Roma, per sempre. Quando giunse l'attesa notizia, Livia non era in casa. Bisognò cercarla. Ma dove? In chiesa! L'accolse così: "Le cose preziose, com'è la vocazione religiosa, si devono pagare care. Grazie, Signore!". Mamma Caterina mise insieme qualche cosetta in più finché giunse il momento dei saluti. In ginocchio Livia chiese la benedizione a mamma e papà, lacerati nel cuore dal distacco della figlia, tanto più amata quanto più degli altri figli era stata docile e utile. Baciò la mano a nonno Domenico- nonna Adeodata era morta- che vedeva in lei il vero tipo della tradizione familiare, religiosa e laboriosa. Abbracciò i fratelli e le sorelle in pianto. Si recò a dire il suo "grazie" al Parroco. Salutò il vicinato e via…rifece solo qualche passo indietro per dare un bacio anche alla porta della sua casa. Con lo stesso calesse del primo viaggio, il 23 marzo 1886, giunse in Via "della Salara", oggi Santa Maria in Cosmedin n°5, accolta "con molto piacere" dalla Madre Vicaria e con gran festa dalle novizie insieme alla loro profetica Maestra, Suor Crocifissa. Livia aveva 22 anni.

Livia allo specchio della comunità religiosa

Se fosse possibile entrare nell'anima di una postulante che vive i primi giorni nella comunità religiosa, vi troveremmo tanto stupore, gioia, smarrimento e senso di sospensione in un mondo nuovo tutto da scoprire e tutto da comprendere. Livia aveva tanto sognato quel mondo. Se lo era costruito con la sua mentalità di giovane vissuta in un piccolo ambiente paesano. "Nella casa paterna Livia era stata un'ottima figliola, ma non senza difetti di natura e di educazione; e gli uni e gli altri portava nella casa religiosa, piccolo ma non trascurabile fardello del suo spirito alacre e volenteroso di disfarsene. Però fino a questo momento ella stessa ne ignorava il peso e la responsabilità". Ora vede chiaro in sé rispecchiando in chi le vive intorno e si accorge che ha da percorrere un bel cammino per giungere ad incarnare il progetto di Dio. Anche qui, come a casa sua, si lavora, si prega, si sta assieme ma con impostazione e dimensioni nuove: attraenti, amabili ma anche esigenti di molta attenzione. Preghiera, lavoro, riposo, silenzio, riunioni sono tutti scanditi da tempi e significati ben precisi. Anch'essa, quando era a Pozzaglia, amava il silenzio, ma ora si accorge che quel silenzio nasceva dalla sua indole taciturna e chiusa, mentre qui, il silenzio è fare spazio a Dio, è rispettare gli altri. Anch'essa aveva pregato molto da sola e con gli altri. Ma qui, la preghiera corale, è un segno di legame fraterno e, quando in unità a Cristo diventa liturgia, alimenta lungo il giorno la preghiera personale. A casa aveva lavorato sempre per necessità e anche per far piacere agli altri. Qui ogni attività è come illuminata da una luce che tutto precede: l'obbedienza. C'è ben poco spazio per il proprio compiacimento. In mezzo a queste molteplici scoperte, si insinuava spesso una distrazione. Livia si accorgeva che non basta lasciare la famiglia per un completo distacco del cuore. Il ricordo dei genitori del nonno infermo, dei fratelli, sorelle, amiche, spesso la sorprendeva e la inteneriva. Quasi se ne faceva una colpa finché non le assicurarono che gli affetti per la famiglia e l'amicizia sono sempre sacri. La vita religiosa li rende più preziosi perché vengono portati a Dio per affidarli a Lui e per rinnovare la fede nel primato di Dio nella propria vita. Livia si vise riflessa come in uno specchio in tutte queste nuove realtà. Allora le venne una grande voglia d'imparare, di conoscere, di cambiare per essere parte viva della comunità e non una pedina inanimata. Comprese che la cosa più importante per un postulante era lasciarsi lavorare, formare, costruire. Così la grande trasformazione incominciò. Il cammino non ebbe sosta, non fu privo di fatiche e avveniva senza sopprimere la sua personalità, fatta d'incantevole semplicità e di serena disponibilità. La giovane comprese che nella regolarità comunitaria restava sempre un angolino di libertà interiore che decideva la tonalità e l'intensità delle sue adesioni. "Durante il suo postulato- ci racconta la Maestra- Livia dimostrava buoncuore e una carattere lineare e dolce. Il sorriso non mancava mai sulle sue labbra, ed era sempre di buon umore. Si coglieva la sua gioia di servire il Signore e il sincero rispetto dei Superiori. Occupata in uffici bassi e faticosi, non se ne lamentò mai. Era pronta a qualsiasi sacrificio e a restare ignorata e nascosta in qualche laboriosa faccenda. Queste sue virtù erano il frutto di una viva e sincera pietà". Notiamo in questa testimonianza della Maestra e in quella delle consorelle che deposero al "Processo" il ripetersi di una espressione:"Veniva impiegata nei lavori più faticosi e umili". Perché? Forse perché si sapeva che vi era abituata o per provare l'autenticità della sua vocazione? Sappiamo solo che superò la prova e che il 14 ottobre dello stesso anno 1886 venne ammessa al noviziato con il rito della prima vestizione. Qualche giorno prima, il delegato ecclesiastico venuto, seconda una legge canonica, ad esaminare le postulanti, le aveva domandato: "Perché siete qui, in questa casa? Che cosa siete venuta a cercare?". Ella senza esitazione aveva risposto:"Sono venuta unicamente per farmi santa". "Bene, bene,- disse il Monsignore- allora presto, fatevi santa davvero". Il rito fu celebrato nella vecchia cappella della Casa Generalizia dal Cardinal Parocchi, Vicario di Sua santità. Nel momento della consegna dell'abito, del Crocifisso e della corona, disse ad ogni giovane che stava per iniziare il noviziato: "Che il Signore ti rivesta di una personalità nuova nella giustizia e nella verità". Il fine del noviziato è proprio questo: raggiungere la santità vivendo la volontà di Dio nella verità. Il lavoro di cesello, sullo stile di vita della futura Suora della Carità, diventa più particolareggiato e totale. Investe anche il portamento esteriore come espressione di un ordine interiore derivante dalle virtù proprie della vergine a Dio consacrata. "Con la sua pietà esemplare- dirà la stessa Vicaria, Madre Giuseppa Bocquin, divenuta Superiora Generale- e con le sue belle virtù, Livia ha saputo rendersi cara alle sue Maestre e alle compagne di noviziato che intravedono in lei una degna Suora della Carità. In tutte le testimonianze torna sempre una constatazione: la sua naturale umiltà. Non c'era molto lavoro da fare per convincere Livia di essere l'ultima, di ricevere tutto senza meritarlo, né da Dio, né dall'Istituto. La sua gratitudine diventava desiderio di servire, obbedire, accettare con animo tranquillo correlazioni, avvertimenti, rimproveri anche immeritati. Una consorella addetta al noviziato mette in rilievo la prontezza, l'ordine, la precisione con cui attendeva ai suoi lavori. E la stessa Maestra del noviziato, Suor Crocifissa, annota nella sua relazione su Livia: "L'ho veduta agire, in ogni circostanza, da ottima novizia". Giudizi simili ci hanno lasciato le consorelle che la ebbero qualche volta in aiuto,durante il noviziato, nella Scuola Materna annessa, allora, alla Casa Generalizia. In questo servizio ella trovò la gioia di rivivere l'esperienza fatta con i fratellini e i bambini di Pozzaglia. Il Parroco infatti l'aveva preparata e voluta catechista, perché Livia sapeva interessare i piccoli, farli divertire, pregare e studiare. Tutte le testimonianze ascoltate o intuite dai fatti narrati forniscono elementi per dedurre che la giovane di Pozzaglia aveva un'intelligenza pronta e duttile. Infatti, a contatto con la lingua italiana parlata nell'ambiente di Casa Generalizia, il suo linguaggio dialettale scompare molto presto. Lo notiamo anche nelle lettere che, nelle grandi festività, scriveva ai familiari. Sono espressioni elementari, usuali, ma garbate e rispondenti a grande spontaneità. "Vi assicuro- scriveva- che benché stia a voi lontana con la persona, pure nelle mie preghiere vi sono tanto vicina". E ancora:"Certamente, miei carissimi genitori, voi non mi dimenticate, anche io vi sono sempre vicina e sempre grata del non poco bene ricevuto". E altrove:" Ma vi scordo che anzi più fervide sono le mie preghiere per voi, quando penso che attendete mie notizie". Anche l'aspetto esteriore rendeva evidente il rapido progresso di tutta la persona: tratto compito, rispettoso, discreto, quasi timido. Tutto lasciava intravedere una creatura semplice, ma dotata di ottime disposizioni e incline a trasformarsi in meglio per rendersi degna della chiamata di Cristo Signore. Inoltre la sua capacità intuitiva non sfuggiva alle Maestre che si meravigliavano dinanzi alla sua volontà d'intervenire nel servizio prima ancora che le venisse richiesto per una necessità. Sapeva prevedere un bisogno e un desiderio. La praticità di sempre si stava elevando con naturalezza alla concettualità di chi progredisce sulla via dei confronti quotidiani più ampi e più ricchi di quelli vissuti in precedenza. La sua mente e il suo essere sbocciavano al calore dell'ideale raggiunto. Si delineava una personalità dalle idee chiare e di volontà forte di fronte alle difficoltà del cammino per il conseguimento del vero bene. Il suo comportamento diventava una fioritura di risposte concrete, intelligenti e coscienti all'amore di Dio e degli altri. Così, Livia era pronta ad entrare nel cuore del carisma dell'Istituto, pronta ad essere una autentica Suora della Carità, secondo le attese della Chiesa e di S. Giovanna Antida.

Livia nel cuore del carisma

Postulato e Noviziato rappresentano i primi contatti di una giovane con il mondo religioso. Impara a conoscerlo a fondo, a considerarlo famiglia, a vivere i valori formativi della Regola di Vita. Ma soprattutto ad acquisire una conoscenza intellettuale, affettiva e pratica del carisma che è l'essenzialità di una Congregazione religiosa. Ogni fondatore o Fondatrice vive e propone ai membri del suo Istituto, tutto il Vangelo, ma ne sottolinea in profondità un messaggio che lo caratterizza nella Chiesa. Il carisma, in questo senso, è il dono particolare dello Spirito Santo ad un Istituto. Il carisma che Dio, per mezzo di S. Giovanna Antida, ha trasmesso al suo Istituto è sintonizzato in un articolo della Regola di Vita: Amare Gesù Cristo, amare e servire i poveri, che sono sue membra, manifestare loro l'amore del Padre. E' un carisma che "in vista di Dio" abbraccia i dolori del mondo: la povertà di pane-di salute-di cultura-di libertà. Il noviziato prepara tutti i membri all'essenzialità del carisma, in seguito la preparazione diventa personale e qualificata secondo il settore di servizio socio-caritativo cui la giovane verrà impegnata nelle istituzioni pubbliche e private. Quindi Livia, in noviziato, veniva a conoscenza di un dono che, inconsapevole, aveva ricevuto e già vissuto in un settore limitato come la famiglia, il paese, i luoghi del suo lavoro. Pertanto, tutti i semi d'insegnamento sulla Carità che riceveva, cadevano nel suo animo, come in un terreno preparato e fertile. Ella si riconosceva con umile gioia, nelle cose che le venivano spiegate: I poveri e gli afflitti siano l'oggetto preferito della vostra carità. E' carità distribuire ai poveri i soccorsi temporali, medicare e fasciare le loro piaghe, portare consolazione nei cuori afflitti, rialzare il coraggio di quelli che si lasciano abbattere sotto il peso dei loro dolori e delle loro miserie. "Domandate a Dio la grazia di compenetrarvi di questa verità: Gesù Cristo vive nel povero". "Bisogna servire i poveri con rispetto vedendo in essi la persona di Gesù Cristo che, Sovrano e Signore di tutte le cose, volle farsi povero e accettare come fatto a sé tutto il bene che si farà al più meschino degli uomini. Vedendo Gesù Cristo nei poveri, sopportiamo con pazienza la loro ruvidezza, la loro ingratitudine, le loro mormorazioni, i loro lamenti, le beffe, le ingiurie e le loro misere corporali anche ripugnanti. Ma "chi non accompagna il dono con l'anima dà poco e dà male: l'anima, ossia, quanto c'è di più vivo e di più inviolabile in noi… Le Suore della Carità avranno, dunque, una grande anima per ogni povero, per ogni sventura, per ogni peccatore, per ogni persona perché soltanto così la faranno libera, grande, santa". Quest'ultimo pensiero di S. Giovanna Antida introduce la novizia in un altro aspetto della sua missione di Suora della Carità: l'apostolato. Nessuna attività esteriore deve essere fine a se stessa, né può portare frutto di salvezza per i fratelli assistiti se non è ben ancorata nell'amore di Dio. Questo viene proposto alla novizia con una delle più grandi intuizioni della Fondatrice che le sgorga dal cuore ocme un dolcissimo canto: Dio solo, amato, vissuto, servito. A "Dio solo", le Suore della Carità devono rivolgere e tenere fissi i loro pensieri; a "Dio solo" riservare e consacrare gli affetti del loro cuore; per "Dio solo" chiedere aiuto, conforto, sostegno nel generoso esercizio quotidiano del loro apostolato; senza certezze ed impazienze; "Dio solo" vedere, cercare, amare nei poveri, negli infermi, negli orfanelli, nei carcerati, negli ammalati, nei giusti e nei peccatori; "Dio solo" chiedere qui in terra per ricompensa; "Dio solo" confidando nella misericordia divina, ottenere in premio delle proprie fatiche per la vita eterna in cielo. Questo straordinario itinerario di santità già radicalmente percorso da S. Giovanna Antida, è il progetto di Dio per ogni Suora della Carità. In un altro scritto, S. Giovanna Antida aggiungerà: "Che bella missione è la vostra, figlia mia, distruggere il regno del peccato, umiliare il nemico della salvezza, strappare le vittime dall'inferno e salvare le anime che benediranno eternamente il Signore nei cieli. Dunque- concludeva-il vostro fine principale sarà la salvezza delle anime". Livia, nei dieci mesi di noviziato, assimilò questi altissimi insegnamenti. Li custodi attentamente come una luce che orienta la vita e come una sostanza vigorosa che rende capaci di sostenere un cammino in salita, secondo il progetto di Dio. Ecco perché la Maestra, scrivendo di lei, poté riportare questa sua risposta: "Per il Signore, tutto è poco. "Sono pronta a tutto". Questo diventa il ritornello inciso nella sua carne e mai cicatrizzato in tutti i tempi forti della sua vita religiosa:" Per il Signore tutto è poco". Il "tutto" verrà poi, per allora le si chiede soltanto di essere pronta-come indiscutibilmente lo era-alla vestizione dell'abito della Suora di Carità. Il 13 agosto 1887, festa di S. Giovanni Berchmans, nella bella grotta di Lourdes, immersa nel verde del parco della Casa Generalizia, il Cardinal Parocchi, Vicario di Sua Santità, diede l'abito religioso a quaranta novizie, pregando così: "Concedi, onnipotente Dio,a queste tue care serve il dono della perseveranza, affinché, sempre intende nel fare il bene, meritino di compiere, con il tuo aiuto, quelle sante opere che per vocazione proposero di fare". Quando fu la volta di Livia aggiunse: "D'ora innanzi, figliola, non ti chiamerai più Livia, bensì Suora Agostina". In quell'attimo la gioia intima e commossa che la pervadeva ebbe una battuta di arresto: -Agostina! Devo abituarmi a riconoscermi in questo nome- pensò. Finito il rito, tanta festa, capannelli delle nuove suore e lieti commenti. "Il mio nuovo nome-diceva- è Agostina. So che c'è un S. Agostino, ma Santa Agostina non esiste". Pronta, una consorella suggerì:"Vuol dire che Santa Agostina sarai tu". Suor Agostina abbassò la testa e silenziosamente, dentro di sé ammise: "Gia, dovrebbe essere proprio così". E fu proprio così, cominciando con accettare, da donna forte, il distacco dal noviziato per andare incontro alla missione con un senso di sospensione sull'ignoto. Quando, infatti, si lascia la casa del noviziato, che la giovane suora con l'affetto tenero dello spirito, essa prova un vivo, pungente rammarico. Anche Suor Agostina lo sta provando. Il distacco, poi, dalla Maestra che l'aveva subito capita, aiutata, corretta, guidata dalla spiritualità della Suora della Carità, il distacco dalle giovani consorelle con le quali aveva goduto la ricchezza di tante grazie nel silenzio, anche nell'allegria, e soprattutto nella pace, diventa smarrimento e pena. Ecco allora il suo ritornello: "Per il Signore tutto è poco!" Ad una certa trepidazione che è tanto umana in Suor Agostina, come in tutte le suore sul punto d'iniziare il loro servizio e apostolato, si unisce anche quel sottilissimo timore della inesperienza e dell'incertezza di saper calare nella vita pratica la teoria della carità. In noviziato, per ogni dubbio, per ogni difficoltà c'è sempre ed immediato l'aiuto, il consiglio, la direttiva della Maestra. "Che cosa avverà ora?" Sarò capace di vincere paure, incertezze, umiliazioni?". Ecco ancora il momento di cantare con l'anima:"Per il Signore tutto è poco!". La maestra, che sa bene che cosa passa nel cuore delle sue novizie poco prima di lasciare il noviziato, seppe trovare spazio, nel giorno stesso della vestizione, per un ultimo incontro d'insieme e presentare loro una sintesi del grande e prezioso anno della formazione: "Siete quaranta-disse tra l'altro-quaranta come i martiri di Sebaste; che nessuna di voi esca dal numero. Forse qualcuna di voi vorrrebbe imitarli nel martirio?". Si udì una voce esile,ma sicura:"Io!". Era Suor Agostina. Il giorno dopo fu destinata, quale infermiera, nell'ospedale Santo Spirito di Roma. Ella obbedì e partì immediatamente come i soldati di Sebaste, per rendere la testimonianza di una incrollabile fede.

Al Santo Spirito
grandi santi, una piccola suora, una bufera.

Il mattino del 14 agosto 1887, il giorno dopo la vestizione, Suor Agostina entrò nell'ospedale "Santo Spirito" di Roma. Non conosceva, davvero, la lunga e nobile storia di quell'ospedale. Sapeva vagamente che prima di lei erano passati per quella porta, detta del "Paradiso" tanti santi per visitare, consolare e curare gli ammalati. Ignorava anche che lì dentro vi erano grandi, numerose e mirabili opere d'arte. Le era nota soltanto una grande realtà:"Vado a curare Cristo stesso nella persona degli ammalati". Forse si domandava anche, come è naturale in ogni suora quando viene invitata in un nuovo ambiente:"Chi sarà la Superiora? Quante saranno le Consorelle della comunità?". Più in là, certamente, non andava il suo pensiero. Infatti non le era neppure noto l'estremismo laico della Direzione e di grand parte del personale ospedaliero che già suscitava tante ansie tra le Religiose. Fu accolta con festa dalla numerosa comunità. Era Superiora Suor Irene Buzio, anima d'eccezione che aveva servito la Congregazione in tante opere e in molti uffici importanti. Ad Imola, niente di meno, aveva avuto per direttore spirituale Giuseppe Mastai Ferretti, il futuro Pio IX. Anche da Vicario di Cristo, questo Pontefice continuò ad aiutarla con i suoi consigli di Padre e Pastore. Era ben soddisfatto della presenza di Suor Irene Buzio a "Santo Spirito", perché era certo che la sua saggezza e la forte personalità avrebbero sempre avuto un'efficacia positiva in quell'ambiente divenuto tanto difficile. Perciò, quando in un momento di fervore missionario, la suora chiese al Papa di mandarla nelle Indie, egli rispose: "Figlia mia, le vostre Indie sono al Santo Spirito". Suor Irene obbedì e restò a "Santo Spirito". In quel 14 agosto, Suor Agostina, inginocchiata dinanzi a questa Superiora, come si usava, per la benedizione nel momento del "mandato", si sentiva meschina e insignificante. Il cuore le si allargò quando sentì dire:"Lei è destinata nella corsia dei bambini". "Li curerò e li amerò tanto", disse più con gli occhi che con le parole. Forse già da quel momento quelle due anime, la grande Suor Irene e la piccola Suor Agostina, si compresero e intuirono che avrebbero tessuto insieme un bel lembo di vita. Ogni settimana la Superiora radunava la comunità per una "istruzione" sulla Regola al fine di tenere viva nelle suore di gioia della vocazione e per informarle sulla situazione, sulle emergenze e difficoltà dell'ospedale. Così Suor Agostina, a poco a poco, venne a conoscenza di cose belle e cose spiacevoli del luogo dove l'obbedienza l'aveva destinata a svolgere la sua missione d'infermiera. L'Arciospedale Santo Spirito di Roma è il più venerando ospedale del mondo per la sua antica e nobile storia e perché da qui sono partiti e si sono sviluppati concetti e criteri dell'ospedale moderno. Fu costruito fra il 1198 e il 1203 per volontà del grande Pontefice Innocenzo III. Il luogo su cui fu elevato ricordava i bei giardini di Agrippina e le stranezze, spesso tragiche, di Caligola. Il Re dei Sassoni, verso l'anno 688, per rendere agevole la permanenza a Roma dei pellegrini britanni che visitavano il vicino sepolcro dell'Apostolo Pietro, fece costruire sui ruderi di quel luogo una "Schola Saxonum". Da qui il nome di Santo Spirito in Sassia. La Shola Saxonum fu distrutta da un incendio e lasciata in abbandono per gli avvenimenti seguiti in Inghilterra con la conquista dei Normanni. Innocenzo III fece costruire l'ospedale su quella stessa riva del Tevere perché spesso ci si ripescavano corpicini di neonati lasciati affogare e anche per le molte epidemie che infierivano spesso a Roma fino a ridurre l'età medie della popolazione a 45 anni. Oltre a Innocenzo III, anche Sisto IV, Benedetto XIV e Pio IX vi lasciarono ricordi mirabili della loro volontà di giovare agli ammalati. La parte sinistra dell'edificio- da chi lo guarda da Via dei Penitenziari- si deve proprio a Sisto IV che riprenderà dalle fondamenta la costruzione e la porteràa termine nel 1476. Lo stesso Pontefice Sisto IV ideò la grandiosa corsia che da lui prese il nome di Sistina. E' lunga 120 metri, larga 12, alta 13. Il soffitto è a cassettoni e le pareti affrescate dai miglori pittori del tempo. In mezzo alla corsia s'innalza una cupola ottagonale che sovrasta edicola e altare: opera del Palladio. Cortili, fontane e portale d'ingresso, vero capolavoro di arte architettonica , furono realizzati su disegno di Andrea Bregno. Tutto era inspirato a onorare Cristo nei poveri malati. L'amministrazione e il servizio religioso furono affidati, all'inizio, ai confratelli di Guido di Montpellier, poi passarono ai Canonici di Santo Spirito e ai Concezionisti. Dopo varie e lunghe vicende politiche furono scelti come cappellani i Padri Francescani, poi sostituiti dai Camilliani. In questo ospedale sostarono, per portare sollievo ai sofferenti, grandi figure di Santi quali S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, il venerabile Cesare Baronio, S. Gaetano Thiene, S. Giuseppe Calasanzio, S. Giovanni Leonardi, S. Vincenzo Pallotti, S. Giovanni Bosco. Ma il santo che vi dedicò più tempo e più attività fu San Camillo de Lellis. Di lui scrive uno storico del "Santo Spirito" che non soltanto fu "avventor hospes", ma "inquilinus". Nei dieci mesi all'anno che era solito trascorrere a Roma, molte ore del giorno e della notte si occupava direttamente dell'assistenza degli infermi. Inoltre, per sette anni, vi ottenne una cameretta per alloggio al fine di essere più pronto al servizio. Le Suore di Carità di Santa Giovanna Antida vi entrarono numerose, chiamate dal Papa Gregorio XVI nel 1844. Le prime sei Suore della Carità vi furono accompagnate da Sr. Rosalia Thouret, nipote fedele e intelligente della Fondatrice della Congregazione. Esse vi portarono la freschezza genuina del carisma vissuto in conoscenza diretta-personale della spiritualità di S. Giovanna Antida. Quella spiritualità, viva, generosa, totale era restata nella comunità di Santo Spirito come preziosa e amata eredità. In questo clima di fervida fedeltà comunitaria, Suor Agostina entrò nel 1887 al Santo Spirito come infermiera. Vi entrò attraverso la famosa porta di Via dei Penitenzieri, detta del "Paradiso", per la sua bellezza artistica. I suoi occhi non si fermarono davvero al capolavoro del Palladio, ma s'incrociarono subito con quelli dei malati che affollavano le corsie intitolate a "Baglivi" e a "Lancisi". Suor Agostina cercava, cioè, il capolavoro di Dio: l'uomo che lì soffriva e implorava la dignità della sua integrità fisica e spirituale. Ma la suora non sapeva che proprio nell'ambiente dove era mandata a compiere la sua missione c'era chi guardava all'integrità dell'uomo in maniera tanto diversa: "L'uomo è essenzialmente corpo ed economia, soltanto la libertà di coscienza può liberarlo dalle sue ansie. Ogni dimensione fuori del sensibile è falsità e attentato alla felicità". E' la teoria del materialismo storico. L'Italia dopo il '70 aveva i lineamenti calcati del liberalismo e del positivismo ateo. Le nuove ideologie al loro primo insorgere, creano sempre tante zone di squilibri nell'applicazione pratica. La reazione al passato supera i limiti del lecito e anche della libertà che le ideologie stesse sbandierano. Il giusto ridimensionamento è lento e passa, sovente, attraverso momenti ed episodi sconcertanti di atteggiamenti e perfino di persecuzioni arbitrarie. Nella seconda metà dell'800, l'unità d'Italia era stata, certamente, una grande realizzazione, ma negli ultimi decenni del secolo fu vissuta tra tanti sbandamenti e problemi di faticosa, reale unificazione a vari livelli nazionali. La frange dell'agitata situazione arrivavano al popolo come ribellione al passato, estremismo innovatore e anticlericalismo. Lasciamo da parte gli episodi clamorosi dell'attentato alla salma di Pio IX e l'esaltazione per un monumento a Giordano Bruno a Campo dei Fiori, ed entriamo, invece, nell'ospedale Santo Spirito che direttamente, ci interessa per vedere sul terreno pratico ciò che le nuove idee avevano provocato. La Giunta Capitolina-guidata da Ernesto Nathan-subito dopo il 20 settembre 1870, aveva dato un'impostazione laica all'ospedale con la scelta di amministratori e sanitari che si erano distinti per ostilità al governo pontificio e, in genere, alla Religione. "Egli passò alla storia come il Sindaco di Roma in perenne antagonismo con il Vaticano". Parole ed atti antireligiosi si inasprivano sempre di più. La "Questione Romana" pesava sulle scuole, su enti assistenziali, sugli ospedali. Uno sfrenato settarismo li prendeva di mira con la foga persecutoria. Era il momento dell'odio, della smania delirante di negazione del sacro, dell'ossessione di riconoscere un nemico in ogni persona che ricordasse la dimensione spirituale dell'uomo. Al Santo Spirito la reazione fu ostinata e sacrilega anche per per l'influsso anticlericale che vi portò, nel 1890, il Direttore, Prof. Achille Ballori, Gran Maestro della Massonnneria e Assessore in Campidoglio. I sacerdoti Concezionisti, nel servizio spirituale da trentadue anni, furono cacciati dall'ospedale la sera del 20 settembre. Essi lasciarono l'ospedale in processione, cantando il Magnificat, guidati dal fondatore stesso, Padre Luigi Monti. Le suore infermiere non furono allontanate a patto che non parlassero di Dio gli ammalati e tanto meno che li facessero pregare. Naturalmente, il servizio delle suore fu conservato per garanzia di efficienza di un lavoro ordinato e disciplinato. Poteva coprire le spalle di sanitari ed amministratori che, per opportunismo, non esigevano altrettanto dai dipendenti ammalati e non ammalati. Non mancò chi sperava, giacché, non sussisteva il pretesto e il coraggio di allontanarle, che le difficoltà e le umiliazioni cui venivano sottoposte, potessero bastare a farle allontanare. Ma con lo spirito di carità che le animava, esse tennero duro! Suor Agostina ormai sa bene in quale situazione si deve svolgere la sua missione. Non se ne rattrista. Ma nella sua corsia e sopra la porta trova scritto: "LIBERTA' DI COSCIENZA". Allora le ritornarono in mente le parole che, ancora giovanissima, un giorno aveva detto alle sue amiche:"Vorrei essere in una terra di missione dove è più facile morire martire". E pensò anche ai grandi Santi che avevano reso sacro quell'ospedale con la loro presenza e il loro servizio. Chiese la loro intercessione per poter svolgere secondo la volontà di Dio, la sua missione. Aveva, inoltre, la sicurezza di essere accompagnata dalla preghiera della sua Fiduciosa e serena, entrò sorridendo. Il suo sorriso era come un lampo di luce nel buio di una bufera nera e imminente.

Gioia in salita

La storia dell'infanzia, dell'adolescenza e della prima giovinezza di Suor Agostina ci si presenta come avvolta in un clima di austerità famigliare. Una bimba per la quale al posto dei giochi c'è un lavoro faticoso, una fanciulla che ha quasi sempre la responsabilità di madre per fratelli e sorelle, una giovane che non conosce altro che rinunce, lavoro, assistenza ai più deboli e soli, sono vicende che ci fanno riflettere sulla maturità di questa ragazza. La luce della fede e la serenità dell'accettazione di una vita di stenti riescono appena a vincere quel grigiore che ad altri avrebbe potuto trasmettere un senso di tristezza. Il Postulato e in Noviziato l'ambiente è più tranquillo. Livia dimostra la gioia della sua vocazione e una profonda gratitudine per il dono di Dio e l'affetto di quanti la circondano. Nel servizio presso l'ospedale Santo Spirito, nella sua anima si vede splendere il sole. E' impossibile non cogliere un crescendo della sua gioia di vivere, di servire, di amare. Non c'è clima di tristezza, neppure quando è contagiata dalla tisi, né tra le minacce e gli insulti che lasciano prevedere una tragedia. Dal giorno della vestizione, giorno in cui era stata destinata al Santo Spirito, dovevano passare quattro anni di prova prima di essere ammessa alla Professione Dio con i voti di povertà, castità, obbedienza. In questi anni la Suora della Carità, in particolare l'infermiera, deve vivere il "senso del povero" cui è ispirata la Congregazione di Santa Giovanna Antida. "Al primo richiamo del malato o del povero- che è la voce di Cristo stesso- la suora volerà in suo soccorso". "Animate dallo zelo che viene dalla Carità, sacrificatevi per il sollievo di ogni forma di povertà e di sofferenza". Questa sarà la prova che anche Suor Agostina dovrà affrontare e l'affronterà generosamente con la forza dello Spirito che diventa per lei sorgente di gioia. Suor Agostina sarà sempre gioiosa e la sua gioia sarà comunicativa. Nella corsia dei bambini trovò due consorelle, Sr. Matilde e Sr. Maddalena che l'avviarono con tanta bontà al servizio diretto. Con soddisfazione fraterna, scoprirono le sue naturali attitudini d'infermeria. I bimbi malati mostrarono immediatamente la loro simpatia per la piccola suora. Ogni mattina l'accoglievano in corsia gesticolando gioiosi con le gambette e le braccine, come se vedessero la mamma. Aveva ragione, allora, mamma Caterina quando alle amiche di Pozzaglia diceva: "Livia accudisce e tratta le sorelline e i fratelli molto meglio di me". Le sue maniere di porgere le medicine, d'imboccarli, di lavarli, diradando i loro rifiuti di cibo, il pianto, i capricci. Tutti erano contenti in quella corsia. La presenza di Suor Agostina era desiderata e benedetta . Ma la buona Suor Irene Buzio di fronte ad attitudini che avevano le aspettative, giudicò che la suora poteva passare in corsie di maggiore impegno e più difficili. Così, un bel giorno, le chiese di prendere servizio nei reparti Baglivi e Lancisi, le due corsie ricavate dalla Sistina. Fortunatamente Suor Agostina non perdette per sempre il contatto con i bambini che tanto amava. Per i cinque anni che seguirono, un mese della stagione estiva veniva mandata "per riposo", nelle colonie marine per bimbi poveri. Li seguiva durante tutta la giornata: al risveglio, a mensa, alla passeggiata, ai giuochi. Finalmente poteva provare quei giochi che le erano stata negati da bambina. Ritornava al Santo Spirito con una serva di gioia per animare sempre meglio il suo servizio. Nei due reparti, Baglivi-Lancisi, erano curati i malati infettivi di tifo, di malaria e di altre febbri contagiose. Era caposala Suor Benedetta che insegnò alla giovane consorella, mandata in suo aiuto, a trascrivere ricette, a preparare e dare le medicine. Il Dr. Battista Buglioni ci ha lasciato questo profilo di Sr. Agostina infermiera: "…Sempre dolcissima, si prestava a fare non solo quello che era suo dovere, ma anche di più e molto volentieri: pronta, umile, ilare". Il suo elogio ci conferma quello che sapevamo, ma quell'aggettivo "ilare" ci illumina sul crescendo della sua gioia e illumina la figura di chi serve il fratello sempre "in vista di Dio". In tante altre testimonianze, i sinonimi di "ilare" saranno la nota dominante del suo stile di donna consacrata a Dio che riempie la sua vita e le sue esigenze profonde del suo cuore. Ce lo ripete il ricordo di un sacerdote impegnato in una zona malarica della campagna romana: "Moltissimi lavoratori affetti di malaria e curati a Roma da Suor Agostina ne parlavano commossi come di una suora sempre disponibile, amabile e mai triste". Le offerte quotidiane più preziose dell'umile Suor Agostina erano ignote agli altri e note a Dio solo. Tuttavia- a quanto pare- era impossibile non cogliere la sua instancabile dedizione, la disponibilità quotidiana all'azione dello Spirito Santo, senza chiaroscuri, senza balzi d'intensità e di tregua. Le consorelle che avevano gli stessi doveri ed erano tenute a vivere la stessa spiritualità, ben comprendevano ed ammiravano quel costante dominio di sé che non era esercizio a buon mercato né capacità soltanto naturale. Esse qualche volta ne parlavano tra loro. "La cara sorellina si sta preparando il suo bel vestito nunziale per la professione. Certamente la sua lampada avrà buon olio e farà splendida luce". Ai Lancisi-Baglivi ella rimase poco tempo. Ne fu causa il contagio che nell'estate del 1889 la colpì gravemente. Nonostante la Superiora, Suor Irene, raccomandasse alle consorelle di essere caute nel servizio agli infettivi, Suor Agostina, nel suo fervore, non si accorgeva di agire senza al Santo Spirito, contrasse una malattia infettiva che la ridusse a un passo dalla morte. Quando guarì tra la meraviglia dei medici, ne informò i familiari, nel Natale dello stesso anno, cioè dopo due mesi: "Miei carissimi genitori. Qualche mese fa sono stata gravemente inferma; io dovevo morire ed essere tolta per sempre al vostro affetto, alla vostra tenerezza. In qual dolore sareste oggi immersi se ciò fosse avvenuto! Ma no, non vogliate affliggervi e con me date lode a Dio poiché al presente, per grazia speciale di Maria SS.ma non solo sono guarita, ma ho acquistato ancor più salute di prima. Date, dunque, lode al buon Dio e unitevi a me per ringraziarlo di tanto fervore concessomi senza mio merito. Dal canto mio siate certi, non mancherò di pensare e pregare sempre per voi…". Il suo amore per i genitori non le permette di coompletare l'informazione di un'altra realità già in atto da qualche tempo. Durante la sua malattia, proprio in un momento di maggior gravità, Suor Irene che l'assisteva, aveva pronunciato una frase, come in un soffiio, che detta con altro tono avrebbe potuto suonare come una sfida: "Se Suor Agostina guarirà la manderemo a fare l'infermiera nella corsia dei turbercolotici". La consorella presenta che aveva udito queste parole, le prese come una battuta per vincere la commozione del momento: una ipotesi dell'impossibile. Suor Agostina era guarita ed era stata inviata nella corsia dei turbercolotici. Molto spesso la volontà di Dio si presenta con i connotati di una impossibilità ironica, poi si risolve in salvezza, grandezza, eroismo. Suor Agostina scriverà più tardi: "Tocco con mano che è una speciale volontà di Dio che io faccia questo ufficio… Godo nel sapere che lo vuole Dio ch'io stia qui, tra i turbercolotici". Fermandoci su quel "godo" possiamo misurare tutto il cammino in salita verso la vera gioia dell'anima generosa. Quando, per la prima volta, si trovò dinanzi nell'interno tante persone semivive, truci involto. Le giunse l'eco di imprecazioni, bestemmie, minacce a tutti e a tutto. Il reparto sarebbe stato il suo campo di lavoro. Qui si sarebbe realizzata la sua santità.

La forza della mitezza e della "non paura"

Prima di tratteggiare il quadro della corsia dei tubercolotici nel "Santo Spirito"di Roma, sembra opportuno riportare un pensiero di Ladislao Boros. Ci dispenserà da tante spiegazioni e illuminerà gli analoghi momenti storici che ricorrono sovente nella Chiesa di Cristo. "Il cristianesimo primitivo conosceva la forza della mitezza e il potere sacro della condizione indifesa. Quando il martire trema nella sofferenza e pur resiste, senza rivoltarsi contro nessuno e senza falsare il suo soffrire in astio ed orgoglio, là entra una nuova potenza nel mondo. La considerazione dell'alto valore della infermità non andò mai perduta nel cristianesimo". Anche la nostra Suor Agostina ne è una prova: la sua vicenda si rispecchia in quelle affermazioni. Ella servì nella corsia dei tubercolotici dal 1889 al 1894. Anche la nostra Suor Agostina ne è una prova: la sua vicenda si rispecchia in quelle affermazioni. Ella servì nella corsia dei turbercolotici dal 1889 al 1894. Per la suora non è facile oggi fare l'infermiera, nè era facile allora. L'assistenza durava tutta la giornata e spesso anche la notte. Quasi ininiterrotto era il contatto con il mondo della sventura fisica, a volte unita alla disperazione. Inoltre, la corsia richiedeva particolare coraggio e impegno a tutta prova. In quel tempo da questa malattia non si guariva, gli antibiotici che l'avrebbero debellata non erano neppure all'orizzonte. I malati vivevano nell'angoscia dello spettro della morte che si avvicinava inesorabilmente, mentre i sani li isolavano, timorosi del contagio. La loro irritazione si scaricava spesso nelle risse tra loro o sulle suore, sulle infermiere e anche sui dottori. Il risentimento contro tutti diventava odio che spingeva a voler contagiare il male. Anatole France scriveva:"Il cuore versa vita in ogni cosa che ama". Suor Agostina versò vita in quella corsia di morte. Nella sua semplicità aveva imparato ad umanizzare l'ambiente di quell'ospedale. Il suo servizio era senza fretta, dolcezza, la pazienza, la mitezza erano la sua forza. Ne abbiamo tante testimonianze. Per evitare ripetizioni, riporteremo quelle che le riassumono tutte. Un testimone oculare ricorda: "Alla sera, prima di ritirarsi, non mancava di accostarsi al letto dei più gravi e dei più pericolosi; riaccomodava i guanciali e diceva loro qualche buona parola. Accadeva talvolta che ammalati strani e scontenti le facessero qualche sgarbatezza, come gettare a terra il piatto delle vivande o perfino addosso a lei. Anche in questi casi Suor Agostina non perdeva la pazienza e non li trattava severamente. Cercava di vincerli con la soavità della sua mitezza". Un infermiere racconta: " Suor Agostina vinceva tutti con la dolcezza di modi. Quando non riusciva ad accontentare i malati con i cibi di cui disponeva l'ospedale, si recava alla casa delle suore a prendere qualche altra cosa". Una volta vide spuntare da sotto il guanciale da un malato un coltello dalla lama lunga ed affilata. Per evitarne il tragico uso in qualche litigio con i compagni o con il personale della corsia, glielo tolse promettendo di riconsegnarglielo quando fosse dimesso dall'ospedale. Il malato s'indispetti e pensò alla vendetta. Si appostò in un corridoio, arrivato da un grosso bastone e quando la suora passò, la colpì più volte, ferendola, dopo averla gettata a terra. Il silenzio avrebbe coperto l'episodio se le ferite non avessero richiesto un medico. L'unico rimprovero fu per la consorella che aveva chiamato la guardia per punire l'assalitore. A causa di altri episodi simili, la Superiora si allarmava e fu subito il punto di trasferirla, ma Suor Agostina la disarmò con la sua serenità:" E' meglio che colpiscano me che le altre consorelle più anziane e più deboli". Naturalmente ella, come caposala era la più esposta. Lo sapeva bene! Alle consorelle un giorno aveva detto:"…Siamo molto esposte, ma il Signore custodisce e perciò non dobbiamo trascurare il nostro dovere di Carità per sfuggire il pericolo, dovesse pure costarci la vita". La sua logica era questa: "Dobbiamo aspettarci tutto. Gesù fu trattato così". Un suo scritto esprime uno dei più alti concetti del cristiano autentico: " Il pensiero di trovarmi in mezzo ad anime che costano tutto il sangue di un Dio fatto uomo,mi riempie di un santo ardore e nell'impotenza mia e negli ostacoli che mi si frappongono, prego vivamente per la loro salvezza". Era solita dire a chi accusava i suoi assistiti: "Non sono cattivi, ma sofferenti e bisogna compatirli. Aiutatemi piuttosto a pregare per loro". A proposito della preghiera, nell'ospedale c'era un'altra difficoltà da affrontare con molta attenzione, ma anche con coraggio e senza paura. Era proibito parlare di religione, era proibito pregare, era proibito chiamare il sacerdote per i moribondi. Ma la suora era proprio tenuta a contribuire al laicismo dell'ambiente? Lo chiamavano progresso, lo chiamavano frutto dell'intelligente rinnovamento portato dal riformismo positivista. Suor Agostina aveva letto, negli Atti degli Apostoli, le parole vincenti di Pietro e di Giovanni al Sinedrio:" Giudicate se sia più giusto obbedire a Dio che a voi" (At 4,19), e le giudico come la chiave della sua carità per aggirare l'ostacolo con qualche cauta iniziativa. Prima di tutto, se non poteva parlare di Dio parlava a Dio e accontentava le richieste di chi le chiedeva di pregare con lei o di insegnargli a pregare. In fondo alla sua corsia c'era uno stanzino piccolo e in penombra, che serviva da ripostiglio di cose molto secondarie. Con qualche complice d'indomabile fede cristiana, lo trasformò in edicola: un'immagine della Vergine Addolorata, un po'di fiori, un cero, quando si poteva accendere. Quante volte questo angolino la riportava con il pensiero alla piccola cappella della Rifolta, presso il mulino, dove ella aveva coltivato la sua devozione mariana insieme alle amiche. Ora andava a pregare- per attimi- in quello stanzino, da sola e insieme a chi voleva andare a sfogare il suo dolore dinanzi alla Madonna. Quanti bigliettini Suor Agostina portò a quella sacra immagine!Essi suonavano presso a poco così:" Madonna Santissima, consolate, calmate, convertire voi quell'infelice a cui io non posso parlare!". Per un'anima tesa verso l'Assoluto, era impossibile non vivere il senso dell'apostolato." Sono pronta a qualsiasi sacrificio- affermava anche a spargere il mio sangue, pur di salvare un'anima". Non lasciava dei moribondi della sua corsia senza il pensiero di Dio. Almeno lo ricordava con la sua sola presenza. "Al letto dei moribondi- attestano alcuni- faceva la parte del sacerdote che non poteva essere chiamato. Vi passava ore ed ore ininterrottamente e il moribondo dimostrava di gradire la sua presenza, le sue parole di conforto, di pace, di ricordi di cose e persone care". Spesso il malato dava segni di vedere Dio nella trasparenza di Suor Agostina. A chi le diceva:" Ma Suor Agostina, non ha paura di questo stile di comportamento nella sua corsia?". "State tranquille- rispondeva- la paura fa perdere tempo e…le anime!". Dottori, infermieri, ammalati, quelli che non erano stati intossicati dal veleno anticlericale, rispettavano, stimavano e amavano la presenza di Suor Agostina. Lo dimostravano in tante occasioni di difesa, di testimonianze e di ricerca dei suoi interventi. Non le mancavano però gli oppositori seguaci delle idee massoniche, né uomini ingrati, volgari e imbestialiti dal carcere, dalla solitudine, dal vizio e dalla malattia. Eppure era proprio per essi l'operosità più intensa della suora infermiera, fatta di inerme mitezza,di cure assidue,di veglie,di preghiera. Finché un giorno incominciò una tosse insistente e dopo qualche settimana in senso di indebolimento generale delle sue forze fisiche. Prima di cedere a qualche espediente di riposo e di parlarne con la Superiora, passò parecchio tempo in quello stato di sofferenza oramai invincibile con la sola volontà. Un arresto improvviso dei suoi arti per debolezza, la obbligò ad una visita medica. La Superiora chiamò il prof. Bondi. La diagnosi fu immediata: tubercolosi. Mentre gli occhi di Suor Irene e della consorella presente dovettero reprimere le lacrime, le labbra di Suor Agostina si aprivano al più bel sorriso: era alla pari con i suoi ammalati. Un privilegio! "Non mi vergognerò più di essere sana". Come era possibile non contagiarsi con il tipo di dedizione di Suor Agostina? Essa un giorno aveva detto:"A distribuire le medicine agli ammalati tutti sono capaci, ma la missione della Suora di Carità è un'altra". Certamente in quella "missione" ella sottintendeva anche il modo di non aver paura nell'accostarsi al malato per il servizio diretto e completo. Inoltre, per una giovane che veniva dall'aria fresca e pura delle montagne di Pozzaglia, l'aria chiusa ed infetta di una corsia non poteva che avere quell'epilogo. Da religiosa docile e obbediente acconsentì a cure e riposo. In poco tempo si riprese abbastanza bene tra la gioia della comunità che si era impegnata a sorvegliarla perché porzione del suo cibo non prendesse la strada della sua corsia, come era avvenuto tante volte nel passato. Quando si notò in lei una certa impazienza di riprendere il lavoro, Suor Irene pensò di sostituirla nella sua corsia e affidarle invece un impegno meno gravoso. Fu l'unica volta che l'obbedienza la lasciò senza sorriso, finché la Superiora non cedette alla sua logica di anima generosa e senza la minima ombra di egoismo: "Se lei,Madre- diceva-manderà un'altra suora al mio posto, certamente anch'essa si ammalerà; tanto vale che vi ritorni io che sono già malata". E Suor Agostina ritornò al suo lavoro in quella sala da altri detestata. Non mancarono voci discordi di consorelle e medici:" Ma, Suor Agostina chi glielo fa fare?" Non si metta un'altra volta in un pericolo che sarebbe irrimediabile!". Ella respinse quelle voci suadenti a non crearsi fastidi, a restringere l'ideale, a non spingersi oltre il normale. Per lei erano voci che suggerivano di vivere chiusi nel finito,di evitare l'avventura della scalata. Si sentiva una"creatura libera" e non si faceva illusioni sulle difficoltà e i problemi che avrebbe ritrovati. Era ammalata anch'essa, quindi si presentava"alla pari", senza la superiorità del forte di fronte al carattere debole. Se una forza ella possedeva era quella del suo carattere e della sua missione che superavano le esigenze della malattia e delle sue stanchezze. Avrebbe continuato a non avere preferenze se non per i più sofferenti e i problemi che avrebbe ritrovati. Era ammalata anch'essa, quindi si presentava "alla pari", senza la superiorità del forte di fronte al debole. Se una forza ella possedeva era quella del suo carattere e della sua missione che superavano le esigenze della malattia e delle sue stanchezze. Avrebbe continuato a non avere preferenze se non per i più sofferenti, ad annullare le categorie del buono e del cattivo,del riconoscente e dell'ingrato,dell'educato e del volgare. Anche per quel tale Giuseppe Romanelli, più prepotente e violento degli altri, avrebbe usato le delicatezze della carità di Cristo. Tutto per un fine: unire il suo amore a quello del Padre celeste,che aveva mandato nel mondo suo Figlio per la salvezza dell'uomo,mediante la morte di Croce. Con questo faro di luce redentivi di Cristo nella sua anima, Suor Agostina malata di tisi, continua ogni giorno, ad essere Religiosa fedele alla sua Regola, ad essere infermiera attenta ed amabile e soprattutto continua a sovrabbondare in quella carità che rende gli altri amici di Dio. Non bada alla sua tosse. Non tiene conto delle sue stanchezze. Resta una tenace specialista dell'insolito. Le attività della sua vita quotidiana, senza atteggiamenti speciali o innaturali, sono contrassegnate da un "più" del normale sacrificio. I binari del suo cammino sono sempre percorribili, anche quando sono in curva o in salita, pieni di ostacoli e di pericoli. Suor Agostina misura il valore della virtù dalla capacità di camminare insieme agli altri verso la meta ultima di ogni uomo: Dio.

La professione religiosa: riserva di grazie per il traguardo

La malattia, le aspre difficoltà della corsia non distoglievano Suor Agostina da una gioiosa aspettativa:"la Professione perpetua", consacrazione che la lega indissolubilmente a Cristo, alla Chiesa, alla Congregazione. Non è un impegno da poco! Ma Suor Agostina che ha già sperimentato per quattro anni la bellezza e le esigenze di tale unione, desidera ardentemente donarsi "per sempre" a Dio e ai fratelli attraverso i voti di castità,povertà,obbedienza e di servizio ai poveri. Ora attende il grande giorno! Tutto ciò che faceva puntare alla preparazione di quell'offerta totale. Molte testimonianze fanno luce su questo suo impegno. La sua stessa Superiora, Suor Irene Buzio poteva dire:" Suor Agostina è una cara creatura: per il suo spirito di obbedienza si potrebbe mandare da un polo all'altro: è sempre docile e lieta". Al secondo tocco della campana di comunità, con uno scatto era già in movimento come se la voce stessa di Dio l'avesse chiamata personalmente. La sua profonda fede le conferiva attenzione anche alle piccole cose e rendeva il suo cammino sulla via di Dio, lieto, sicuro, agile. L'umiltà, che per lei non era una gran fatica a causa del basso concetto che aveva di se stessa, la faceva ricorrere al consiglio di persone che riteneva sagge, esperte nelle cose di Dio. La semplicità con cui viveva gli insegnamenti ricevuti le imprimeva uno stile di vita trasparente di lealtà e rettitudine. La lettura, lo studio e la fedeltà alla Regola erano l'impegno più amato,più serio e fecondo della sua spiritualità. Una consorella ha lasciato questa testimonianza:" L'attaccamento di Suor Agostina alla Santa Regola mi riempiva di tenera compiacenza, poiché operando essa per convinzione, la osservava tanto nelle minime come nelle grandi cose". "Le piccole cose rendono grande la vita"- le aveva insegnato la Maestra del noviziato. Di Suor Agostina Alessandro Pronzato ha scritto: "Per lei la vita religiosa autentica doveva essere all'insegna della scomodità. Dal momento che "giocava" totalmente la propria vita, intendeva "giocarla" per qualcosa che ne valesse veramente la pena, non per bazzecole. Accettava tranquillamente di essere espropriata per pubblica utilità". Si offriva spontaneamente per i lavori più gravosi ed umili necessari nella vita della famiglia religiosa, e li accettava con animo e volto lieti quando le venivano richiesti. A tutto arrivava pur di risparmiare preoccupazioni e fatiche alle consorelle. Così preparò per la Professione il suo ricco corredo nuziale intessuto di amore,fatiche,gioia. Il 20 settembre 1893 andò alla Casa Generalizia per gli esercizi spirituali che precedevano il rito solenne della consacrazione con i voti religiosi. L'incontro con le sue numerose compagne di noviziato e con le Maestre fu una grande festa: scambi di notizie, rievocazioni di bei ricordi, incontri con le nuove reclute del postulato e del noviziato. Dopo i saluti e il vocio allegro e festoso di tante giovani, il silenzio degli esercizi spirituali crea un clima particolare che favorisce la preghiera e il contatto personale con Dio.Guidava gli esercizi il Padre Gesuita Alessandro Gallerani, uno dei più famosi oratori del tempo. Il cuore di Suor Agostina si dilatava per accogliere la luce della Parola di Dio e la sua mente si inebriava della forza dei voti religiosi. Qualche volta il suo entusiasmo,dopo le meditazioni dell'oratore, la portò per qualche attimo, a rompere il silenzio degli esercizi come quando sussurrò all'orecchio della sua vicina, Suor Felicissima:"Che splendidi giorni ci dona il Signore! Gli andremo incontro con le lampade bene accese". Il grande giorno fu il 29 settembre 1893, festa dell'Arcangelo S.Michele, il vincitore del male al grido:"Chi come Dio?". Il rito si celebrò- era la prima volta- nella nuova chiesa appena finita. E' quella stessa di oggi, sempre tanto bella con le sue tre navate luminose, sotto le volte a vela, azzurre stellate e con un'abside ampia e ricca di vetrate che allora presentavano eloquenti figure di angeli e santi. Il rito, anche questa volta, venne presieduto dal Cardinal Parocchi, Vicario di Sua santità Leone XIII. Rivolto ad ogni neo-professa, il Presule diceva:"Prendi il Crocifisso, affinché si riconosca il tuo disprezzo del mondo e la tua soggezione come Sposa di Cristo" e, ponendo su ogni capo una corona di piccole rose, aggiungeva:" Prendi la corona della dignità verginale e come per mezzo nostro sei coronata in terra,così merita di essere coronata di gloria e di onore da Gesù Cristo, nel cielo". Queste parole a un anno di distanza si sarebbero cruentamente verificate per una di loro. Al momento della comunione,dinanzi all'Ostia consacrata e tenuta in alto dal Porporato, Suor Agostina pronunciò, più con il cuore che con la voce, la grande formula della Professione: "…faccio volto di povertà, castità, obbedienza e carità nel servizio temporale e spirituale dei poveri…". Il giorno dopo, tornò in corsia con il fuoco nell'anima. Voleva comunicarlo in letizia agli altri, e conservare nel segreto dell'anima le conquiste di fortezza, di ardore, di amore che aveva attinto dalla grazia della Professione. Tutto cominciò come prima. Apparentemente, perché le difficoltà di sempre diventano per lei come una misteriosa vigilia di attesa. Anche il lavoro si faceva preghiera. Il lavoro? Certamente non mancava per la caposala, anzi diventava più denso. Incontri e scontri, entrate e uscite di vecchi e nuovi ammalati si moltiplicavano. Suor Agostina non aveva davvero tempo per sé:il tempo era di Dio e degli ammalati. Ne scorgiamo uno spiraglio in un brano di lettera ai suoi, pieno di spontaneità e verità: "Perdonate, amatissimi genitori, se ho tardato a rispondervi, non accusatemi di dimenticanza, ma solo di molte occupazioni, anzi, a dirvi meglio, vi assicuro che quando sto servendo i miei cari poveri che sono tanti, mi dimentico di quanto ho di più caro al mondo". Tra i poveri c'era quel tale Giuseppe Romanelli che assommava nella sua persona tutti gli aspetti negativi dell'uomo infelice: era strano, egoista, violento, avvelenato da idee di ribellione contro tutti, mosso dall'odio a desiderare la sofferenza degli altri e a goderne. Suor Agostina dimostrava l'amore di Dio anche a lui, con il suo servizio di dedizione gentile, premuroso, paziente. Ma lui continuava a puntare minacciosamente sulla suora falsi sospetti di denunce, provocazioni, offese scritte e orali. Che cosa voleva? Dove voleva arrivare? Che cosa si poteva fare di più per lui e per gli altri infelici come lui? Erano momenti di fede oscura. Ma occorre il buio per poter vedere le stelle. La carità di Suor Agostina si estendeva anche alla mamma dei Romanelli. Quando andava a visitarlo, ella l'accoglieva benevolmente. Le procurava un po' di cibo e un luogo per riposarvi dal viaggio e pernottare. Veniva da Roccavivi, un paesino dell'Abruzzo. La fiducia in Dio e nella Vergine Santa, vincono le tenebre e divengono serenità e fortezza. "Attenzione- le raccomandavano le consorelle - si guardi da quel tipo!". "Non posso avere paura, perché la paura- ripeteva come altre volte- fa perdere tempo". In Suor Agostina si coglie la perenne realtà della beatitudine: beati i miti perché possederanno la terra. Lo stesso Prof. Ballori, direttore dell'ospedale e Gran Maestro della Massoneria, fu conquistato dalla bontà e generosità di quella piccola suora. S'interessò di lei, del suo caso di innocente perseguitata e, pieno di ammirazione, cercava d'incontrarla per raccomandarle: "Si guardi dal Romanelli. Temo che un giorno o l'altro potrebbe…". "Ma- rispondeva la suora- se io incomincio ad aver timore, perdo tempo…". Il tempo è prezioso per chi ama con la misura del Vangelo, per chi di fronte all'ingiustizia, alla persecuzione e ad ogni forma di buio morale sa ripetere il grido che dalla croce scosse il mondo: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc23,34). Suor Agostina continuava a servire nonostante i segni premonitori di minacce, sogni, avvertimenti. Essa informava di tutto la responsabile della comunità, poi se ne stava tranquilla ad aspettare. Era solita dire a chi voleva spaventarla: "I Superiori sanno tutto. Io sto tranquilla". Fu suggestione di avvertimenti, fu dono celeste di preparazione prossima? Chissà? Qualche giorno prima della morte, un sogno da lei subito narrato con somma serenità e quasi ilarità, anticipò con precisione l'imminente avvenimento: quell'ammalato, afferratala per le spalle, le aveva immerso più volte il coltello nel petto. L'ultimo pronostico fu nel primo venerdì di novembre, tre giorni prima della sua fine terrena, quando, secondo un'usanza comunitaria, si sorteggiava l'impegno di ciascuna suora per onorare il Sacro Cuore. Suor Agostina estrasse il responso e lesse ad alta voce: vittima. Ormai ella sapeva con certezza ciò che l'aspettava. La consapevolezza è l'aiuto a non essere prigioniera della vita.Vittorio Messori, nel suo libro scrive: "Morire, senza accorgersene significa essere derubati dal punto più alto della esperienza umana, del riassunto di tutta la propria esperienza". A Suor Agostina nessuno rubò questo valore: ella lo visse con la forza che le derivava dalla grazia della Professione. Il 13 novembre 1894, come di solito, dopo l'Eucarestia e le preghiere comunitarie del mattino, va in corsia per il suo servizio d'infermiera che compie con la cordialità e la serenità abituale. In guardaroba ha indossato un vestito bianchissimo, proprio dei giorni di festa. Ad un'espressione di ammirazione di una consorella, Suor Agostina risponde scherzando e imitando con le braccia il volo delle colombe. Prima di arrivare in corsia, passa in cucina per prendere un cordiale da portare ad un ammalato. Ha ancora il bicchiere in mano quando, all'improvviso, nel corridoio si trova di fronte il Romanelli. Potrebbe tornare indietro ma resta ferma al suo posto. L'uomo, con forza incontrollata e senza trovare ostacoli,vibra più volte l'arma su di lei che gli cade ai piedi. In un attimo, alle grida di un infermiere che ha seguito la scena a poca distanza, il luogo si riempie di gente. Suor Agostina si rialza, fa qualche passo poi ricade dicendo:" Madonna mia, aiutami!". La Superiora accorsa, intuendo l'irrimediabile fine, le chiede:" Suor Agostina, perdona chi l'ha colpita?". Suor Agostina apre gli occhi, fa un dolcissimo sorriso di consenso e spira. Subito sembrò che nell'aria turbata di quel momento si diffondesse un'eco misteriosa di voce tranquilla e di parole profetiche che spiegavano il dolore di quel quadro: "Mi sento infiammata di carità per tutti e pronta a sostenere qualsiasi sacrificio, anche a spargere il sangue per la carità, se sarà volontà di Dio". La volontà di Dio si è pienamente manifestata: si è fatta glorificazione della carità.

Roma si risveglia cristiana

La notizia dell'uccisione di una Suora della Carità per mano di un ammalato, in un baleno fece il giro dell'ospedale Santo Spirito, della città e delle agenzie di stampa. Fu un correre rapidissimo da tutte le direzioni per vedere, costatare, lanciare sui giornali i particolari dell'accaduto. Ma le autorità medico-giudiziarie diedero immediatamente severe disposizioni affinché nessuno si avvicinasse prima della costatazione di legge. La salma fu quindi dalle consorelle in un lettino della casa delle Suore. Le fu posta sul capo la corona della Professione, tra le mani il crocifisso ed un giglio. Gli occhi restarono semichiusi come in atteggiamento di preghiera. Sul volto l'espressione della pace. Visibili, delle sette pugnalate, quelle sul braccio sinistro e sul collo. Così la vide la folla silenziosa e commossa che le passò dinanzi nei giorni 14 e 15 novembre 1894. Fu un tristissimo compito, per la Superiora Suor Irene, informare la famiglia di quanto era accaduto. Lo fece chiedendo la collaborazione di Don Morgante, parroco di Pozzaglia, il quale personalmente, con bontà e tatto, ne parlò alla famiglia Pierantoni. Abbiamo la risposta scritta della mamma: "Mi è impossibile, Madre, esprimerle la desolazione provata nell'udire la triste sorte toccata alla mia figliola. Il Parroco, mio marito, i figli, il vecchio nonno sono inconsolabili... Ci lusinghiamo che sia un orrido sogno... Invano, quest'anno a Natale, attenderò la lettera tanto desiderata dalla mia Livia... Oh sapesse, Madre,quanto soffro?". Nel paese, nei borghi vicini e a Tivoli, diocesi a cui Pozzaglia appartiene, la partecipazione al lutto fu intensa per commozione e preghiera. Racconta un sacerdote: "Quando il parroco del mio paese parlò della morte di Suor Agostina nella scuola di catechismo e nella Messa domenicale, ne ebbi tanta impressione che posso ben dire che l'intuizione delle virtù di quella suora influirono favorevolmente e decisamente sulla mia vocazione al sacerdozio". A Roma, la morte di Suor Agostina fu come un lampo di luce nel buio portato dal positivismoe dalla Massoneria. Fu una vera dimostrazione della perenne vitalità della Chiesa anche quando è incompresa, offesa, perseguitata. La critica corrosiva dell'anticlericalismo e l'indifferenza per la Religione ebbero come una battuta d'arresto. Roma si risvegliò cristiana. Viene in mente, con le dovute proporzioni delle conseguenze, quello che successe nel 313 dopo Cristo, quando Costantino concesse la libertà di culto: quasi tutta Roma si rivelò cristiana. C'erano cristiani perfino nei Palazzi degli Imperatori che avevano perseguitato i seguaci di Cristo con il martirio e il carcere. Al funerale di Suor Agostina, nella Roma di Ernesto Nathan, sindaco votato alla lotta implacabile contro la Chiesa, si videro cose sbalorditive. Il "Messaggero", giornale ligio alla politica del tempo, scrisse:" Nonostante questa inopportuna ostentazione di fede, quelli che pregavano non incontrarono modestia di sorta in tutto il percorso del corteo". Le esequie, accompagnate dal canto della Cappella Sistina e presenziate dal Corpo Sanitario al completo, si celebrarono nella grande chiesa del Sangallo, a Santo Spirito. Il corteo, alle ore 15.30 si mosse verso il Campo Verano tra una folla immensa, commossa e orante. Il carro funebre era stato messo a disposizione dal Comune di Roma e tra le numerosissime corone di fiori, spiccava quella di Francesco Crispi, Presidente del Consiglio dei Ministri, e quella della comunità israelitica, con la scritta:"Alla martire della Carità". Circondavano il carro funebre il Prof. Ballori, capo della Massoneria, il Prefetto di Roma, il Ministro degli Interni, Senatori del Regno e Assessori del Comune, tutti anticlericali. Seguivano il feretro le rappresentanze dei partiti più avversi ed opposti, le Confraternite, Religiosi e Religiose delle Congregazioni presenti a Roma. Molte persone al passaggio con il segno di croce s'inginocchiavano, si segnavano con il segno di croce e invocavano piangendo l'aiuto della "martire". I propagandisti dell'ateismo si accorsero che il popolo sapeva ancora pregare e lo faceva senza paura e senza vergogna. La stampa si sbizzarrì in commenti e interpretazioni di cause e di fenomeni sociali. Il tempo del 16 novembre 1894, descrivendo qui funerali così si espresse: "...riuscirono solenni,imponentissimi. E non era la solita fuga lunga fila di soldati allineati, la folla dell'ufficialità dai colori rari e smaglianti...Era il popolo tutto; era Roma del popolo; era la gentile, caritatevole, santa Roma che dava l'ultimo saluto a colei che, sacrificando palpiti, pensieri, vita si era data angelicamente alla carità, al sollievo dei miseri...Era la protesta della coscienze elementi che si affollavano intorno alla salma della vittima per tributarle gli onori meritati". Il Fanfulla dello stesso giorno scriveva: " Una ragione di tanta e così amorosa sollecitudine di tutto un popolo per Suor Agostina esiste: bisogna cercarla in quell'atmosfera di poesia che circonda la donna volontariamente separata dal mondo che ha detto addio alle gioie della vita, che ha rinunciato alle gioie della famiglia, che ha soffocato nell'anima ogni altro pensiero che non sia la carità verso gli ignoti che soffrono. Suor Agostina fu di quella schiera elettessima che combatte senza tregua, che non domanda agli uomini il premio delle vittorie riportate". Il giornalista Grossi Gondi, in un articolo in Vera Roma, alla data 18 novembre, così si esprimeva: " Nel pomeriggio di giovedì, splendido nel suo tepore e nel cielo fulgidissimo, Roma diede uno spettacolo degno di sé. Due sentimenti soavissimi la immensa folla congiungeva sulla salma verginale di Suor Agostina: religione e salma verginale di Suor Agostina: religione e carità che fortemente si compenetravano tra i presenti da formare uno solo". Ecco un commento molto forte della Civiltà Cattolica: "Per tre giorni a Roma il nome di Suor Agostina fu sulla bocca di tutti; di tutti diciamo, cristiani, o partito appartenessero. Non cordoni di soldati, musiche, ma solo popolo, tutto un popolo dominato da un solo affetto concorse alla riuscita del corteo. La processione era semplicemente d'indole religiosa; questo non significa, che nel corteo non ci fossero anche persone e società non cattoliche, ma la forma religiosa, riunendo quel giorno tutta quella interminabile processione e la multitudine assiepata intorno, ne faceva quasi un tutto omogeneo, senza distinzione, e tutti s'intesero allora cristiani e si associarono alla preghiera... Un'umile suora riceve quasi gli onori dell'apoteosi da tutti gli ordini di una città che si chiama Roma e, quel che è più,qual essa è nel 1894". L'eco dell'eroismo di Suor Agostina non si spense subito. Il Cardinal Parocchi, il prelato che aveva celebrato i riti dei tre grandi momenti vissuti da Suor Agostina: ammissione al noviziato,vestizione, Professione dei Voti,ricordava qualche tempo dopo: "Quest'alma città ha dato spettacolo della sua fede. Una fanciulla del popolo iniquamente assassinata, era condotta al Campo Verano, piuttosto a modo di trionfo che di funerale. Si leggeva in volto agli innumerevoli accorsi, la profonda pietà del caso, l'ammirazione del cristiano eroismo,la detestazione del sacrilego eccesso. Più che il supremo compianto dell'innocente vittima, a voce pubblica chiamata martire della carità, tributatasi l'apoteosi a colei che ferma nell'ufficio promesso a Dio, era inconscia dell'ira feroce dell'omicida. E il muto grido della moltitudine immensa, dimostrava ancora viva nel popolo la riverenza per la virtù, integra nel candor verginale, intrepida al sacrificio". Possiamo leggere nei ricordi di tanti personaggi, allora giovanissimi, le impressioni di quel novembre 1894. Testimone di quella partecipazione e commozione di popolo fu anche Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, allora impegnato nella preparazione al sacerdozio. E nel 1943, il Cardinal Cremonesi diceva: " Nel coro unanime di lodi, le virtù di Suor Agostina apparvero modello di quella santità che la Chiesa ha alimentato in ogni tempo". " Tra i più luminosi e cari ricordi della nostra infanzia-scrive Monsignor Adinolfi,vescovo di Anagni - sta il nome, la figura, la morte di quell'umile Suora martire della Carità". La morte di Suor Agostina ebbe risonanza anche all'estero. Ce lo dice l'Ordinario militare, Mons. Bartolomasi: "La notizia corse oltre l'Italia ed io, giovane sacerdote all'estero,ne ebbi grande commozione". Le testimonianze sono numerosissime, ma le possiamo riassumere in un binomio di valori: · Suor Agostina ha dato la vita per il servizio di carità verso chi soffre, secondo l'insegnamento di Cristo. · Il popolo ha capito come si vive questo massimo comandamento e l'ha glorificata. Giuseppe Romanelli fu arrestato tre giorni dopo in Via Cola di Rienzo. Continuò con il suo grossolano cinismo a fare insinuazione contro la suora, ad accusarla di maltrattamenti, rimproveri, denunce e violazione della libertà di coscienza. Fu smentito da molte voci e dello stesso Prof. Ballori che sarebbe insorto per primo a condannarla se ella avesse trasgredito quel che era il titolo e il programma della sua corsia: Libertà di coscienza. Papà Francesco Pientrantoni aveva perdonato e voleva che si perdonasse l'assassino. Lo querelò ugualmente, non per vendetta, ma perché la memoria della figlia non fosse offuscata da false accuse. Da degno padre di Suor Agostina, fece ufficialmente pubblicare dal difensore di parte civile. Onorevole Barzilai, che qualunque liquidazione potesse essere fatta in suo favore, fosse devoluta all'ospedale Santo Spirito. Il massone On. Barzilai si era fatto avanti per assumere il patrocino gratuito della causa e ne manifestò pubblicamente il motivo: "La ragione…fu determinata dal movimento, senza precedenti, di ammirazione per la giovane suora che si era data alla pia opera di assistenza nel reparto più difficile dell'ospedale "Santo Spirito"… Mi parve che concorrere all'esaltazione di questa vittima purissima, poteva rappresentare il meglio che si potesse chiedere all'opera di un avvocato…" I legali difensori del Romanelli, Scrolli e Marini, in conclusione, proclamarono come causa del delitto quella "libertà" di coscienza che aveva creato in Santo Spirito una situazione d'immoralità, di coscienza che aveva creato in Santo Spirito una situazione d'immoralità, di indisciplina e di ateismo. Questo giudizio dei due penalisti potrebbe mettere dinanzi a Suor Agostina non solo come dinanzi alla "martire della Carità", ma addirittura come dinanzi ad una "martire della fede". Romanelli fu condannato all'ergastolo nell'Isola di S.Stefano. Assistito da un'altra suora, morì un anno dopo il suo delitto, nel dicembre del 1895, dopo aver deposto la sua maschera di cinico e di ateo. Dopo poco più di una settimana dalla morte di Suor Agostina, il Santo Padre Leone XIII invitò alla S.Messa privata la Superiora del Santo Spirito, Suor Irene Buzio e la sua Assistente, Suor Leontina Vandel, futura Madre Generale. "Egli-racconta Sr.Irene-ci diede l'Eucarestia, poi ci ammise all'udienza. Sua Santità, allora, si degnò di rivolgerci parole di paterna benevolenza, rallegrandosi del bene che fa l'Istituto dovunque ha comunità. Riguardo alla nostra Suor Agostina ci disse che non dovevamo rimpiangerla, ma piuttosto ringraziare il Signore di averci dato una sorella "martire" il che è di sommo onore e di grande vantaggio per la nostra Congregazione". Questa definizione di "martire" è nata dal popolo. Fu mormorata piangendo il giorno della sua morte. Fu gridata nel giorno del suo funerale lungo le vie di Roma. Ora la sentiamo dalle labbra del Pontefice Leone XIII,come la sentiremo il 12 novembre 1972 dalla viva voce di Paolo VI, nell'omelia stupenda per tono mistico e poetico. Dopo aver chiamato l'umile Santa Agostina "vittima inerme" del proprio quotidiano eroico servizio,egli aggiungeva: "Conoscete la barbara storia che intreccia su suo capo la duplice corona di vergine e martire... Ritornano alla mente le celebri parole di S.Ambrogio in onore di S.Agnese: "Oggi è il giorno natalizio di una vergine: seguiamone la purezza. Oggi è il giorno natalizio di una martire: offriamo il nostro canto al Signore". Suor Agostina non è "martire" nel senso classico di chi sparge il suo sangue a testimonianza diretta della sua fede in Cristo. Ma riflettiamo! C'è in Suor Agostina la preparazione remota e prossima al martirio: "Oh, potessi versare il sangue per il mio Gesù!". C'è l'attesa consapevole, c'è l'accettazione, c'è il perdono per il suo uccisore. Ed è fatto inconfutabile che ha dato la vita per non abbandonare i fratelli presso i quali l'ha posta la parola di Cristo: "Da questo abbiamo riconosciuto il suo amore". "Nella Chiesa ci sono sempre stati martiri di sangue fisico e di sangue morale" afferma chi ancora oggi vive o è vissuto negli Stati dove i cristiani sono perseguitati. I Santi della carità che danno la vita per gli altri sono cresciuti vicino alla Croce, hanno cercato di adeguare il loro passo con quello di Gesù sulla via del Calvario. E da qui viene il loro perenne messaggio: l'amore a Cristo si misura con quanto si paga di persona vicino agli emarginati,agli ammalati, a chi ha bisogno di Dio per poter amare la vita. Quindi la misura è sempre quella del Vangelo: "Amatevi come io vi ho amati"(Gv 15,17). Ed è una misura questa che trascende secoli e epoche con tutte le loro teorie filosofiche,sociali,politiche;è una misura che riemerge sempre nella luce e che resisterà in pienezza vitale anche alle "novità" di oggi quale quella, molto confusa, di "New age", saggiamente definita, in senso negativo, da Gaspare Barbiellini Amidei, "facile dea". La santità di tutte le epoche, invece, è difficile, ma limpida e ricca di ragioni ed emozioni che portano alla Luce senza tramonto.

Suor Agostina: Memoria-Presenza-Profezia

In un libro originale e bello, pubblicato alla fine del 1997, in occasione della proclamazione di Santa Teresa di Lisieux a Dottore della Chiesa,leggiamo: "Siamo in un mondo di produzione e consumi sfrenati,di esasperata velocità in cui il modello dell'essere umano è la macchina. Un mondo di vincenti fabbrica inevitabilmente perdenti e ai perdenti non resta niente perché le virtù non sono più insegnate. Sono state dimenticate. Ora è il linguaggio della medicina, della psicologia, della psichiatria a fissare la norma, la regola di condotta e i limiti dell'individuo. La prigione della salute mentale ha sostituito la prigione della morale. Ai giardinieri dell'anima sono subentrati i giardinieri della follia". Dopo questa lettura viene la tentazione di chiudere le biografie dei nostri Santi d'altri tempi e riporli in teche,muti per sempre. C'è molto di vero nelle citate affermazioni, che sembrano, però, sottintendere l'ansia per le altrettanto vere conseguenze. Anche tra i rivolgimenti radicali odierni non manca la nostalgia di certi recuperi di valori. Ci sono anche esempi luminosi,generalmente riconosciuti ed esaltati, che rompono il conformismo di oggi e si ricollegano al meglio del passato. E allora ci domandiamo: Suor Agostina è esclusivamente donna d'altri tempi o può avere ancora un significato per la società del 2000? Quella commozione di popolo nel pomeriggio del 16 novembre 1894 va considerata un fremito vano, sciocco e momentaneo che la gente ha lasciato fuori la porta prima di rientrare in casa,oppure rappresentava la reale e perenne ammirazione per una martire della carità? Sappiamo che il martirio trascende i tempi ed è testimonianza di ideali! Ogni tempo ha bisogno di testimoni e ogni tempo trova i suoi testimoni di fede nel valore della vita. Suor Agostina è una testimone della Carità-amore di Dio e della Chiesa nel servizio di chi soffre. Il nostro "oggi" con tutte le sue scoperte scientifiche vede ancora tante sofferenze nell'uomo singolo e nella società, quindi ha bisogno come nel passato di chi offra il suo impegno e la sua vita per il bene degli altri. "E'vero che il modello dell'essere umano" per la nostra società è la macchina. Ma l'uomo è sempre superiore a qualsiasi perfettissimo robot privo di libertà,di eroicità e di capacità di orientare intelligenza e volontà. Dio ha creato l'uomo, l'uomo ha ideato la macchina. Questa scala di dignità è inalienabile. Suor Agostina, anch'essa avrebbe potuto fermarsi al "robot-infermiera" ed attenersi all'essenziale del mestiere, ma ci ha insegnato a dare il "più nell'inventiva della carità per il vero bene dell'uomo. Quel bene che tutti cercano e vogliono senza esclusione di tempi. Il mondo è sempre stato fatto di vincenti e di perdenti. Ma quante volte la storia c'insegna che i perdenti di un giorno sono i vincenti dei secoli. E' il caso di Suor Agostina che ci può insegnare ancora oggi che non è stata lei la perdente-vittima-ma il suo uccisore. La bontà, la mitezza inerme, l'offerta della propria vita non è mai perdita, ma una vittoria che si prolunga nel tempo,come strada che porta lontano dalla viltà e dall'egoismo. Ma poiché la società di oggi è,generalmente, mossa dall'egoismo dell'affermazione personale a qualsiasi costo, le virtù non sono non vengono insegnate,ma sono derise. Eppure mai come oggi diventano nostalgia. E' sempre più evidente che è proprio la perdita dei valori-equivalenti alle virtù cristiane-che genera angoscia,specialmente in gran parte della gioventù che,pur avendo tutto,cerca, spesso con epilogo tragico,una ragione di vita. Suor Agostina può essere la nostra nostalgia perché i valori, anche quelli soltanto civili, che ella ha vissuti calati nella concretezza dell'esistenza quotidiana, sono sempre sviluppo del meglio di se stessi e cooperazione al bene degli altri. Quando,infatti,questo bene si chiama giustizia per il povero,per l'ammalato, per l'abbandonato è profezia di salvezza per l'umanità. Il dono della profezia non è mai mancato nella Chiesa. Molti Santi dell'800 sono veri profeti delle conquiste sociali del popolo. L'esagerato culto della psicanalisi ha sovvertito realmente la scala delle responsabilità personali e dei valori morali e ha finito per introdurre norme nuove e spesso strane di diritti e doveri nel vivere umano. Basta guardarsi intorno per accorgersi che tutte queste novità non hanno portato nel mondo più felicità,più pace e unità nelle famiglie,né più onestà nella vita pubblica. Suor Agostina ci dimostra, nella linearità della sua vita in famiglia e nella Casa religiosa, che né la povertà, né la fatica, né la famiglia numerosa, né le vicende diverse portano alla alienazione e all'illecito. La vita semplice, la lealtà, le azioni alla luce trasparente d'intenzioni limpide e oneste, il ricorso al consiglio di persone ricche di esperienza e di saggezza possono rendere più serena,accettabile,preziosa la vita. In ultima analisi,possiamo dire che anche la carità è alienante, ma dai peggiori nemici del nostro tempo: consumismo, denaro a tutti i costi, piacere senza limiti,arrivismo a tutta velocità, a danno degli altri. E la carità ha sempre la stessa matrice, sia che la chiamiamo solidarietà, o volontariato, o collaborazione. In queste forme nuove della stessa carità cristiana non è difficile trovare un frammento d'anima di Suor Agostina. Per questo non la possiamo giudicare una donna relegata soltanto al fine 800. Il suo messaggio ha la stessa validità di quando fu udito per la prima volta lungo le vie della Palestina dalla viva voce di Cristo: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Suor Agostina,inoltre, ha tante consorelle che oggi trasmettono il suo stesso messaggio ricevuto dal Vangelo, attraverso Santa Antida, negli ospedali, nelle Case di riposo per gli anziani, nelle Case famiglia, nelle opere parrocchiali, presso le istituzioni per drogati, nelle carceri, in case per ex carcerati, presso i malati di AIDS, nei lebbrosari e nelle scuole delle missioni in terre povere, depresse, abbandonate da chi dovrebbe occuparsene. Quindi la vita di S.Giovanna Antida e di Suor Agostina continua in "stretta modernità" anche oggi, con la stessa finalità di realizzare il buon annunzio evangelico in sostegno della promozione umana e per vincere ingiustizie,malattie,fame. La scrittrice Catherine Rihoit, ci dà un forte elenco dei modelli femminili,oggi: la donna mannequin (livello sessuale); la donna d'affari (livello commerciale); la donna artista (livello creativo). Noi, per logica conseguenza di ciò che abbiamo esposto nelle pagine precedenti, giacché le Religiose nel mondo non sono ancora tanto poche e la verginità consacrata sarà sempre dono di Dio alla sua Chiesa, possiamo completare l'elenco con un'altra categoria: la donna consacrata ( livello carità-amore). Suor Agostina è una consacrata all'amore di Cristo Signore per riversarlo su chi soffre nell'anima e nel corpo. Perciò essa ha tutte le carte in regola per parlare alla donna di oggi invitandola: 1. a guardarsi dai falsi idoli 2. a crearsi ideali che la tengono al di sopra della polvere 3. a realizzare ciò che gli altri attendono da lei 4. a liberarsi da ciò che le impedisce di camminare speditamente nella via di dignità e bontà 5. a considerare la vita sempre un dono di Dio anche quando è piena di tribolazioni 6. a tenere fisso lo sguardo in "Dio solo" che aiuta ad accettare ogni evento con la pace nel cuore 7. ad intravedere la luce nel grigiore nel quotidiano. Questi consigli può ancora dare, oggi, Suor Agostina: ella parla con voce sommessa come durante la vita era solita coprire di silenzio la sua preziosa operosità. Il Santo Padre Paolo VI, invece, sintetizzò a voce altissima dalla Cattedra di San Pietro, il 12 novembre 1972, "il riflesso della sua candida immagine sulle persone che dedicano la vita sulla infermità umane". " Onoriamo Suor Agostina- proclamò- salutiamo tutte le sue sorelle e quante figlie della Santa Chiesa, con analoga oblazione, fanno sacrificio di sé per conforto dell'umano dolore. Invitiamo il popolo a riconoscere in queste povere e grandi donne, tanto spesso deprezzate e disprezzate,le più pure,le più valenti,le più buone figlie della nostra terra,resa ancora da loro,altare della fede e della carità". La Chiesa, con queste alte parole del Pontefice, esalta la vita religiosa ocme una realtà benefica vicino alla sofferenza umana. La Religiosa non solo più lenire il dolore fisico e morale ocn la sua professionalità, ma, innanzi tutto, sa dargli il significato escatologico di prosecuzione della stessa sofferenza redentiva di Cristo. Questo aveva ben capito l'intelligenza sapienziale di Suor Agostina; questo cercano di realizzare le Religiose infermiere come lei. Il popolo cristiano segue con tristezza il diminuire della presenza religiosa nei luoghi dove si soffre. Non sono davvero rare le manifestazioni di rimpianto. Una giovane donna, entrata come malata in una corsia d'ospedale, quando viene a sapere che la Suora infermiera non c'è più, con tristezza e rammarico esclama: "E' un altro dei valori, oggi, perduti". Non è sufficiente questo per affermare che Religiose come Suor Agostina sono ancora donne necessarie nel nostro tempo? Si parla spesso del mondo che cambia e, oggi, in alcune sedi con vasta e profonda competenza, ma poiché la carità e la verginità sono doni di Dio alla Chiesa, la donna consacrata entrerà anche nel 3° millennio con il suo inalienabile valore di portatrice di speranza e sarà ancora presente in ogni crocevia delle sofferenze che sono dentro la perenne storia dell'umanità.

Post-fazione
Per continuare il cammino

"Che splendidi giorni ci dona il Signore! Gli andremo incontro con le lampade accese". Proprio queste parole, sussurrate da Suor Agostina alla vigilia della sua professione religiosa (1893), valgono ad esprimere non solo l'entusiasmo limpido del suo cuore ma suggeriscono la ispirazione portante dell'intera sua vita. E la sua lampada "bene accesa" oggi illumina questa nostra stagione, complessa e spesso nebulosa e contraddittoria, e la sua luce di santità dona ancora "splendidi giorni" alla sua cara Congregazione, le Suore di Carità di S.Giovanna Antida Thouret, alla sua terra natia, la Sabina, a tutta la Chiesa che nel suo cammino Dio sempre accompagna con i segni fulgidi dell'amore. E' cosi che alla memoria di Suor Agostina è legato il profumo e il colore variegato dei colli sabini: uno scenario sereno e suggestivo e, nello stesso tempo, austero e riposante. Ma soprattutto il suo ricordo apre il cuore su un orizzonte di dolce tenerezza che vede sbocciare nel 1864 questo fiore di santità: Livia (poi Suor Agostina) Pietrantoni. Fu per tutti "un vero dono di Dio",come lo chiamava mamma Caterina. E a 22 anni Livia donò tutta se stessa al Signore: sulla scia della Madre Giovanna Antida si dedicò interamente ad "amare Gesù Cristo,e ad amare e servire i poveri". Era il seme gettato nel terreno fecondo di un cuore puro, di una coscienza limpida,di una libertà senza riserve. E il seme sbocciò in splendida fioritura: il 13 novembre 1894 il fiore si tinse di rosso e Suor Agostina fu chiamata "martire della carità", come subito si espresse la Comunità Isdraelitica di Roma. Dal 1799, data della fondazione delle Suore della Carità, sono passati due secoli; all'alba del terzo millennio Suor Agostina accende nel cielo la sua stella: come quella apparsa un giorno in Oriente per tracciare la via dei Magi, questa stella sta oggi ad indicare un cammino. Un cammino di santità. Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha scritto nella "Tetrio Millennio Adveniente":"E'necessario suscitare in ogni fedele un vero anelito alla santità, un desiderio forte di conversione e di rinnovamento"(TMA 42). Andiamo così verso un incontro sempre più vivo e trasformante con Cristo per essere veramente "cristiani". E' la commovente lezione di tutta la vita e della morte di Suor Agostina: essa l'affida soprattutto alla sua amata Congregazione e alla Chiesa futura. "Sono venuta unicamente per farmi santa": così disse nel 1886 e oggi a tutti noi indica il sentiero percorso con tanta generosità. Un cammino d'amore. "Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amati e ha dato per voi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore" (Ef 5,2). Suor Agostina, suora della carità, ha terminato in questa direzione la sua corsa. "Spargere il sangue per la carità" fu il punto d'arrivo; amare ogni giorno, amare tutti, amare senza riserve fu la sua strada. Dietro di lei corrono oggi, con il suo slancio, le sue consorelle della Carità. L'amore è il segno distintivo dei discepoli di Gesù; l'amore è la forza che trasforma il mondo: può anche apparire sconfitto, ma l'amore vince tutto! Un cammino di gioia. Un medico del suo reparto ha lasciato scritto: " Sempre dolcissima, si prestava a fare non solo quello che era suo dovere, ma anche di più e molto volentieri: pronta, umile, ilare". Non dice la Bibbia:"Dio ama chi dona con gioia"(2Cor 9,7)? Quando Dio possiede il cuore di una persona lo invade di gioia, lo fa traboccare della sua pace, lo trasforma in sorgente di serenità invincibile. L'eredità di Suor Agostina diventava così, come scrive Suor Fernanda Falcone, Superiora Provinciale di Roma,"una liturgia" che celebra l'amore come Cristo l'ha vissuto. A Suor Raffaella Perugini autrice di questo profilo biografico, lineare e trasparente, caldo e penetrante, un grazie e un augurio: grazie per il dono, augurio perché l'esemplarità di Suor Agostina continui ad ispirare tutta la Congregazione delle Suore della Carità e a dire alla Chiesa e al mondo la perenne sorpresa dell'amore che si dona.

Lorenzo Chiarinelli